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Cristo-luce-del-mondo-abbraccio-di-pacedi GIUSEPPE MERISI*
Mi sono sentito interpellato anch’io, come molti penso, dall’intervento di monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Conferenza episcopale italiana («Avvenire», 15 agosto 2013), sull’impatto della testimonianza e dell’iniziale magistero di Papa Francesco, con il cammino delle nostre comunità ecclesiali, per me in particolare con l’impegno caritativo delle nostre comunità impegnate sul fronte della solidarietà nei confronti dei poveri e degli ultimi. Gli interventi di Papa Francesco, penso a Lampedusa, ai temi della misericordia e delle “periferie”, ma anche alla grande passione evangelizzatrice dell’enciclica Lumen fideie della Giornata mondiale della gioventù, hanno toccato il cuore e scosso le abitudini di tanti credenti, preti e laici, e propongono interrogativi, se non sulla sostanza dell’impegno che può essere solo confermato, certo sulle modalità e sugli obiettivi di medio-termine dell’impegno stesso.
Credo che la prima riflessione debba riguardare la vita e la dedizione della comunità stessa (diocesi, parrocchie, aggregazioni) che deve approfondire e rinnovare lo slancio evangelico che sa coniugare la passione per la verità e il dono della carità, indissolubilmente legati fra di loro dal riferimento alla Pasqua di Gesù. La competenza e la professionalità, sempre necessarie, e l’a l t re t -tanto necessaria ricerca dei mezzi, non possono mai coprire o diminuire la dedizione e la condivisione, naturalmente da vivere secondo vocazione e ministero ecclesiale. In questa linea il motuproprio Sul servizio della carità di Benedetto XVI, aiuta a camminare nella stessa direzione, chiedendo a diocesi e vescovi di assumere la diretta responsabilità delle iniziative messe in campo per aiutare poveri e sofferenti. Il rispetto delle forme previste dalla legge canonica e da quella civile per queste iniziative, non può e non deve far dimenticare il cuore e la passione che nascono dal Vangelo; e gli ambiti di coordinamento con le Caritas diocesane, devono aiutare il senso di comunità, la voglia dell’impegno e la continuità del servizio. Su questo tema dell’imp egno, coordinato e continuativo, da parte di tutta la comunità, ci si è già espressi nel decennio dell’educazione sollecitando le comunità ecclesiali, per tutti gli archi di età e a tutti i livelli, a proporre e a sostenere iniziative di tipo educativo per aiutare la formazione e la retta abitudine a pensare agli altri, e a vivere sempre la prossimità evangelica, a partire dai poveri, dagli ultimi, dagli emarginati. Dicevamo dell’impegno di carità secondo vocazione e ministero ecclesiale: nel rispetto di ogni situazione e di ogni personale inclinazione, è bene che la comunità aiuti anche la formazione permanente degli adulti, perché le famiglie, i gruppi ecclesiali e le aggregazioni, e appunto tutta la comunità, rendano quotidiana testimonianza della attenzione prioritaria ai poveri, accogliendo e scoprendo le situazioni e le persone da aiutare. Una seconda osservazione riguarda il rapporto tra l’aiuto ai poveri e la povertà della Chiesa. Anche qui c’è da coniugare lo slancio evangelico con le realistiche possibilità delle comunità ecclesiali, attraverso una configurazione appropriata della comunità (gestione amministrativa corretta, consigli di partecipazione, ruolo di Caritas e associazioni laicali, rispetto di norme), nell’apertura verso le difficoltà e i drammi della gente. Il carattere profetico del nostro cammino ecclesiale si deve nutrire di condivisione, di giustizia, di sobrietà personale e comunitaria, e, come si diceva, di partecipazione di tutta la comunità alle scelte di fondo a favore degli ultimi. La grande opportunità offerta dall’8 per mille e dalla generosità dei fedeli, deve trovare in tutta la Chiesa, in tempi di emergenza e anche di tranquilla ordinarietà, l’“occhio buono” e il “cuore aperto” necessari per guardare con amore le povertà di chi abita da sempre con noi e di chi viene da lontano. Una terza riflessione riguarda il rapporto con le istituzioni pubbliche, e per sé anche con le iniziative di origini diverse dalle nostre. Nel rispetto di tutte le leggi siamo invitati a contribuire alla sensibilizzazione e alla formazione sui valori di giustizia e di solidarietà che devono animare il cammino della società civile, sapendo che questo lavoro formativo, anche nella vita pubblica, ha bisogno di parole chiare e di esempi trascinanti, capaci di convincere e di commuovere. Si tratta poi di mettersi a disposizione per collaborare con le istituzioni in ogni campo in cui la collaborazione è possibile, come è accaduto, con riconoscimento unanime, nei momenti difficili delle emergenze (terremoti, immigrati, calamità), e come è bene che continui ad avvenire, dopo le opportune consultazioni, sempre nel rispetto delle competenze. La distinta responsabilità non deve togliere mai spazio alla collaborazione generosa e solidale per l’autentico bene comune, che tiene conto di tutti i valori che fede, coscienza e diritto naturale, non mancano di richiamare. Le iniziative ecclesiali che vengono dal Vangelo non nascondono la loro identità cristiana, rifiutano ciò che si oppone alla vita e alla sua salvaguardia, ma ambiscono con tutti gli altri, a testimoniare il dono di sé nella carità generosa per promuovere l’autentica umanizzazione della gente del nostro tempo e dei nostri territori.

*Vescovo di Lodi presidente di Caritas Italiana

© Osservatore romano 14 settembre 2013