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Francesco abbraccia il Crocefisso bing generator"I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio" 

Cosa significa questa parola?
Cosa è meglio... essere "pagani", peccatori pubblici, piuttosto che fedeli nel tempio di Dio?

Gesù non promuove una categoria e tanto più non promuove l’essere peccatori ma constata che è più facile per chi "non si sente buono e a posto" entrare nel Regno di Dio e scoprire l'intimità con Lui.

L'autogiustificazione, il fondare la nostra stima, l'autostima, su ciò che si fa per Dio e non su quello che Dio fa per noi è un principio sottile di perdizione. Perché è un inganno, un sopraffino inganno.

Il nostro io, mendicante approvazione, avido di consensi, cerca di piacere agli altri e alla nostra idea proiettata di ciò che è uomo o donna, come persona realizzata, più che cercare di piacere al cuore di Dio.
Il nostro io non fonda la propria stima e l'autostima su l'amore presente, provvidente e reale del Padre ma cerca i surrogati. Le cisterne screpolate (Ger. 2,13). Cerca e predilige basi inconsistenti purché gratificanti; è l'inganno della vanità. Che non è solo la ricerca della mera apparenza ma il fondare sull'inconsistente ciò che dovrebbe avere un peso, una "gloria" biblicamente parlando. Ma la "gloria" si riceve e si fonda solo a chi appartiene la "gloria", la pienezza dell'essere, del vero e del Bene, cioè a Dio.
È una deriva latente, subliminale, che nasce dalla ferita di origine e che dobbiamo sempre tenere ben presente. Ed è il problema dei problemi che filtra ogni sana lettura sulla storia. Quella personale, quella ecclesiale e quella mondana.

Talvolta tali surrogati sono palesi e anche ridicoli, specie nel primo liminale livello di coscienza. Ad esempio il bisogno di benessere, di ricchezza, di fama, di successo.
Certamente il clima narcisistico ed edonistico propinato da reti televisive private e pubbliche, dall'immaginario social-media, inquina costantemente e distrae l'uomo, magari solo per relax. Occorre rigore e disciplina anche nell'usare il mezzo televisivo e non dare spazio alla vacuità della gran parte dei programmi.

Poi si sale un po’ più su. Si fonda la stima sulla salute. "Basta la salute” si dice; ma in fondo sappiamo che non è assolutamente vero, altro feticcio. Anche se, occorre dirlo, persone che sono considerate rette e degne di fede, davanti alla prova, quella vera, si accorgono, se oneste, che quello che loro pensavano fosse fede era solo "una sorta di catechetica nozione, buona salute e mancanza di autentiche difficoltà". Nella prova si vede chi sei.

Oppure si fonda la stima sui rapporti sociali, sullo stare assieme, sui gruppi, sulla condivisione, sulla progettualità, e perché no, sulle grandi opere di beneficenza. Le assemblee, i gruppi, il “democratico” incontrarsi. Ci si sente cristiani perché facenti parte socialmente di un gruppo di appartenenza. Solo che quel gruppo non diventa la manifestazione pneumatica dell’agire di Dio ma delle isterie concordate di un gruppo. È talvolta un gruppo pagano che si riveste di cristianesimo. Dio viene cosificato in nome dell’autostima che il gruppo garantisce. Una truffa sociale e democratica.

Il capolavoro dell'inganno, salendo ancora più su nella menzogna, sta proprio nel fondare la stima su ciò che facciamo per Dio, per la parrocchia, per il gruppo o il movimento.
Anzi più viene oggettivato questo "fare", più diviene "politico", più investe il "bene comune", più è ampio l'inganno. Ci riempie e ci gratifica.

Aah! Che soddisfazione!

Qui l'inganno è sopraffino perché maschera "l'uso di Dio" con il lavoro per la vigna o la ricerca di Dio.
Ma il nostro cuore ancora non è nudo, anzi è rivestito del sé malato. Anzi è empio, drammaticamente.

Ce ne accorgiamo quando siamo costretti dalle situazioni a perdere un ruolo nella comunità, una poltrona, un ruolo di pubblica stima.
Se crolla questo ruolo andiamo in uno stato di depressione; ci mancano gli appigli. Urliamo e scalpitiamo come infanti capricciosi nel pieno dell’isteria.

"Quando si agitava il mio cuore
e nell'intimo mi tormentavo,
io ero stolto e non capivo,
davanti a te stavo come una bestia." (Sl. 73, 21-22)

Diciamo: "Non è retto il modo di agire del Signore" (Ez. 33,17)

Questo svela che eravamo fuori centro; avevamo fondato la nostra autostima sulle cose di Dio e non su di Lui. Anzi, meglio ancora, in fondo, non ci fidiamo.
E, magari, pur essendo poveri di beni, siamo ricchi e avidi. Avari Abbarbicati come edera e gramigna alle nostre misere compensazioni. Poveri di tutto, sì, ma attaccati alle piccolezze.

Ora, tutte queste fonti di stima che abbiamo citato, conservano un ché di buono ma anzitutto hanno bisogno di ordine e di una gerarchia di importanza.
La ricchezza non è una cosa cattiva, così come non lo è il successo sociale, né la salute, né la progettualità caritativa, né il lavoro a piene mani in ordine alla Polis ed al Bene Comune, ecc.
Ma tutto questo necessita di essere ordinato e relativizzato, magari con un velo di umorismo (vero toccasana di ridimensionamento dell'ego) e non deve prendere il centro del cuore e dei nostri pensieri.
Poi è dannoso, distraente, ed è la "porta della perdizione" fondare la nostra autostima sulle cose che facciamo per Dio, persino sui doni di Dio che ci sono stati dati. 

A questo serve un autentico cammino di Direzione Spirituale, a mantenerci onesti, resi e sempre discepoli. Virilmente discepoli, non femminei agli sfoghi e alle compiacenze.
I social, talvolta, aumentano la malattia. E tale malattia attraversa i generi.

Ma la soluzione è quella dell’empatia totale con Cristo, il Magistero dei Santi ce lo ricorda.

"Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù."

Hoc sentite in vobis, quod et in Christo Iesu.

τοῦτο ⸀φρονεῖτε ἐν ὑμῖν ὃ καὶ ἐν Χριστῷ Ἰησοῦ. (Fil. 2,5)

Dal testo latino e greco della lettera alla comunità di Filippi è chiaro che Paolo non si basa su capacità “rivestite” di intelletto ma della Scienza stessa dello Spirito: vedere con Cristo, come Cristo, percepire come Cristo, avere il Suo sguardo, i Suoi pensieri, la Sua Passione. È opera e dimensione pneumatica. È dono da chiedere costantemente perché ci è stato donato con il Battesimo e rafforzato con la Santa Cresima.

Occorre che ci sforziamo di scoprire, nella Grazia e per Grazia, quella che già ci è stata data (la grazia di Stato Battesimale), con disciplina, come il fondamento, di tutto e come fondamento del nostro essere, è dalle mani del Padre, amorevole e misericordioso, il necessario sempre presente.

Ci ha donato Suo Figlio e in Lui e nello Spirito Santo, ci dona ogni cosa che realmente serve alla nostra salvezza e alla nostra pienezza.
Anche se talvolta (ed è un bene) questo suo agire non è facilmente comprensibile.

Comporta l'uscire da sé, fatica e dolore. Occorre partorire sé stessi alla “vita nuova nello Spirito Santo”.

Questo non deve creare musi lunghi, tristi, "mosci", ripiegati sul proprio ombelico in una sorta di onanismo spirituale, ma anzi muovere alla "gioia ineffabile, indicibile e gloriosa – ἀγαλλιᾶσθε χαρᾷ ἀνεκλαλήτῳ καὶ δεδοξασμένῃ “(1Pt. 1,8) che anima instancabilmente ogni nostro passo e che si fonda sul Suo sguardo su di noi e non sullo sguardo che noi abbiamo su di Lui.

Essere coscienti di essere, immeritatamente e liberamente, nudi e poveri figli del Re.

Il canto allora sgorga naturale nella coscienza in questa provvidente misericordia.
Un canto che diventa intonato anche su chi è stonato ed ha in sé delle distonie perché è il canto della lode che ordina, ritma e condisce di sale ogni istante della nostra vita.
Ogni istante, difficile, crocifisso, normale, bello, gioioso che sia.
Un canto che lo Spirito mette nel cuore dei suoi figli perché iniziano ad avere "gli stessi sentimenti di Cristo Gesù".

Pertanto cerchiamo di smettere di vivere in una continua autogiustificazione ma restiamo fieri di come Dio ci ama, assieme e personalmente.
Qui c'è la fonte e questa fonte va cercata. L'ingiustizia non è soltanto compiere il peccato, non è solo la via dell'accidia e dell'omissione del bene, ma è anche sentirsi giustificati e saldi su ciò che facciamo di bene piuttosto che comprendere che è il Bene che ci anima, ci possiede e ci dona costantemente di compierlo.

Allora si scopre che una grande fonte di ingiustizia, ed è tipicamente nostra, proprio di noi che abbiamo ricevuto il dono della fede, è che non coltiviamo con ogni mezzo l'intimità con Colui che tutto si dona e tutto si è donato in Cristo.

Questa è anzitutto la volontà del Padre da compiere:
guardare a colui che ci ha donato, Cristo Gesù, spegnendo e relativizzando tutto ciò che, magari pur buono, non ci fa fondare la stima sul Suo sguardo. Questa è l'opera dello Spirito.
La preghiera dell'Absorbeat non è testualmente di Francesco ma è comunque uno "Stichwort esteso": la preghiera è come una parola-chiave amplificata che condensa in forma liturgica l'intera forma vitæ francescana e la dilata perché anche per noi sia così:

Rapisca ti prego Signore,
l'ardente e dolce forza del Tuo Amore
l'anima mia da tutte le cose
che sono sotto il Cielo
perché io muoia per amore dell'Amore tuo, 
come tu ti sei degnato di morire per Amore dell'amore mio. 

Ma, per usare proprio le parole di Francesco, le sue vere parole, non possiamo non ricordare che:

"Tanto quanto vale l'uomo davanti a Dio, tanto vale e non di più", questo nelle sue parole proprie all'ammonizione XIX.

Francesco, probabilmente il santo più nudo e più rivestito di Cristo:

“Beato il servo, il quale non si ritiene migliore, quando viene magnificato ed esaltato dagli uomini, di quando è ritenuto vile, semplice e spregevole, poiché quanto l’uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più” (Ammonizione XIX).

Ed è qui la Scienza, l'Intelletto e la Sapienza: essere nudi per essere resi e rivestiti dell'abito della Grazia di Cristo e, più ancora, sperimentare quell'unione inenarrabile che lega l'anima a Cristo in un matrimonio spirituale che dona peso e sostanza, gusto e gioia ad ogni altra unione e ad ogni attimo di esistenza della nostra vita, Carne chiama carne, Vita chiama vita, Sangue chiama sangue, Sguardo chiama sguardo.

E, talvolta, appunto, chi ha perso tutto, trova proprio il tutto incontrando Cristo, in una forma unica ed insondabile, potente ed univoca frantumando, finalmente, le catene antiche che lo tenevano legato alle menzogne e alla vanità.


Paul Freeman
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