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È morto nella notte tra domenica e lunedì il neonato sopravvissuto a un intervento per l'interruzione volontaria di gravidanza compiuto sabato scorso nell'ospedale di Rossano. Dopo la scoperta che il corpicino respirava ancora, a quanto sembra effettuata dal cappellano dell'ospedale qualche tempo dopo l'intervento, il piccolo era stato trasferito nell'ospedale di Cosenza dove i sanitari, secondo quanto si è appreso, hanno tentato di tenerlo in vita con una serie di cure e interventi medici. Ma non c'è stato nulla da fare: il quadro clinico del neonato era assai grave sia per via delle 22 settimane di gestazione che per la presenza di una malformazione.

Ed è stato proprio per via della malformazione che la madre si era sottoposta all'aborto volontario. Gli agenti del commissariato di Rossano hanno già acquisito la cartella clinica e nelle prossime ore saranno sentiti i medici che hanno effettuato l'intervento di interruzione di gravidanza. In particolare gli inquirenti stanno cercando di accertare se ci sono state negligenze, da parte del personale medico, che avrebbe dovuto accertarsi del decesso subito dopo l'interruzione di gravidanza.

Il comunicato della Curia. «È da registrare, in maniera sempre più grave, il diffondersi di una cultura della morte totalmente non rispettosa dell'essere umano tradotta in una prassi che, come in questo caso, assume connotazioni barbariche, sovvertendo i fondamentali principi di cura e soccorso della vita umana, naturalmente presenti nell'uomo e, in misura maggiore, proprie della professione medica».
 
È quanto si afferma in un comunicato della Curia di Rossano sulla vicenda del feto sopravvissuto a un aborto volontario praticato in ospedale e poi morto dopo essere stato trasferito in un altro nosocomio. «Il caso - sottolinea l'arcivescovo di Rossano-Cariati, mons. Santo Marcianò - deve portare la comunità civile a riflettere sulla drammaticità rappresentata dall'aborto in quanto soppressione di un essere umano e, nello specifico, sulla illiceità del definirlo "terapeutico". In quanto tale, infatti, questo non rappresenta una cura ma, semmai, rafforza quella mentalità eugenetica dilagante che, non solo aumenta il ricorso all'aborto stesso, ma pone seri interrogativi sul presunto beneficio che esso abbia sulla salute della donna e sul significato naturale della maternità, nonché ci invita a considerare con quanta facilità sia trattata in modo "non umano" una persona gravemente malformata o anche semplicemente non voluta. Ci auguriamo che questa vicenda apra un serio e fecondo dibattito e che porti tutti  a collaborare affinché il valore della vita e di ogni persona umana sia riconosciuto come il fondamento di una società civile e giusta».


© Avvenire - 26 aprile 2010