Home

Liturgia

Formazione

Rassegna stampa

Search

Risorse

Sostienici

Home
pelagius1Dal punto di vista teologico il pelagianesimo è l’eresia secondo la quale l’uomo può compiere i primi e fondamentali passi verso la salvezza con le proprie forze, a prescindere dalla grazia divina. Storicamente fu un movimento ascetico formato da elementi disparati uniti sotto il nome del teologo ed esegeta britanno Pelagio, che insegnò a Roma tra la fine del IV secolo e l’inizio del V .
In sostanza il pelagianesimo fu un movimento di laici, aristocratico per tono e per appartenenza, che sorse a Roma attorno al 380 nei circoli che ammiravano san Girolamo. Godette di grande popolarità in Sicilia, dove molti suoi seguaci romani possedevano proprietà e dove si affermò un teologo locale, l’anonimo scrittore alle volte chiamato il «britanno siciliano». Il grande contributo di Pelagio al movimento fu di offrire una teologia che scagionava l’ascetismo cristiano dall’accusa di manicheismo, evidenziando la libertà dell’uomo di scegliere il bene in virtù della natura donatagli da Dio. Non sembra che Pelagio fosse molto interessato alla dottrina del peccato originale; il rifiuto della trasmissione del peccato originale, a quanto pare, fu introdotto nel pelagianesimo da Rufino il Siro che influenzò Celestio, seguace di Pelagio. Nel 409, o 410, quando Roma fu minacciata dai goti, Pelagio e Celestio lasciarono l’Italia per l’Africa, da dove Pelagio si trasferì presto in Palestina. Celestio fu in seguito accusato da Paolino di Milano di negare la trasmissione del peccato di Adamo ai suoi discendenti. Fu condannato dal concilio di Cartagine nel 411 e si rifugiò a Efeso. Poco dopo sant’Agostino iniziò a predicare e a scrivere contro la dottrina pelagiana, anche se continuò a trattare Pelagio con rispetto fino al 415. Quell’anno Pelagio fu accusato di eresia dal prete spagnolo Orosio, che era stato inviato da Agostino a Betlemme per incontrare Girolamo. Pelagio riuscì tuttavia a difendersi in un sinodo diocesano a Gerusalemme e in un sinodo provinciale a Diospolis (Lydda). I vescovi africani a ogni modo condannarono Pelagio e Celestio in due concili, a Cartagine e a Milevi, nel 416, e convinsero papa Innocenzo I (410-417) a scomunicarli. Celestio si recò a Roma e colpì a tal punto il successore di Innocenzo, Zosimo (417-419), da fargli riaprire il caso. I vescovi africani rimasero fermi sulle loro posizioni e nel concilio di Cartagine, il 1º maggio 418, stabilirono nove canoni, affermando in termini perentori la cosiddetta dottrina “agostiniana” della caduta e del peccato originale. Nel frattempo, il 30 aprile, l’imperatore Onorio (395-423), forse su pressione dei vescovi africani, emanò un decreto imperiale che denunciava Pelagio e Celestio. Poco dopo papa Zosimo si pronunciò contro di loro e con la sua Epistola tractoria (418) riaffermò il giudizio del suo predecessore. Ma lo stesso Pelagio era poco incline a continuare la lotta. Scompare dalla storia e da quel momento non si sa più nulla di lui. Trovò comunque un nuovo difensore in Giuliano di Eclano, che condusse un dibattito letterario molto aspro con Agostino, concluso solo con la morte di quest’ultimo nel 430. Nel 429 Celestio si era rivolto a Nestorio affinché intercedesse per lui presso papa Celestino I , ma fu condannato, insieme ai suoi sostenitori, come lo stesso Nestorio, nel concilio di Efeso del 431. Le dottrine identificate da quel momento in poi come pelagiane continuarono a trovare buona accoglienza in Britannia, dove fu necessario l’intervento di Germano d’Auxerre per sradicare l’eresia, mentre in Gallia il dibattito sulla grazia diede vita al movimento chiamato in modo fuorviante “semip elagianismo”. Consisteva nel rifiuto della dottrina estrema della predestinazione di Agostino, senza peraltro approvare Pelagio. La controversia continuò in Gallia durante il V secolo e una formula teologica soddisfacente fu raggiunta solo nel secondo concilio di Orange, nel 529, grazie all’influenza di Cesario di Arles. Ciononostante il pelagianesimo riapparve continuamente nel medioevo, per riesplodere di nuovo con la Riforma.

© Osservatore Romano - 2marzo 2018