di PIERLUIGI NATALIIAC'è una sorta di cubo di Rubik, il celebre rompicato inventato dall'omonimo scultore e architetto ungherese, nel logo del 44° Incontro nazionale di studi delle Associazioni cattoliche lavoratori italiani (Acli), da giovedì a domenica a Castel Gandolfo, sul titolo "Il lavoro scomposto. Verso una nuova civiltà dei diritti, della solidarietà e della partecipazione". In effetti si tratta di un simbolo indovinato: la sfida di quest'epoca, in Italia e nel mondo, è proprio quella di ricomporre una civiltà del lavoro che ponga l'uomo al primo posto, perché lavoro scomposto significa società sgretolata. In questi anni segnati da una crisi di sistema prima ancora che finanziaria ed economica, ricomporre in armonia le molteplici facce dell'interesse generale, del primato della persona, del lavoro come fondamento di una società equa, appare però ben più complicato del risolvere gli schemi logici e matematici che portano alla soluzione del cubo di Rubik. L'appuntamento di quest'anno ha dunque per le Acli una rilevanza particolare, se non altro perché il lavoro, o meglio il mondo del lavoro, è il tema identitario della vita associativa, segna un'appartenenza, un impegno comune, una scelta di campo con quella fetta di società - i lavoratori appunto - che in modi e ruoli diversificati concorre al benessere materiale e morale ed edifica la convivenza, civile e democratica del Paese. Ma sono le stesse Acli ad avvertire che - proprio perché identitario - il lavoro rischia di diventare un'ovvietà o un valore non più confrontato con la realtà in movimento, con i poderosi cambiamenti che almeno negli ultimi decenni hanno reso irriconoscibile il panorama del lavoro stesso e delle sue rappresentazioni sociali, della produzione e del consumo. Si pensi alla globalizzazione, alla finanziarizzazione del mercato, alle nuove tecnologie, alla società della conoscenza, alla rete, ai nuovi soggetti. Di qui anche il problema cruciale della rappresentanza e delle sue forme consolidate. Con questo radicale cambiamento le Acli vogliono misurarsi, in un percorso che vede nell'appuntamento a Castel Gandolfo un momento di approfondimento, comprensione e discernimento. La relazione introduttiva del presidente delle Acli, Andrea Olivero, ha preso le mosse da un'ampia disamina dell'attuale momento economico mondiale, europeo e italiano, denunciandone soprattutto il vizio di equità e contestando, tra l'altro, le misure finanziarie che pesano sostanzialmente sul lavoro dipendente. "In questo turbine finanziario - ha detto Olivero -, dove i sussulti dei mercati acquistano una dimensione sfuggente, lontana e ingovernabile, bisogna con forza guardare alle persone, a quello che accade nelle loro vite quando la crisi non è fatta più di numeri, percentuali e algoritmi, ma di costi umani e sociali, per i singoli e per le famiglie, per i lavoratori e per le imprese", ha detto il presidente delle Acli. Di qui la necessità di non perdere di vista tre obiettivi precisi: dare continuità al modello italiano di welfare, correggendolo, ma non smantellandolo; aprire nuovi spazi per i giovani nell'accesso al lavoro; garantire una più equa distribuzione della ricchezza nel Paese. La linea orientativa resta quella della Dottrina sociale della Chiesa, in particolare nel trentennale della Laborem exercens (firmata proprio a Castel Gandolfo, il che spiega la scelta della sede di quest'anno), ribadita dall'intervento del vescovo di Lodi e presidente della Caritas italiana, Giuseppe Merisi, dedicato al tema dell'umanesimo integrale del lavoro nel Magistero sociale della Chiesa. Ai percorsi per uscire dalla crisi che attraversa il nostro intero modello di sviluppo, offre un orizzonte la Caritas in veritate, l'enciclica di Benedetto XVI che contiene non solo la diagnosi, ma anche la terapia dei mali che affliggono il tardo capitalismo agli inizi di questo secolo. Ripartire dal lavoro, dal suo senso dal quale dipende la vita di milioni di persone, giovani, donne, famiglie, immigrati, è un compito ineludibile. Il lavoro scomposto smarrisce significato, personale e sociale, nella precarizzazione dei percorsi, nella moltiplicazione delle condizioni giuridiche e contrattuali, nella perdita di valore dell'economia reale, nell'immaterialità dei prodotti e dei capitali, nell'individualizzazione dell'esperienza. Ma se si scompone il lavoro, è la persona che rischia la sua integrità. È la società che vede disfarsi la sua rete solidale e partecipativa.
L'appuntamento delle Acli vuole contribuire ad affermare che questo esito non è inevitabile e che se grande è il pericolo, grande è anche la responsabilità di esserci, di contribuire a scongiurarlo. "Ci anima in questo intento la consapevolezza che non siamo qui per difendere uno status quo, ma per costruire una prospettiva di civiltà. Crediamo fermamente che il lavoro e le questioni che lo riguardano sono legate al modello di cittadinanza che vogliamo edificare", ha detto Olivero. Questo modello, ha aggiunto il presidente delle Acli, muove dalla convinzione che "la condizione materiale ed economica delle persone non impedisca di accedere alle forme di tutela essenziali: della salute, dell'istruzione, dell'educazione, della salvaguardia dei loro mondi affettivi primari". E non è solo questione di sicurezza individuale, ma di vincoli solidaristici. "Infatti, è nella concreta esigibilità di queste tutele e di questi diritti che viene percepito e costruito il sentimento di appartenenza alla comunità. che è di ordine etico e valoriale, prima che economico", ha detto ancora Olivero. Ha, infine, ricordato che "in questa prospettiva i diritti non possono esaurirsi nella dimensione individuale, ma hanno vocazione universalistica, non possono riguardare alcuni, nella forma di indebiti privilegi o, all'opposto, escludere altri nella forma dell'ingiustizia. Su questo terreno si gioca un modello civile, sociale, democratico".
(©L'Osservatore Romano 2 settembre 2011)