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casamari«Parola di Dio ed edificazione della città sono in stretta relazione», perché la prima «non rimane solo discorso, ma conduce a edificare, è fonte d’iniziativa, di azione concreta e senza di essa non c’è città né comunità». Lo ha sottolineato il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, presiedendo venerdì scorso, 15 settembre, a Casamari, la messa per l’ottavo centenario della consacrazione della basilica dell’abbazia cistercense.
Inviato nel Frusinate come legato pontificio, il porporato all’omelia ha spiegato che «la festa della dedicazione di una chiesa celebra la memoria del solenne rito con il quale si consacrano al culto particolari edifici, sottraendoli a ogni uso profano e convertendoli in case di Dio e luoghi di preghiera». Quindi ha ricordato che Papa Onorio III in persona, «con l’intento anche di onorare la fedeltà di questo monastero alla Sede apostolica», giunse a Casamari «insieme a cardinali, vescovi e membri della Curia romana, per consacrare» l’attuale basilica, «la terza in ordine di tempo dalla fondazione del monastero, innalzata in soli quattordici anni, sotto la direzione di fra Guglielmo da Milano, e dedicata alla Vergine assunta in cielo e ai santi Giovanni e Paolo, martiri romani». Per questo, ha sottolineato il legato pontificio, Francesco, «il successore di Pietro, ha voluto ancora una volta essere con noi in maniera speciale, nominando un suo rappresentante, che porti a tutti, e in primo luogo ai monaci cistercensi, il suo saluto ed esorti a una sempre più diligente imitazione della vita di Cristo, a una sempre più profonda adesione alla Chiesa e al Vangelo e a una crescita quotidiana nell’a rd o re della fede, della speranza e della carità». Successivamente il celebrante ha commentato le letture liturgiche. La prima, tratta dal libro del profeta Neemia, richiama la ricostituzione del popolo di Israele e della città santa di Gerusalemme dopo il ritorno dall’esilio. «Il popolo eletto ha bisogno di ricevere un indirizzo per orientare la sua vita nella verità e nella giustizia e si rende conto che non può darselo da sé, ma deve provenire da Dio» ha detto il cardinale. Infatti, ha chiarito, «è la parola di Dio, solennemente proclamata e spiegata, che convoca e riedifica il popolo dell’antica alleanza». E in tal modo la stessa «inaugura una nuova ora della storia di Israele. Tutti vengono invitati al banchetto solenne ed esortati alla generosità verso gli indigenti, perché ognuno possa partecipare alla gioia». Attualizzando la riflessione il cardinale ha spiegato che «in modo analogo anche noi siamo invitati a raccoglierci per il banchetto nel quale il Signore si offre, perché a nostra volta possiamo offrirci al prossimo nei suoi bisogni materiali e spirituali, nella sua sete di verità, di vita, di essere accolto e condotto a Cristo». Dunque, ha proseguito, «l’edificio materiale della chiesa esiste perché la parola di Dio possa essere ascoltata, spiegata e compresa, perché operi la sua efficacia, come forza di verità e di giustizia. L’edificio materiale esiste perché in esso possa avere inizio la festa escatologica a cui Dio vuol far partecipare l’umanità sin da ora». Con questa premessa si comprendono meglio la seconda lettura, tratta dalla prima lettera di Pietro, e il brano evangelico in cui l’apostolo confessa la fede nel Figlio di Dio. Pietro, ha affermato il segretario di Stato, «riconosce prima e annunzia poi ai destinatari della sua lettera che Gesù, il vivente risorto» è “pietra viva” sebbene le due parole sembrino in contrasto. Infatti «alla pietra sono abitualmente associate caratteristiche di materialità e pesantezza, mentre qui la pietra è detta “viva”, quasi a tenere insieme i due aspetti del mistero pasquale: la morte e la risurrezione». Quindi «avvicinarsi a Cristo, pietra viva, significa condividere il suo destino, in quanto è e resta lui la pietra “rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a D io”. Non c’è nella Chiesa altra pietra angolare che Cristo. Pertanto i credenti devono “lasciarsi edificare” su di lui come altrettante pietre vive». Inoltre, ha continuato il cardinale Parolin, la metafora della pietra evoca un ricordo nel cuore di Pietro, accompagnato da un senso di gratitudine verso il maestro. L’apostolo infatti «testimonia che l’unica roccia sulla quale poggia l’edificio del popolo nuovo è Cristo». Ecco perché «Pietro rivolge l’accorato invito che è necessario avvicinarsi a Cristo, pietra di fondamento. Cresce così la costruzione di un edificio immateriale, un nuovo tempio, un edificio spirituale». Infatti, «mediante un’azione misteriosa, in ciascuna pietra e su tutto l’insieme, lo Spirito va costituendo una “famiglia” spirituale, una nazione santa, eletta». E la comunità di quanti sono chiamati, «per divina e gratuita elezione, a fare il passaggio dalle tenebre alla luce della verità, dalla morte del peccato alla vita della grazia, costituisce il nuovo popolo di Dio, il popolo della nuova e definitiva alleanza, la Chiesa santa e universale». Quest’ultima dunque, ha evidenziato il cardinale Parolin, «non è soltanto un edificio sacro, ma una comunità di credenti che professano il Dio vivo e attestano, come Pietro, che Cristo è il redentore del mondo». E, ha concluso il legato pontificio, «la professione di fede di Pietro è il fondamento incrollabile della Chiesa».

© Osservatore Romano - 18-19 settembre 2017