Una teologia della vita quotidiana nella spiritualità di Maria Bolognesi, che viene beatificata il 7 settembre a Rovigodi RAFFAELE TALMELLI*
Una vita offerta per la santificazione dei sacerdoti. È quella di Maria Bolognesi, che il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, in rappresentanza di Papa Francesco, beatifica sabato 7 settembre, a Rovigo. Nata il 21 ottobre 1924 a Bosaro (Rovigo), condusse un’esistenza segnata sin dall’inizio da miseria e malattie. Da adolescente dovette assumere grandi responsabilità per aiutare i genitori nel lavoro dei campi e nell’educazione dei suoi sette fratelli. Per queste ragioni, poté frequentare solo la prima elementare.
Dal 1943, come segno della sua personale consacrazione, indossò un abito nero che le attirò anche critiche e ostilità. Sostenuta da generose famiglie di benefattori che la accolsero in casa loro come figlia, la Bolognesi spese la sua vita al servizio degli ultimi. Devota al Cristo sofferente, visse una singolare comunione con la sua passione, della quale ebbe nitida visione per tutta la vita e, a partire dal 1944, ne portò misticamente i segni nel suo corpo. Questa esperienza si tradusse nel riconoscimento della presenza del Cristo nei mille volti della sofferenza umana, che lei cercò di servire con amore e dedizione totale, divenendo per tutti paziente sorella, affettuosa madre e illuminata consigliera. La sua intensa attività caritativa dovette progressivamente ridursi a causa dell’aggravarsi delle tante malattie da cui era affetta. Trascorse lunghi anni di infermità e di sofferenze, finché la notte del 30 gennaio 1980 concluse a Rovigo il suo cammino terreno. Tra i cardini della sua spiritualità ci fu anzitutto la confidenza fanciullesca che ebbe con il Signore, frutto di un amore appassionato e pieno di fiducia. Parlando del suo rapporto con Gesù, così si esprimeva: «Lui già sa di cosa abbiamo bisogno; non è per informarlo che dobbiamo pregare! Guarda i bambini, l’unico modello che ci ha proposto Gesù: loro non si fanno tanti scrupoli, ma vanno dalla mamma anche per una caramella. È così che ci vuole il Signore». Maria Bolognesi ha vissuto una vera “teologia della vita quotidiana”, una spiritualità tutta orientata a far percepire la presenza di Dio in ogni avvenimento. Per lei potrebbe certamente valere il motto di Guy De Larigaudie: «È ugualmente bello sbucciare patate per amore del buon Dio, quanto costruire cattedrali». Maria ebbe chiarissimo fin dall’infanzia che il rapporto con Dio significava anche un rapporto personale e profondo con la Chiesa. Comprese molto presto che l’esercizio dell’obbedienza non era tanto una questione intellettuale, ma un esercizio della volontà, per conformare la nostra volontà a quella di Dio. Per lei l’obbedienza andava ben al di là dell’esecuzione di ordini formali: era una vera ascesi necessaria per comprendere e attuare la reale volontà dei superiori, nella certezza che quella fosse la via maestra per realizzare il «sia fatta la tua volontà» che chiediamo nel Padre Nos t ro . Si trovò ad attraversare il periodo che seguì il concilio Vaticano II, anni particolarmente carichi di fremiti e di contrasti, dai quali la Chiesa non fu certo risparmiata e che indussero una vera crisi di identità in tanti sacerdoti. Maria, eccetto il Vangelo e l’Imitazione di Cristo, non aveva mai letto nemmeno un libro, ma capiva bene che ogni vero rinnovamento non poteva prescindere da un profondo rapporto personale con Cristo nella piena ubbidienza alla Chiesa. E su quella via cercò di instradare coloro che a lei si rivolgevano. Con molta semplicità invitava ad «amare la Chiesa madre e maestra» e, se talora si poteva anche «discutere con la maestra, mai si doveva smettere di amare la madre». Ripeteva con semplicità: «Non ha Dio per Padre chi non ha la Chiesa per Madre». Visse l’unione sponsale col Cristo e, fin dalle prime rivelazioni private, intuì di essere chiamata a una particolare partecipazione alla dimensione sacrificale del sacerdozio: capì di dover offrire la sua vita per la santificazione del clero, così come aveva chiesto Pio X nell’esortazione apostolicaHaerent animodedicata al clero in occasione del suo cinquantesimo anniversario di sacerdozio. Da ultimo, va sottolineato che l’app ello della nuova beata è anche un richiamo al valore dell’uomo specialmente quando questi sembra aver perduto ogni utilità sociale, e povertà e malattia sembrano ridurlo a un peso inutile destinato alla eliminazione. Ecco allora affacciarsi il misterioso e trascendente valore della sofferenza pazientemente e persino gioiosamente accettata: un autentico “ap ostolato della sofferenza” offerta e vissuta in un’ottica di generosa associazione alla passione del Signore.
*Postulatore della causa di canonizzazione.