Esercizi spirituali sotto la guida di Bacon, Cartesio e Spinoza
Che la filosofia non sia solo un’attività teorica ristretta a pochi accademici era già stato mirabilmente detto nell’incipit dell’enciclica di Giovanni Paolo II Fides et ratio, in cui si ricordava che i grandi temi della speculazione, come il principio di causalità, la libertà, il concetto di persona, per non citare che i maggiori: «indicano che, a prescindere dalle correnti di pensiero, esiste un insieme di conoscenze in cui è possibile ravvisare una sorta di patrimonio spirituale dell’umanità. È come se ci trovassimo dinanzi a una filosofia implicita per cui ciascuno sente di possedere questi principi, anche se in forma generica e non riflessa» (Fides et ratio 4). Tale patrimonio implicito costituisce la bussola con cui ciascuno orienta di fatto la propria vita, come è ancora l’enciclica ad affermare: «Quanto alle verità filosofiche, occorre precisare che esse non si limitano alle sole dottrine, talvolta effimere, dei filosofi di professione. Ogni uomo, come già ho detto, è in certo qual modo un filosofo e possiede proprie concezioni filosofiche con le quali orienta la sua vita» (Fides et ratio 30).

Il lavoro di Simone d’Agostino, Esercizi spirituali e filosofia moderna. Bacon, Descartes Spinoza (Pisa, ETS 2017) va in questa direzione. L’autore, docente di Storia della filosofia moderna presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, riprende l’impostazione dello storico francese Pierre Hadot per il quale «la filosofia, prima di diventare un discorso solamente teorico, è nata e ha continuato a lungo a essere un intreccio inscindibile di teoria e prassi. A partire da Socrate, poi lungo l’età antica e fino all’epoca ellenistica e romana: “la filosofia si presenta dunque come un modo di vivere, come un’arte della vita, come una maniera di essere”». Per questo, Hadot utilizza l’espressione Esercizi spirituali per designare l’attività filosofica. Occorre evitare di confondere tali esercizi spirituali filosofici con i più celebri Esercizi ignaziani, anche se entrambi hanno in comune il ritenere tali pratiche fondamentali per ottenere una radicale «trasformazione di sé».
Per Hadot, l’avvento del cristianesimo ha costituito una sorta di depotenziamento di questa funzione della filosofia, assorbita dall’attività più esplicitamente spirituale ricoperta dalla religione. Nella modernità però, con il progressivo distacco dall’impianto filosofico e teologico scolastico, essa riappare in tutta la sua freschezza. Sulla scorta anche delle indagini di Michel Focault, è tornata in auge la considerazione del rapporto tra filosofia e ascesi spirituale, con particolare attenzione al metodo per poter raggiungere la verità, come afferma D’Agostino: «Al contrario, molto più recente e ancora ai suoi inizi risulta l’indagine circa la questione dei rapporti, all’interno della filosofia dell’età moderna, tra le condizioni di spiritualità e il metodo necessario per raggiungere la verità; una questione che Foucault ha identificato con la formula spinoziana “riforma dell’intelletto”, estendendola tuttavia a una più ampia esigenza ancora viva e presente tra XVI e XVII secolo».
E proprio il legame tra tre opere fondamentali per ben dirigere il proprio intelletto come il Novum organum (1630) di Francis Bacon, il Discorso sul metodo (1637) di René Descartes e il Tractaus de intellectus emendatione (1677) di Baruch Spinoza è stato indagato da D’Agostino per il quale: «L’intento della mia ricerca è precisamente quello di elaborare una lettura in senso prospettico di queste tre opere: allo scopo, anzitutto, di verificare puntualmente in ciascuna di esse la presenza e il ruolo di dinamiche proprie degli esercizi spirituali o pratiche di sé e, infine, di darne una possibile lettura comparata».
Tale lavoro di inchiesta è particolarmente utile nella nostra epoca segnata da radicali cambiamenti che, per essere affrontati, necessitano di una altrettanto forte capacità di inventiva. Per questo, al termine del suo lavoro D’Agostino afferma con fondamento che i tre autori presi in esame possono aiutare a rispondere ad una quarta domanda che si affaccia all’uomo contemporaneo accanto alle celebri tre di matrice kantiana — cosa posso sapere, cosa debbo fare, cosa posso sperare — ovvero: «posso cambiare?». Ognuno dei tre autori presi in esame dà indicazioni a tal proposito, in quanto: «La questione epistemica di una nuova visione del mondo sta alla base dell’esigenza di una riforma della mente in tutte e tre le opere che abbiamo esaminato».
In Bacone attraverso l’induzione la mente è spinta ad una vera e propria ascesi su di sé «chiamata a distinguere se stessa dalla natura, per non proiettare le proprie immaginazioni (idola) sulla realtà». Descartes invita nel contempo a non essere precipitosi e a saper condurre con ordine e metodo i propri pensieri. Questa disciplina interiore è fondamentale anche per Spinoza il quale «parte dalla percezione disordinata dei beni terreni (ricchezza, onore, piacere) come beni in sé, per giungere, attraverso una raffinata fenomenologia delle proprie percezioni, ad assegnare a tali beni l’ordine che gli compete, ovverosia quello di mezzi relativi. L’aspetto più interessante di questo ordinamento delle percezioni è che esso avviene non mediante un qualsivoglia aiuto esterno, bensì grazie alla nuda forza della mente (vis sua nativa), nel suo puro e semplice esercizio».
Il cambiamento di mentalità è così strettamente legato al cambiamento del proprio stile di vita, una sorta di vera e propria conversione esistenziale senza la quale la mente rimane prigioniera delle proprie illusioni e la prassi non riesce ad essere feconda di novità.
di Marco Tibaldi
© Osservatore Romano - 16-17 marzo 2020