Home

Liturgia

Formazione

Rassegna stampa

Search

Risorse

Sostienici

Home
papa francesco e bartolomeo a gerusalemmeDi fronte al mistero della salvezza, e cioè «il problema che ci riguarda più direttamente», oriente e occidente sono più vicini di quanto si pensi. Lo ha affermato Padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, venerdì 27 marzo, «concludendo il giro di ricognizione della comune fede» con la quarta e ultima predica per la quaresima, tenuta nella cappella Redemptoris Mater, alla presenza di Papa Francesco. Siamo oggi nel campo, ha osservato, «nel quale è più necessario, per noi latini, volgere lo sguardo a oriente per arricchire e, in parte, correggere il nostro modo diffuso di concepire la redenzione operata da Cristo». Riguardo al «differente modo di intendere la salvezza», secondo l’opinione comune «l’oriente ha recepito l’elemento positivo della salvezza: la deificazione dell’uomo e il ripristino dell’immagine di Dio; l’occidente ha recepito l’elemento negativo, la liberazione dal peccato». Invece «la realtà è assai più complessa, e chiarirla non potrà che facilitare la reciproca comprensione».
Nella sua riflessione padre Cantalamessa ha anzitutto corretto «alcune generalizzazioni che fanno sembrare le due visioni della salvezza più distanti tra loro di quello che sono in realtà», mostrando piuttosto che «le diverse teorie della salvezza non sono così nettamente ripartite tra oriente e occidente». Dove invece «la differenza è netta e costante, dall’inizio a oggi», è nel «modo di intendere il peccato originale e quindi l’effetto primario del battesimo». Gli orientali «non hanno mai inteso il peccato originale nel senso di una vera colpa ereditaria, ma come la trasmissione di una natura ferita e incline al peccato, come una perdita progressiva dell’immagine di Dio nell’uomo, dovuta non solo al peccato di Adamo, ma a quello di tutte le generazioni successive». Con il simbolo niceno-costantinopolitano «tutti, greci e latini, professano “un solo battesimo per la remissione dei p eccati”, ma per gli orientali il battesimo non ha principalmente lo scopo di togliere il peccato originale, ma quello di liberare l’uomo dalla potenza del peccato in genere, ripristinare l’immagine di Dio perduta e inserire la creatura nel nuovo Adamo che è Cristo». Padre Cantalamessa ha quindi messo in evidenza «una asimmetria di fondo». In oriente «teologia, spiritualità e mistica sono unite; non si concepisce una teologia che non sia anche mistica, cioè esperienziale». Purtroppo «ciò non è avvenuto in occidente dove, anche nell’insegnamento, la mistica e la spiritualità hanno occupato, specie con l’avvento della scolastica, un posto distinto dalla dommatica e, anzi, la mescolanza delle due cose è stata vista con sospetto». In realtà «il confronto tra oriente e occidente porterebbe a risultati molto diversi e molto meno conflittuali se si tenesse conto dei tanti movimenti spirituali e autori mistici cattolici, nei quali la salvezza cristiana non è solo descritta, ma vissuta». In pratica, ha spiegato il cappuccino, l’oriente avrebbe «una visione più ottimistica e positiva dell’uomo e della salvezza» mentre «l’occidente una visione più pessimistica». Ma «la regola d’o ro nel dialogo tra oriente e occidente non è quella dell’aut-aut, ma quella dell’etet». Difatti «se la dottrina orientale, con la sua altissima idea della grandezza e dignità dell’uomo come immagine di Dio, ha messo in luce la possibilità dell’incarnazione, la dottrina occidentale, con l’insistenza sul peccato e sulla miseria dell’uomo, ne ha messo in luce la necessità». «Per Agostino, Anselmo, Lutero — ha affermato padre Cantalamessa — l’insistenza sulla gravità del peccato era un modo diverso per far risaltare la grandezza del rimedio procurato da Cristo. Accentuavano “l’abbondanza del peccato”, per esaltare “la sovrabbondanza della grazia”». Ma «in entrambi i casi la chiave di tutto è l’opera di Gesù, vista dagli orientali, per così dire, da destra e dagli occidentali da sinistra». E «le due istanze erano entrambe legittime e necessarie». Così «di fronte all’esplosione di male assoluto nella seconda guerra mondiale, qualcuno faceva notare a che cosa aveva portato la dimenticanza di questa amara verità sull’uomo, dopo due secoli di ingenua fiducia nel progresso inarrestabile dell’uomo». Dunque, ha aggiunto il predicatore, «la lacuna, segnalata della nostra soteriologia, per cui abbiamo bisogno di guardare verso oriente, è nel fatto che, in questo modo, la grazia, per quanto esaltata, ha finito, in pratica, per essere ridotta alla sua sola dimensione negativa di rimedio al peccato». Perciò «anche il grido ardito dell’ Exultet pasquale — “O felice colpa che ci ha meritato un tale e così grande Redentore!” — a guardare bene, non esce dalla prospettiva di peccato e redenzione». Proprio «su questo punto — ha precisato padre Cantalamessa — assistiamo da tempo a un cambiamento che possiamo chiamare epocale». Infatti «tutte le Chiese d’occidente, o nate da esse, da oltre un secolo sono attraversate da una corrente di grazia che è il movimento pentecostale e i diversi rinnovamenti carismatici da esso derivati nelle Chiese tradizionali». Questo «non è un movimento nel senso corrente di questo termine: non ha un fondatore, una regola, una spiritualità propria; neppure possiede delle strutture di governo, ma solo di coordinamento e di servizio». È, appunto, «una corrente di grazia che dovrebbe diffondersi in tutta la Chiesa e disperdersi in essa come una scarica elettrica nella massa, per poi, al limite, scomparire come fenomeno a se stante». Per il predicatore «non è possibile ignorare o considerare marginale un fenomeno che ha raggiunto centinaia di milioni di credenti in Cristo in tutte le confessioni cristiane e decine di milioni nella sola Chiesa cattolica». Paolo VI , ricevendo nel 1975, per la prima volta, i responsabili del Rinnovamento carismatico cattolico, lo definì «una chance per la Chiesa e per il mondo». E nel 1998 gli fece eco Giovanni Paolo II . Non si tratta, ha precisato, di «aderire a un movimento» ma «di aprirsi all’azione dello Spirito, in qualsiasi stato di vita uno si trovi». Del resto «lo Spirito Santo non è monopolio di nessuno, tanto meno del movimento pentecostale e carismatico». Ma «l’imp ortante è non rimanere fuori dalla corrente di grazia che attraversa, sotto diverse forme, la cristianità intera; vedere in essa una iniziativa di Dio e una chance per la Chiesa, e non una minaccia o una infiltrazione estranea al cattolicesimo». Secondo padre Cantalamessa, «una cosa può sciupare questa chance ed essa viene dal suo stesso interno. La Scrittura afferma il primato dell’opera santificatrice dello Spirito sulla sua attività carismatica. Basta leggere di seguito la prima lettera ai Corinzi, ai capitoli 12 e 13, sui diversi carismi e sulla via migliore di tutte che è la carità. Sarebbe un compromettere questa opportunità se l’enfasi sui carismi, e in particolare su alcuni di essi più appariscenti, finisse per prevalere sullo sforzo per una autentica vita “in Cristo” e “nello Spirito”, basata sulla conformazione a Cristo e quindi sulla mortificazione delle opere della carne e sulla ricerca dei frutti dello Spirito». Agli ortodossi, ha specificato il religioso, lasciamo «discernere se questa corrente di grazia è destinata soltanto a noi, Chiese dell’occidente e nate da esse, oppure se una nuova Pentecoste è ciò di cui anche l’oriente cristiano, per altro verso, ha bisogno». Però, ha concluso, «non possiamo fare a meno di ringraziarli per aver coltivato e tenacemente difeso lungo i secoli un ideale di vita cristiana bello ed esaltante, di cui tutta la cristianità ha beneficiato, anche attraverso lo strumento silenzioso dell’icona».

© Osservatore Romano - 28 marzo 2015