Non mi sono mai posto il problema se festeggiare o meno il 25 aprile, più volte mi è capitato di scrivere che avrei preferito festeggiare il 18 aprile quando l’Italia cattolica ha vinto le elezioni del 1948 contro il Fronte Popolare delle sinistre, grazie all’apporto dei Comitati Civici guidati da Luigi Gedda. Tuttavia, la data del 25 aprile incombe, allora ho ritenuto opportuno far conoscere meglio una delle pagine più buie della cosiddetta “Resistenza”, l’uccisione a sangue freddo del giovane seminarista Rolando Rivi.
Il 13 aprile 1945, mentre la guerra volgeva al termine, Rolando Rivi, appena quattordicenne, fu ucciso dai partigiani comunisti in odio alla sua fede cristiana. Ho letto il libretto scritto da Matteo Fanelli, “13 Aprile 1945. La lotta partigiana e il martirio di Rolando Rivi”, pubblicato da Edizioni Itaca (2022). L’autore parte da questo assassinio per poi allargare la sua attenzione alle vicende della Resistenza partigiana, in particolare in Emilia-Romagna. Temi affrontati senza censure o pregiudizi ideologici e senza alcuna volontà di rivalsa o di demonizzazione dell’avversario. E’ la preoccupazione dell’autore e di chi presenta il libro come Andrea Caspani ed Emilio Bonicelli. L’opera di Fanelli prende le mosse da una sintetica presentazione della vita e del martirio del giovane Rolando per occuparsi del movimento partigiano nella zona appenninica reggiana, dove si è sviluppato un tenace movimento partigiano, che aveva una pluralità di esponenti politici. Il testo dà conto della diversità dei resistenti del territorio reggiano-modenese, la diversa strategia adottata dai gruppi partigiani comunisti che seguivano l’ideologia di odio e i partigiani “bianchi”, la componente democratica-cristiana. Da parte comunista si tendeva a condurre la guerra partigiana senza esclusione di colpi, da parte democristiana, si tendeva a “umanizzare” il più possibile la lotta. Tuttavia, a prevalere, di solito, erano i comunisti. Probabilmente proprio qui si è sviluppata maggiormente la vera resistenza partigiana ai nazi-fascisti. Ormai sono in tanti a sostenere che a sconfiggere il nemico occupante nazista e i fascisti che combatterono al loro fianco furono le forze angloamericane che bombardarono a tappeto le città italiane uccidendo ben settantamila civili. Il 2° e il 3° capitolo del libro, Fanelli tratta le diverse resistenze, combattute principalmente nel Nord Italia, individuando “Tre guerre” che stanno combattendo i cosiddetti partigiani rossi o bianchi che siano. Molti ne approfittarono per combattere la propria guerra, carichi di odio e con processi ed esecuzioni sommarie di fascisti o presunti tali. Come premessa, Fanelli ci tiene a precisare che la Chiesa nel contesto della guerra civile, è stata spesso l’unica istituzione in grado di assistere la popolazione civile. La Chiesa aveva già espresso la sua condanna sia all’ideologia nazista che a quella comunista. Anche se non ha mai riconosciuto il regime di Salò. E tuttavia Fanelli insiste nel contestualizzare sempre gli accadimenti di quel periodo. Il libro fa riferimento al cosiddetto “Triangolo della morte”, dove si svolsero i maggiori crimini, le esecuzioni, le violenze, sui sacerdoti, sui civili. Si accenna al caso del sacerdote Umberto Pessina, ucciso dai comunisti a un anno della fine della guerra. E poi al ruolo di Togliatti e della doppiezza del Pci, che in pubblico sosteneva il modello democratico, mentre in segreto, cercava di portare a compimento la resistenza come processo rivoluzionario. Tuttavia, la strategia staliniana prevedeva che il nostro Paese dovesse stare sotto l’ombrello statunitense. Interessante il dibattito sul revisionismo storico e l’uso pubblico della storia (se ne parla nel 7° capitolo) L’autore cita lo storico Renzo De Felice, che ha avuto il merito di raccontare la verità sul Ventennio e poi il caso del giornalista Giampaolo Pansa con i suoi libri a metà tra il pamphlet e il romanzo. Sicuramente non sono saggi. Dal dibattito emerge che la ricerca storica è sempre importante e che esiste un revisionismo strutturale in ambito storiografico, che mette in discussione, attraverso l’acquisizione di nuova documentazione, la versione consolidata di un determinato evento storico.
Il testo si compone di Nove capitoli. Fanelli descrive il mondo contadino ed ecclesiale in cui è cresciuto Rolando e presenta le ragioni sociali, le contrapposizioni e le azioni dei vari gruppi partigiani della zona. In particolare, si sottolinea l’aspetto ideologico antireligioso dei partigiani che porterà all’assassinio del giovane seminarista. “Domani un prete in meno”, dissero gli esecutori dell’abominevole delitto. Fanelli, non ha voluto fare un testo agiografico né di Rolando, né della resistenza, ma si è limitato a raccontare quello che è successo in quel contesto storico della guerra. Il rischio che si corre quando si affrontano questi efferati crimini è che si venga accusati di strumentalizzare l’episodio. Fanelli, cita una frase di san Giovanni Paolo II: “Se ci vantiamo di questa eredità, non è per spirito di parte, né tanto meno per delle idee di rivalsa nei confronti dei persecutori, ma perché sia resa manifesta la straordinaria potenza di Dio che continua ad agire in ogni tempo, sotto ogni cielo”. E sempre sul rischio strumentalizzazione, c’è una dichiarazione del vescovo di Reggio Emilia monsignor Massimo Camisasca: “la riconciliazione non può avvenire attraverso la negazione della verità storica. Nessuno deve avere paura della verità storica. Se c’è un male che è stato compiuto dobbiamo denunciarlo: dobbiamo perdonare coloro che l’hanno compiuto, ma non nascondere ciò che è accaduto”. Allora, fa bene Bonicelli nella postfazione, a descrivere come è stato ucciso il ragazzo seminarista, praticamente ha subito una vera passione simile a quella di Nostro Signore. A costo di allungare il testo, credo sia utile riportare la descrizione. Con una cinghia gli lacerarono la carne. “Come il flagello con cui colpirono Gesù. I persecutori strapparono di dosso ala seminarista la talare, quella veste il ragazzo tanto amava, perché segno visibile della sua appartenenza a Cristo e alla Chiesa. Come il Signore, spogliato delle vesti e schernito dai soldati romani”. Poi i partigiani presero a calci la talare come segno di disprezzo. Il 13 aprile era venerdì, lo stesso giorno della morte di Gesù sulla croce. Rolando fu ucciso in odio alla sua fede cristiana. Il commissario politico sparò due colpi di pistola mentre il seminarista era in ginocchio. Solo la domenica mattina, come Gesù, il corpo di Rolando fu trovato dal padre Roberto e il parroco don Camellini, lo portarono in chiesa a Monchio per celebrare il funerale. Di Rolando non si possiedono testi scritti, c’è il ricordo di solo qualche frase, una in particolare: “Io sono di Gesù”. L’8° capitolo si occupa del percorso per la beatificazione di Rolando Rivi. Grazie ai miracoli che gli sono stati attribuiti, tutti documentati e poi la conoscenza nel mondo di questo “Immacolato agnello”, anche con il contributo dei vari comitati che nel frattempo sono stati costituiti, il 5 ottobre 2013 a Modena, Rolando viene beatificato. E si fissa anche la sua festa nel calendario liturgico per il 29 maggio. L’ultimo capitolo tratta della riconciliazione, c’è la toccante intervista ai cugini di Rolando Rivi, Sergio e Alfonso Rivi, è tutta da leggere. Infine, la toccante riconciliazione della figlia del partigiano che ha ucciso Rolando, Meris che si è recata alla Pieve di San Valentino per portare un segno di pace. Il vescovo Camisasca non ha esitato a definire il gesto come un vero e proprio “miracolo”.
Torino, 24 aprile 2025
S. Fedele da Sigmaringen
sacerdote e martire. DOMENICO BONVEGNA