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Cristo-Risortodi INOS BIFFI

L’attrattiva dapprima è ancora il sepolcro di Gesù, ormai vivo soltanto nel ricordo e nell’affetto; così insegna l’esperienza, che non permette di pensare a una vittoria sulla morte. E infatti, ancora avvolta nel buio, «sotto la spinta dell’affetto che arde in lei» (Tommaso d’Aquino), illuminata dalle luci della carità, Maria di Magdala si reca a tenere compagnia al corpo del Signore. La pietra ribaltata e l’assenza della spoglia desiderata non sa suscitare altra convinzione se non quella che «hanno portato via il corpo del Signore» (Giovanni, 20, 13), in un posto che non si conosce, ma pur sempre in un luogo della terra. Chi potrebbe immaginare che esso sia risorto e glorioso alla destra del Padre? Nel posto che unicamente compete al corpo del Figlio di Dio? L’esperienza offriva dunque queste evidenze e creava queste certezze; quanto alle Scritture restavano chiuse e incomprese. La fede nella risurrezione è laboriosa a nascere e a radicarsi. Simon Pietro vede i segni dell’assenza: le bende per terra e il sudario, il simbolo della morte, piegato a parte, ma non procede oltre: forse è assalito dalla domanda, è inquieto e perplesso, ma non è detto che abbia oltrepassato i dati e abbia creduto. Riesce a farlo invece l’altro discepolo — «quello che Gesù amava» (Giovanni, 19, 26) — il quale «vide e credette» (Giovanni, 20, 8). Egli interpreta e connette il senso di quelle bende per terra e di quel sudario a lato: dall’assenza perviene alla presenza. Il corpo di Gesù non è stato portato via: è risorto e vivente. Con le apparizioni e la conversazione prolungata la fede nel Risorto si diffonderà e costituirà «i testimoni prescelti da Dio», che la annunzieranno al mondo, non quale suggestione e soddisfazione di un bisogno o di un desiderio, ma quale verità assoluta, da cui deriva e dipende tutto. La Chiesa è nata come testimonianza che Gesù, l’appeso a una croce, «è il giudice dei vivi e dei morti», e che ogni uomo e ogni generazione lo ritrova, non nella memoria che tenta di riscattare il tempo e di rievocare chi è passato e soltanto continua nelle sue tracce, ma nella realtà di chi è il «Signore della vita», vittorioso nel «prodigioso duello» contro la morte (Sequenza Victimae paschali). La risurrezione del Signore è avvenimento per l’umanità: è vocazione e impegno per ognuno. Chi ha ricevuto la grazia di credervi, è chiamato a lasciarsene trasformare l’esistenza. Pietro presenta questa trasformazione come remissione dei peccati, e quindi liberazione e amicizia con Dio. «Cristo innocente ha riconciliato col Padre i peccatori» (ibidem): la risurrezione è assoluzione. Ma occorre aderire e affidarsi; occorre lasciarsi perdonare. Il sacro triduo ha svolto la storia di Dio — nell’umiliazione e nell’amore — «per noi uomini e per la nostra salvezza». La conclusione di questa storia è la presenza del Risorto che, proprio perché alla destra del Padre, è ora nella prossimità più intima e nella compagnia più vicina per ogni uomo che riconosce: «Cristo, mia speranza, è risorto» (ibidem). Un cristiano ha già fatto il passaggio essenziale alla vita, è già un rinato, nel quale la mortalità è stata superata. Una valutazione che si fermi alle apparenze non trova nell’universo dei segni immediati della gloria di Gesù: tutto in superficie sembra scorrere come prima. Anche la nostra vita prosegue le sue connivenze terrene, le sue solidarietà quotidiane, dalle cui pieghe non filtra la gloria. E tuttavia l’a p p a re n -za, se non ingannevole, è parziale: lo sa chi ha veramente fede; e può accorgersene chi è disposto a raccogliere gli indizi della vita rinnovata che si trovano negli autentici credenti. Ma questi chi sono? Secondo Paolo sono quelli la cui vita vera «è nascosta con Cristo in Dio» (Colossesi, 3, 3). Il contenuto dell’identità cristiana rimane celato per ora ai nostri stessi occhi, eppure sa animare tutto; sa unificare le intenzioni, determinare le scelte, suggerire le iniziative, dare sostanza alle aspirazioni, fissare i termini della ricerca. Un «risorto con Cristo» — così Paolo definisce il cristiano — c e rc a «le cose di lassù, dove si trova Cristo», pensa «alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Colossesi, 3, 1-2). Dunque un cristiano vive come in uno stato di “alienazione”: non abbandona certo la terra, non la disprezza, non la abita con disgusto e disanimazione, e d’altra parte sta già al di là — anche se non localmente né cronologicamente. Il luogo e il tempo non sono degli assoluti; valgono se in essi il cristiano vive la risurrezione e matura la sua libertà in comunione con Gesù glorificato. Egli è preso dalla passione di “o l t re p a s s a re ”. Se in qualche misura noi siamo definiti e connotati dal nostro desiderio, ebbene: «Il nostro desiderio dev’essere teso a Cristo» (Tommaso d’Aquino, Super Ad Colossenses reportatio): nell’esistenza quaggiù troviamo “il vuoto” impresso dalla risurrezione di Gesù e dalla nostra conresurrezione, che incessantemente aspiriamo a colmare. Nessun incidente sarà ormai di tale gravità, per chi ha fede (ma la fede è analoga alla passione del Crocifisso il venerdì santo) da compromettere l’essenziale garantito dal legame ultraterreno di Chi sta alla destra del Padre, là dove non siamo semplicemente assenti, pur non essendo ancora perfettamente presenti. Pensa «le cose di lassù», ne ha il sapore — scrive il Dottore Angelico, commentando queste parole di Paolo — chi imposta la sua vita a partire dalle ragioni della risurrezione e tutto valuta e giudica secondo la sapienza del Risorto. La Chiesa ha trascorso lungo tempo in questi giorni nella celebrazione, al cui vertice sta l’intensa e impegnativa veglia pasquale. Paolo ammoniva a non celebrare la festa ancora nella corruzione vecchia del peccato, della malizia e della perversità: vorrebbe dire che Cristo è risorto come solo per sé, ma non in noi. La festa va celebrata nella sincerità e nella verità (1 Corinzi, 5, 8): allora il rito diventa realtà, passando dal “giuoco” all’applicazione, e la Pasqua da manducazione puramente sacramentale diviene assunzione dello stile e del comportamento nuovo. La Chiesa — dice la preghiera a conclusione dell’assemblea di Pasqua — è «rinnovata dai sacramenti pasquali» e raggiunta dall’«inesauribile forza dell’amore del Padre»; quindi può arrivare «alla gloria della risurrezione», ma con le azioni concrete quotidiane che a essa l’avvicinano.

© Osservatore Romano - 20 aprile 2014