Home

Liturgia

Formazione

Rassegna stampa

Search

Risorse

Sostienici

Home
cromosoma-21di Augusto Pessina 

La recente scoperta pubblicata lo scorso 17 luglio dalla rivista "Nature" rende in qualche modo giustizia a Jérôme Lejeune lo scopritore della causa della sindrome di Down (trisomia del cromosoma 21). La sua vocazione di ricercatore mai disgiunta da quella di medico rivolto ad assistere amorevolmente i malati lo aveva portato a dire: "Se dovessi trovare la cura per la trisomia 21 allora questo porterebbe a scoprire una cura per tutte le altre malattie che hanno un'origine genetica. I pazienti mi stanno aspettando, devo trovarla".
Era convinto infatti che la scoperta di una causa potesse aprire alla ricerca della cura e tutta la sua vita, sostenuta da questa speranza, fu invece amareggiata da una scienza che suggeriva la via breve a quella lunga della ricerca. Quella via breve, intrapresa ormai da molta genetica moderna, di risolvere il problema eliminandolo. Solo che il problema in questo caso è sempre una vita umana che viene eliminata o "scartata". Ora, la ricerca di Jun Jiang e collaboratori riportata da "Nature" rappresenta una pietra miliare perché potrebbe essere la prima tappa (anche se di una lunga strada) verso possibili terapie a cominciare da quella della sindrome di Down. Sebbene coscienti del grande cammino che ancora si dovrà fare è legittimo che gli stessi autori scrivano che avere silenziato in vitro il cromosoma della trisomia 21 apre un orizzonte nuovo alla possibilità di cura dei down.
L'importante scoperta è stata resa possibile dall'uso della tecnologia delle cosiddette induced pluripotent stem cells (iPSc ) per le quali Yamanaka ha meritato il Nobel nel 2012. Questo conferma che questa nuova tecnica non è tanto importante (almeno per ora) nella produzione di staminali per la terapia cellulare quanto nell'offrire un potente approccio genetico/epigenetico per lo studio di modelli patologici.
Questa scoperta porta in sé un messaggio vecchio ma importante: ogni tecnologia nuova è applicata con l'orizzonte e l'apertura della libertà. Per realizzare un bene più grande o per interessi meschini. Questa novità e la testimonianza di fede di Lejeune ci fanno sentire una forte sintonia con il messaggio lanciato al mondo dalla recente lettera enciclica Lumen fidei di Papa Francesco. In particolare laddove, ancora una volta, viene chiarito il rapporto tra fede e ragione già magistralmente affrontato nella Fides et ratio di Giovanni Paolo II. Come si legge all'inizio della Lumen fidei, molta cultura contemporanea ritiene che il credere impedisca il cammino libero dell'uomo e che (come sosteneva Nietzsche) il credere si opponga al cercare.
Al contrario, come ci ha testimoniato Lejeune e ci ricorda l'enciclica, lo sguardo della scienza non è mai oscurato dalla fede, anzi esso ne riceve un beneficio perché la fede, si legge al numero 34, "invita lo scienziato a rimanere aperto alla realtà, in tutta la sua ricchezza inesauribile. La fede risveglia il senso critico, in quanto impedisce alla ricerca di essere soddisfatta nelle sue formule e la aiuta a capire che la natura è sempre più grande. Invitando alla meraviglia davanti al mistero del creato, la fede allarga gli orizzonti della ragione per illuminare meglio il mondo che si schiude agli studi della scienza".

(©L'Osservatore Romano 25 luglio 2013)