Patrizia CaiffaÈ una situazione doppiamente dura e drammatica quella che stanno vivendo, a causa del coronavirus, il personale sanitario e i pazienti della Fondazione I.P.S. Cardinal Giorgio Gusmini onlus, con sede a Vertova, paesino di cinquemila abitanti in Val Seriana. Siamo a 10 chilometri da Alzano Lombardo e Nembro, i due comuni con il più alto numero di contagi e vittime nel Bergamasco. Uno dei consiglieri della fondazione, Ivo Cilesi, 61 anni, è stato tra le prime vittime del coronavirus: era tra i massimi esperti di Alzheimer e aveva inventato la “terapia della bambola”.
«Ogni giorno due nostri colleghi devono restare a casa. In questa zona il contagio è quotidiano. Sono già sessantaquattro gli operatori sanitari in malattia»: a parlare, a titolo personale, è Federico Trebbi, 43 anni, bolognese, operatore socio-sanitario. Attualmente nella struttura un medico ha sicuramente contratto il virus. Degli altri sessantaquattro non si sa, per motivi di privacy. «Ma per chi come noi lavora in un contesto così delicato e a rischio, sarebbe indispensabile saperlo», dice Trebbi.
L’ansia, la tensione, la fatica, la paura serpeggiano ai massimi livelli da queste parti. La struttura accoglie 250 pazienti: dalle residenze sanitarie assistite per anziani al reparto hospice che accompagna i malati terminali. Altrettanti sono gli operatori. Trebbi lavora nel reparto per malattie neurovegetative (persone con ictus o gravi patologie cerebrali), altamente specializzato nella sclerosi laterale amiotrofica e accreditato con il Servizio sanitario nazionale. «Il 90 per cento dei nostri pazienti non sono consapevoli — spiega — ma per i malati di Sla è durissima. Sono costretti all’immobilità fisica a letto ma la mente è lucida e possono guardare la tv. Sono ben consapevoli di ciò che sta accadendo». Gli operatori socio-sanitari si occupano della fase assistenziale che comporta il maggior contatto con il paziente: igiene personale, mobilitazioni, sollevamento dai letti per metterli in carrozzina. Sono pazienti attaccati al respiratore, va fatta la broncoaspirazione, vanno cambiati perché altrimenti rischiano piaghe da decubito. Tutte operazioni che comportano una distanza inferiore a quella di sicurezza di un metro, da svolgere in due. Con un lavoro di questo genere è altissimo il rischio di contrarre il virus. Tant’è che dopo settimane trascorse in una stanza separata rispetto al resto della famiglia, ora Federico ha scelto di andare a vivere in un appartamento da solo. Una decisione sofferta ma inevitabile, per non rischiare di trasmettere un eventuale contagio ai familiari, tra cui due ragazzi di 7 e 17 anni. Ha un groppo in gola quando ne parla. Una comprensibile emotività che chiunque faticherebbe a tenere a bada: «Ho una grande paura di fare del male alle persone che amo. Cerco solo di fare il mio dovere e lavorare senza pensare troppo. Ma è veramente difficilmente, moralmente e concretamente». Nelle poche ore libere dai turni continuativi per sostituire i colleghi malati, trova sollievo nella scrittura. Una sorta di diario personale terapeutico «per provare a esorcizzare ciò che sta accadendo, ma la solitudine è fortissima. E speriamo che questo momento di prova serva a qualcosa». La sua speranza «è che gli italiani rispettino le regole. Perché se non siamo uniti diventiamo una barca destinata ad affondare. Bisogna assolutamente avere il massimo rispetto delle indicazioni delle istituzioni. In Lombardia — afferma Trebbi — servirebbe un blocco alle attività economiche non necessarie per evitare che diventi una strage». È quanto stanno chiedendo in queste ore anche le istituzioni locali, dopo che il Governo ha dichiarato l’intera Italia “zona protetta”.
«Il problema in questo momento non è più il virus, è la gente. La nostra struttura ha fatto tutto quello che poteva per seguire alla lettera le indicazioni dell’Istituto superiore della sanità. Ma fuori tutti hanno continuato a svolgere la stessa vita di prima, con contatti umani e sociali. Fino a lunedì i bar erano pieni fino alle 18, la gente in giro», lamenta l’operatore. In reparto indossano ogni giorno le mascherine chirurgiche e solo da qualche tempo sono state vietate le visite dei parenti. Ma la paura è che, prima delle restrizioni, qualcuno abbia portato la malattia dentro. «Siamo certi — puntualizza — che intorno a noi ci siano molti più ammalati di coronavirus di quanti siano stati ufficialmente dichiarati».
Un lavoro difficile e delicato quello degli operatori socio-sanitari che «non si può interrompere perché altrimenti la gente muore. Un mestiere complicato che non si fa per soldi perché guadagni 1100 euro al mese lavorando 38 ore a settimana. Ma hai nelle mani la vita di queste persone. Lo fai per dare sollievo agli altri. Ma oggi con il coronavirus è diventato tutto molto più complicato. Moralmente non me la sento di licenziarmi e riparlarne tra due mesi. Se facessimo tutti così morirebbero più pazienti per altre patologie».
Trebbi snocciola storie di persone vicine toccate direttamente dal covid-19. C’è tanta preoccupazione e incertezza: «Una persona anziana e cardiopatica è a casa con una febbre molto alta da cinque giorni. Non sono ancora riusciti a debellarla con gli antibiotici. Il figlio ha dovuto portare al padre il saturimetro per vedere il livello di ossigenazione nel sangue perché il medico curante non è andato a domicilio». Suoi conoscenti che lavorano in rianimazione nell’ospedale di Bergamo gli raccontano che ci sono anche tanti giovani intubati. L’unica cosa che si può fare nelle strutture sanitarie è «mettersi il più possibile nelle condizioni di lavorare in sicurezza: mascherine chirurgiche, lavarsi le mani, utilizzare la soluzione alcolica e avere il minor numero di contatti con i pazienti e con gli altri operatori socio-sanitari». Federico chiede, in particolare, informazioni più chiare: «In caso di contagio conclamato ci dovrebbe essere un isolamento totale, anche tramite l’abbigliamento dell’operatore entrato in contatto con il contagiato. Non esiste la possibilità di ingannare questa malattia se non si va tutti in un’unica direzione. La cosa che chiedo è che la gente prenda coscienza dei rischi e le istituzioni agiscano di conseguenza. Questo vale anche per noi operatori sanitari: non abbiamo bisogno di eroi ma di gente che usi la testa».
© Osservatore Romano - 12 marzo 2020