di INOS BIFFI San Bartolomeo. È uno degli apostoli celebrati da Paul Claudel nell’anno di Dio, quando, sotto il passo e il ritmo dell’anno terrestre, «scorre un altro anno, quello del Cielo, quello del Calendario, la cui corona luminosa e la cui ghirlanda (...), ricominciando sempre sull’immutabile itinerario di cui Cristo ha fissato le tappe, ci introducono all’ufficio eterno».
L’inno in onore dell’apostolo — di non facile esegesi e composto per la Corona benignitatis anni Deiintorno al 1912 — è aperto con aria trionfale, quasi temeraria: il martirio è una liberazione, la morte una vittoria, il carnefice uno sconfitto, che merita impietosamente irrisione e scherno: «Lodato sia Dio che annienta il male e ci libera dal timore!». Perché «La sofferenza non porta più con sé il dolore, e la morte stessa è privata del suo pungiglione / Siamo dunque finalmente liberi! (...) Il fuoco bruciante venga pure acceso! / I carnefici affondino pure le loro ferraglie e brandiscano le loro piccole asce ridicole!». In realtà, ecco «la gioia di vedere il più forte piegarsi d’improvviso» (esclama il poeta: «Oh, gran Dio, non è troppo caro pagare la vittoria con la morte!»); la gioia di vedere il nemico pervaso dal turbamento e , «a un singhiozzo spaventoso (...) la parete dell’Inferno aprirsi (...) sotto il segno della Croce!». E prosegue l’inno in tono di sfida: «Ah! Prendete le nostre donne e i nostri fanciulli! Prendete i nostri beni! Prendete tutto! Prendete la mia vita! (...) Prendete la mia pelle. Che importa, dal momento che il mio cuore appartiene a Voi». A parlare è ormai lo stesso apostolo, fin troppo crudamente raffigurato cosparso dal rosso vivo del suo sangue, e al quale non importa nulla di ciò che lo avvolge esteriormente. Nel suo martirio è stato scorticato: «Bartolomeo non è stato mutilato e non gli manca nessuna delle due mani. / Non hanno legato i piedi dell’Apostolo, non hanno recisa la sua lingua, / come una sciabola l’hanno sguainato dal suo fodero e hanno messo a nudo all’aria aperta l’Angelo insanguinato del Signore e l’uomo rosso che era all’interno». Così, «niente ha più presa su di te. Tu non hai più involucro né capelli / Apostolo veramente nudo! Atleta veramente spoglio! / Santo veramente dalla carne circoncisa ed escoriato di ciò che era insudiciato». Bartolomeo, il «Giudeo in cui non c’è macchia», è ormai irriconoscibile: «Non hai più pelle né volto e non si sa più chi tu sia». È però, ben riconosciuto da Dio: «Ma Lui non ha dimenticato il Suo Apostolo e ti riconosce. / Mettiti qui. Non è necessario il corpo per entrare dal Padre! / Non c’è bisogno del volto per far tremare il mondo e provocare l’eclissi dell’immenso Inferno». Là dove avviene l’annullamento umano, come nel martirio più crudele e devastante, la forza divina sa prevalere. C’è una realtà interiore indistruttibile che non può essere levata via come una corteccia. Quello che ha valore agli occhi di Dio ed è destinato a stravincere risiede di là dell’apparenza, anche la più imbruttita e sfigurata. Com’è detto nel libro della Sapienza: «I giusti sono nelle mani di Dio, e nessun tormento li toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace» (3, 1-3). È quanto esemplarmente si è avverato per l’apostolo Bartolomeo e che con evidente compiacenza Paul Claudel — dalla tempra forte e non di raro provocatoria — ha icasticamente rievocato.