Nel pomeriggio di lunedì 16 maggio alla Pontificia Università Lateranense si svolge un incontro in occasione dei novant'anni di Ettore Bernabei. Intervengono il vescovo rettore dell'università, monsignor Enrico dal Covolo, e l'arciprete della basilica di San Pietro, il cardinale Angelo Comastri. Anticipiamo un estratto della "lectio" del presidente onorario della Lux Vide.
Nella prima metà del Novecento molteplici ideologie totalitarie, dopo aver soffocato le libertà individuali e di gruppo, avevano predicato l'ateismo teorico. Grazie al sacrificio e alla tenacia di coloro che si impegnarono nella resistenza al comunismo e al nazifascismo, le dittature generate da quelle ideologie crollarono. Ma in Europa e in altre parti del mondo rimase la mala pianta dell'ateismo teorico.
Con i contenuti dei suoi programmi la televisione degli ultimi venticinque anni ha diffuso, in tutto il mondo molteplici modelli di ateismo pratico, che sono andati a rinverdire le predicazioni di ateismo teorico, diffuse dai regimi dittatoriali tra le due guerre mondiali. Sicché, all'inizio di questo nostro XXI secolo l'umanità si è trovata ad avere le prime generazioni totalmente incredule, oltre a quelle già disorientate dal nichilismo e dal relativismo.
È il caso di ripetere la famosa domanda: E adesso pover'uomo? La risposta è difficile; ma non impossibile. L'attuale crisi di smarrimento, determinata anche dalla speculazione finanziaria, non è soltanto economica. È diventata esistenziale, allorché, in alcuni Paesi sviluppati e democratici molte persone hanno perduto la fede in Dio creatore, e si sono costruite un "vitello d'oro", simile a quello che i seguaci di Mosè, si fecero in mezzo al deserto: è la presunzione dell'uomo di essere Dio; di ritenersi pertanto autosufficiente, grazie ai supporti della scienza e della tecnologia. Alcune di queste presunzioni hanno cominciato a vacillare proprio nel marzo 2011, dopo la catastrofe del Giappone. Sotto la furia dello tsunami le grandi barriere in cemento armato costruite dalla tecnologia avanzata a difesa delle coste sono state spazzate via come piume, alcune centrali atomiche sono state devastate e hanno lasciato senza energia elettrica, senza cibo milioni di persone nel Paese più scientificamente e tecnologicamente avanzato del mondo.
Ma, già alcuni mesi prima, in Cina - con la crescita del Pil ancora del 10 per cento annuo - il 92 per cento della popolazione si era dichiarata "infelice", rispondendo a una rigorosa indagine demoscopica organizzata dalla università di Tsinghua. Malgrado gli eccezionali successi produttivi e finanziari che hanno portato la Cina ad affermarsi come seconda economia mondiale, il 70 per cento dei cinesi intervistati si sentono assillati "dall'incubo della carriera, dall'ossessione del denaro, dalla concorrenza sul lavoro, dalla precarietà di ogni traguardo raggiunto".
Anche nei Paesi occidentali la felicità è merce rara. Eppure da trent'anni la televisione consumistica e relativista continua a ripetere che la felicità è alla portata di tutti e chi "vuol esser lieto sia", perché un domani migliore è assicurato dalla tecnica e dalla scienza.
Fa ben sperare che dopo la crisi finanziaria del 2007-2009 siano apparsi segnali di positivi risvegli della coscienza morale e civile di alcune élites, proprio nei Paesi già fautori della deregulation e delle privatizzazioni come l'Inghilterra e gli Stati Uniti.
A mio parere soltanto la televisione, diventata "buona maestra", potrà cancellare nel mondo i "luna park virtuali" dell'egoismo, presentati dalla tv "cattiva maestra": dopo significativi e positivi esperimenti in controtendenza, oggi si può ragionevolmente sperare che la tv incominci a proporre ogni giorno nuovi focolari domestici: di pazienza, di sobrietà, di solidarietà interfamiliare, che per esempio rendano possibile a genitori, volenterosi e consapevoli, di stare qualche ora con i propri figli, per far capire loro che il miglior modo di vivere è quello di fare agli altri ciò che vorrebbero fosse fatto a loro.
Nell'aprile 2010, ricevendo i partecipanti alla sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, Benedetto XVI ebbe a dire: "La crisi finanziaria mondiale ha dimostrato la fragilità dell'attuale sistema economico (...) e l'erroneità della idea secondo la quale il mercato sarebbe in grado di autoregolarsi indipendentemente dall'intervento pubblico e dal sostegno dei criteri morali". Poco tempo dopo, al Sinodo dei vescovi del Medio Oriente, tenendo una meditazione sui falsi ideali di modernità, mitologizzati dalla telecomunicazione, il Papa ha invitato a pensare ai capitali anonimi che schiavizzano l'uomo, al potere delle ideologie terroristiche, alla droga, al modo di vivere propagato dall'opinione pubblica. Oltre al rovesciamento dei valori più preziosi: il matrimonio che non conta più, la castità che non è più una virtù. Queste ideologie che si impongono come divinità devono cadere, deve realizzarsi quanto affermano le lettere ai Colossesi e agli Efesini: "Le dominazioni e i poteri cadono e diventano sudditi dell'unico signore Gesù Cristo".
La televisione - che ancora per molti anni sarà vista almeno dalla stragrande maggioranza della popolazione mondiale per molte ore al giorno - rimane il mezzo più pronto a raccogliere e a fare accettare questi appelli del Papa e per indurre molte persone a cambiare il modo di pensare e di comportarsi nella vita pratica. In particolar modo alcune forme di intrattenimento, come gli sceneggiati televisivi e i documentari di rievocazione storica drammatizzata, possono aiutare miliardi di persone anche illetterate a migliorare i propri comportamenti.
La televisione d'intrattenimento, con gli sceneggiati e documentari, coinvolge l'intelligenza, la volontà e la fantasia di tutti i componenti di un nucleo familiare.
Con le sue emozioni li sollecita a pensare, li aiuta a riflettere: per rendere fruttuose queste stimolazioni occorre ora che le famiglie con genitori di buona volontà, le scuole con insegnanti di capacità missionarie, le televisioni di servizio pubblico diventino sempre più "agenzie" sinergiche tra loro per il bene comune. Con questi intenti alcuni operatori televisivi proprio negli Stati Uniti, hanno cercato, agli inizi del XXI secolo, di riparare agli errori commessi nel secolo scorso, proponendo serie televisive, imperniate sul rispetto delle leggi e delle regole morali: il pubblico le ha gradite, gratificandole di significativi successi di ascolto.
Nella mia esperienza di comunicatore ho constatato che quando si cerca di ispirare la comunicazione a una concezione di bene comune, si trova sempre rispondenza da parte del pubblico.
Negli anni in cui l'Italia era il quarto tra i sette Paesi più industrializzati e pertanto più ricchi del mondo, ho guidato in Rai la televisione di servizio pubblico.
Dal 1991 partecipo alla ideazione e alla produzione di sceneggiati televisivi "controcorrente", con i quali la Lux Vide ha ottenuto successi internazionali, sia di ascolto che di gradimento: come i ventuno film della Bibbia, quelli su Giovanni XXIII, su Pio XII, oppure su Coco Chanel e su Enrico Mattei.
Dopo queste esperienze significative sento il dovere di testimoniare che la televisione - che per mezzo secolo, ha provocato il disorientamento culturale di tante persone - è oggi il mezzo più idoneo a riportare miliardi di uomini e di donne sulla via del vero e del giusto.
Certamente per far questo bisogna che cambino i contenuti dei programmi di intrattenimento televisivo. Al posto di programmi violenti, nichilisti, immanentisti e permissivi occorre che, con il rispetto di tutti, siano proposti modelli di comportamento altruisti e solidaristi, così come fece il grande teatro rinascimentale e il grande cinema della prima metà del Novecento. Questi modelli potranno operare una salutare bonifica di igiene sociale, aiutando genitori, educatori, politici a guidare l'umanità, in organizzazioni che tutelino i legittimi interessi, senza eccedere in egoismi aggressivi.
I cattolici, a cominciare da quelli più preparati umanamente e culturalmente, non possono limitarsi a elogiare le nobili parole di Benedetto XVI. Pochi giorni fa il Papa è tornato a ripetere, dalla chiesa madre di Aquileia, l'urgenza che i cattolici si impegnino nelle attività sociali. Cioè a operare nella vita pubblica, assumendo responsabilità individuali e di gruppo nella comunicazione, nella imprenditorialità economica con finalità sociali e infine nella politica.
Pertanto i cattolici devono dedicarsi da subito alla formazione di una futura classe dirigente, incominciando a selezionare e preparare giovani studenti che siano disposti a impegnarsi professionalmente per evitare l'autodistruzione dell'umanità in un'apocalittica torre di Babele, anche se altamente tecnologizzata. Da decenni la televisione è oggetto di innumerevoli giudizi estetici e soprattutto di proposte di nuovi sistemi organizzativi delle emittenti. Quasi nessuno si occupa dei contenuti dei programmi, cioè dei modelli di comportamento proposti ai telespettatori.
Pochissimi intellettuali, educatori, genitori si sforzano di accompagnare e assistere gli adolescenti e i bambini che ogni pomeriggio rimangono da soli davanti ai televisori o a navigare in Rete. Tra i molti che operano per trasmettere programmi "che facciano ascolto" pochi pensano a che tipo di uomini e di donne verrà fuori dai giovani teleutenti di oggi.
Il problema dei contenuti dei programmi televisivi rimarrà un'emergenza fino a quando non se ne occuperanno seriamente genitori, educatori, imprenditori, insieme ai partiti, ai sindacati, al volontariato: quello che sarà la società tra quindici o venti anni dipende, in grande misura, dai modelli di comportamento proposti oggi e domani dai programmi televisivi, soprattutto sceneggiati e documentari che, più di ogni altro genere di comunicazione coinvolgono l'intelligenza, la volontà e la fantasia degli spettatori.
Questi tipi di comunicazione, coinvolgendo la ragione e i sentimenti, possono aiutare tutte le persone a ritrovare la capacità di scegliere responsabilmente tra il bene e il male.
(©L'Osservatore Romano 16-17 maggio 2011)