Dal primo principio conciliare che abbiamo denominato della supremazia dell’uomo, unica creatura sulla terra voluta e amata da Dio per se stesso, consegue anzitutto che non è lecito nessun trattamento che lo faccia strumento di qualcuno o di qualcosa che non è lui stesso in persona, il suo bene, il suo fine. Non sarà, quindi, lecito che con rischio di grave menomazione dal medico venga considerato alla stregua di una cavia, anche quando la posta finale della ricerca o della sperimentazione è un progresso della scienza che alla fine ridonderà a beneficio dell’umanità intera.E neppure sarà lecito al medico fare della vita di un uomo strumento per la vita di un altro uomo, anche quando è la salvezza della madre a invocare la soppressione del feto che porta in seno (aborto diretto), e anche quando è il ricupero di una vita umana a suggerire l’a b b re -viazione di un’altra vita umana di cui pur si prevede la morte vicina e fatale (trapianti di organi vitalmente indispensabili). Del pari, il malato non può essere strumentalizzato come mezzo di pressione per le rivendicazioni, pur legittime, della categoria del medici. Ben diverso è il piano su cui si svolge lo sciopero dell’operaio da quello del medico. Il primo ha rapporto con una merce da produrre, sia pure a vantaggio dell’uomo; il secondo è in contatto diretto con la persona umana e non è facile evitare di lederne i diritti fondamentali. In ogni caso nelle agitazioni dei medici per una loro maggiore dignità e giustizia, si dovrà sempre salvaguardare almeno la necessaria assistenza, dovuta alla persona malata. E qui s’apre, e mi tenta, l’o ccasione di un più lungo discorso a proposito della socializzazione dell’assistenza sanitaria che, attraverso mutue e organizzazioni statali sta diventando sempre più vastamente un’assicurazione sociale. Ma lo sforzo di portare l’assistenza medica individuale nell’ambito dell’assistenza medica socializzata forse non è stato accompagnato da un correlativo impegno di creare una deontologia normativa adeguata alla medicina socializzata. Si richiedeva un senso più approfondito della responsabilità da parte di tutti, medici e mutuati; si richiedeva per dirla con la nota espressione di Bergson «un supplemento di anima». Per il valore di supremazia della persona umana, la medicina, anche quando è socializzata, non potrà e non dovrà trasformarsi in cura sanitaria di anonimato e di massa. L’uomo è un assoluto instrumentabile, ha insegnato il concilio: legislatori, sindacalisti, e medici, tutti ne devono essere persuasi e a ciascuno secondo la propria competenza spetta escogitare l’opportuna attuazione. Anche il medico è un uomo che lavora per vivere, e come tutti ha bisogno e ha diritto a una ricompensa adeguata al valore della sua prestazione. Nessuno lo può disconoscere. Quello che non deve accadere è che il medico ceda alla tentazione di considerare il suo malato semplicemente come una fonte di cupido guadagno. Infine un’altra considerazione è da aggiungere. Il principio della supremazia ha un limite: riconosce all’uomo il potere su tutte le creature della terra, ma non su se stesso incondizionatamente. Tutte le cose, infatti, sono per lui, ma lui non è per se stesso, ma è per Cristo, e Cristo è per Dio (cfr.1 Cor 3, 22). E ciò che vuole dall’uomo, Dio l’ha espresso anche mediante le leggi della natura umana, anche mediante la legge biologica del processo generativo. L’uomo perciò è tenuto a rispettare la verità originaria del suo essere come volontà di Dio.
© Osservatore Romano - 16 giugno 2013