P. Augusto DragoCominciamo da una domanda: come possono i cristiani pregare con i Salmi di imprecazione, pieni di sentimenti di odio e di vendetta nei confronti dei nemici? La risposta a questa domanda, dipende dal modo di collocarsi di fronte ad essi.
C’è infatti una pedagogia di preghiera che questi Salmi vogliono insegnarci. Il luogo ufficiale, stabilito propriamente per la recita dei Salmi, era il Tempio, dove il pio Israelita incontrava il “Volto di Dio”. Affermare di volere andare al Tempio, equivaleva a dire “’al Panaj”, cioè andare alla presenza del Signore.
Se dunque il Salmista, che aveva subìto delle ingiustizie dagli altri, e provava, per questo, sentimenti di odio e di vendetta, andava al Tempio a pregare, in realtà che cosa stava facendo? Stava semplicemente raccontando e consegnando a Dio, senza pudore o vergogna, i sentimenti negativi del suo cuore. Ed ecco la pedagogia di questi Salmi.
Se provassimo anche noi, quando veniamo assaliti dai medesimi sentimenti, a raccontare a Dio, senza vergogna, ciò che proviamo nel cuore e ciò che vorremmo fare per desiderio di vendetta, sarebbe uno sfogo di cui Dio, che conosce e scruta il cuore dell’uomo, non si scandalizzerebbe affatto, anche perché, consegnando a Lui i nostri desideri di vendetta, rinunciamo ad attuarli e rimettiamo a Lui ogni giudizio. Sono con il cuore pieno di amarezza? Lo racconto a Dio. L’amarezza mi porta a desiderare la vendetta? Lo racconto a Dio. Gli ripeto, così come sono, con il linguaggio che ho nel cuore, ciò che vorrei fare. Sento salire dal cuore alla mente parole di tremendo rancore? Le ripeto a Dio, senza falsi pudori. Insomma, mi presento dinanzi al suo Volto con il mio volto imbrattato di tutti i pensieri negativi che lo attraversano. Parlo a Lui come ad un confidente amico. E così parlando, il mio cuore affida a Lui la mia causa. La preghiera salmica diviene come un’apertura del cuore, dove esso mette a nudo tutti i suoi pensieri, senza falsi pudori, ben sapendo che, proprio ritraducendo i miei sentimenti in preghiera, consegno a Dio la mia causa. Lui e solo Lui mi renderà giustizia contro i miei avversari, e lo farà a “modo suo”: perdonando e salvando! Dio infatti non si vendica secondo i nostri sentimenti umani. Quando gli uomini uccisero il suo Diletto Figlio, Egli si è “vendicato”, secondo la sua legge che è l’amore. “Dio ha tanto amato il mondo, da dare il Figlio Unigenito, perché chiunque crede in Lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Giovanni, 3,16). Ecco la “vendetta” di Dio. Quando nei Salmi incontriamo delle imprecazioni, saremmo ben poco cristiani, se le indirizzassimo alle persone, ma saremmo anche ben poco cristiani, anche se pensassimo che tali vendette sono vendette al modo umano. La preghiera di questi Salmi vuole essere uno sfogo, quasi come una confessione fatta a Dio, dei nostri cattivi pensieri. Dio li ascolta, come un buon Padre “confessore” e ci dice che abbiamo fatto bene a raccontargli tutto: così facendo, infatti, Gli abbiamo permesso di svuotare il nostro cuore, di pacificarlo e di compiere un atto di completa fiducia in Lui: Egli saprà bene che fare con i nostri nemici. Questi Salmi allora, sia pure con un linguaggio violento - peraltro proprio delle culture antiche - , altro non chiedono a Dio se non la grazia della pace e del perdono. Essi ci insegnano a pregare non solo “per” ma “con”. Essi ci inducono alla preghiera, non per rimuovere i pensieri, ma ci fanno pregare “con” questi pensieri, avendo la semplicità e la schiettezza che solo i poveri conoscono. Pregare “per” i nostri pensieri, alle volte, ci può indurre a cadere nell’illusione di pensare che Dio ci abbia tolto tutto il male che è nel cuore, mentre in realtà lo abbiamo solo rimosso, pronti a farlo riemergere alla prima occasione. Pregare “con”, invece, ci induce a sfogarci con Dio, Padre buono, e lo sfogo produce la grazia dello svuotamento interiore. Dio prende sul serio il peccato, lo punisce, ma a suo modo: secondo la legge dell’amore. I Salmi della vendetta e dell’imprecazione sono rischiarati dal quarto canto del “Servo sofferente” (Isaia 53). “ Noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio ed umiliato…” (53, 4/b). Il “Servo” portava i dolori e le sofferenze della vendetta di Dio chiesta nei Salmi, per i nemici di Dio. Era Lui, il Servo, ad essere trafitto per i nostri peccati, Egli che aveva offerto se stesso in espiazione, e a Dio piacque prostrarlo con dolori. Egli portò la punizione di molti e così intercedette per i nemici di Dio fino a giustificarli. Il Servo è Gesù. I Salmi imprecatori dicono: Trattali come colpevoli, e Dio ha trattato come colpevole suo Figlio. I Salmi imprecatori dicono: Gli empi vadano agli inferi! E Dio ha mandato suo Figlio Gesù allo Sheol. I Salmi di imprecazione dicono: Toglili dalla terra dei vivi! E Dio ha tolto dalla terra dei vivi il Suo Figlio, Gesù. I Salmi imprecatori dicono: I peccatori siano coperti di insulti e di infamia. E Gesù ha preso l’insulto su di sé e si è caricato della vergogna invocata sui nemici di Dio. Mistero dell’Amore di Dio! Ecco, alla fine, cosa nascondono, nel loro profondo, questi Salmi! Le vendette invocate ricadono su Gesù ed Egli le subisce nella perfetta Volontà di salvezza del Padre. I Salmi imprecatori ci insegnano, con il loro linguaggio duro ed aspro, che Dio agisce nella vendetta, ma agisce sempre con molto amore, amandoci sino alla fine: essi ci inducono a volgere lo sguardo verso Colui che abbiamo trafitto (Giovanni 19, 37).
fonte: www.pastoralespiritualita.it
vd anche http://querculanus.blogspot.it/2011/01/ancora-su-parola-di-dio-e-liturgia.html
La Bibbia è violenta?
No, siamo noi buonisti
Nelle sante Scritture ci sono parole dure, espressioni che ai nostri orecchi suonano sgradevoli, testimonianze su sentimenti dei credenti ma anche di Dio che ci urtano e qualche volta forse ci scandalizzano. Le Scritture non allettano, raramente seducono, anzi spesso contestano le nostre certezze religiose fino a contraddirle. È vero, numerosi sono i passi delle Scritture in cui Dio appare nella collera, irato, sdegnato fino a punire con la rovina, la morte e l’annientamento chi contraddice la sua volontà e la sua legge, e non pochi sono i passi in cui Dio stesso, il nostro Dio, ordina l’uccisione, lo sterminio di uomini… Nel II secolo d.C., quando ormai si imponeva una Chiesa fatta di gojim, di pagani passati alla fede in Gesù Cristo, Marcione, di fronte a queste difficoltà presentate soprattutto dall’Antico Testamento alla fede dei credenti, rigettò il Dio e le Scritture dell’Antico Testamento e cercò di vedere nel Dio di Gesù Cristo un Dio nuovo. Naturalmente il suo tentativo di epurare le Scritture non poté fermarsi all’Antico Testamento, ma continuò nella discriminazione dei libri del Nuovo Testamento. Una logica che mai può essere arrestata quando si intraprende la via marcionita… Si può dire che da allora l’Antico Testamento ha sempre fatto problema ai cristiani che provengono dalle genti, e in ogni stagione ecclesiale, all’apparire di un’emergenza o di un’urgenza nella fede o nella Chiesa, spuntano i marcioniti e sempre appaiono «nuovi», perché ripartono ogni volta da capo nel contestare tutto ciò che precede il Cristo. Eppure la Chiesa con la sua grande tradizione non ha mai permesso di separare i due Testamenti, ha condannato chi lacera le Scritture, ha sempre proclamato che la parola di Dio è contenuta nelle Scritture di Israele e nelle Scritture dei cristiani in modo inseparabile. Tuttavia occorre ammettere che la violenza, il castigo, la vendetta di Dio o dei credenti restano un problema per molti lettori della Bibbia.
Sì, va detto con chiarezza: un cristiano che non sia ancora giunto alla piena maturità della fede fatica a conciliare queste espressioni bibliche di violenza con la sua fede e la sua preghiera. Gesù infatti ha chiesto: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano», «Benedite coloro che vi maledicono», ed è morto in croce pregando a favore dei carnefici. Ma allora, come è possibile restare fedeli a Gesù e alla sua legge, al suo spirito, e poi nella preghiera contraddire questa fedeltà radicale invocando il male, maledicendo i nemici nostri e di Dio, chiedendo per loro distruzione, annientamento, scomparsa? È conciliabile l’amore predicato da Gesù – amore universale, senza limiti né condizioni, fino al nemico – con l’uso nella preghiera, per esempio, del Salterio che contiene frequenti richieste di vendetta e imprecazioni contro i nemici? A mio avviso il problema dei cosiddetti «salmi imprecatori», così com’è stato affrontato e «risolto» da oltre quarant’anni a questa parte – cioè con l’espunzione dalla preghiera liturgica –, ne pone un altro più vasto riguardante la preghiera e il pregare. È una preghiera, quella che fa a meno delle deprecazioni, assai poco biblica e alquanto ideologica, dunque ipocrita, lontana dalla parresia nel rapporto con Dio: verso Dio si grida, si urla nei momenti dell’angoscia, della disperazione, della violenza subita (Gesù grida sulla croce!). È una preghiera lontana dalla storia e dal reale male che l’attraversa, dai reali empi e malvagi che sono i prepotenti-onnipotenti che imperversano nella storia.
E qui occorre chiedersi: si crede che la preghiera è una potenza che agisce nella storia, una forza da opporre allo strapotere del male e dei malvagi? È una preghiera lontana dagli oppressi, dai poveri, dai senza mezzi, che sono il «pasto» quotidiano di ricchi, ingiusti e oppressori; lontana da una reale intercessione in favore degli oppressi: pregare contro l’oppressore è pregare con l’oppresso, è invocare e annunciare il giudizio di Dio nella storia e sulla storia. Ci può essere, in questo, una «parzialità» che disturba il nostro buonismo: in realtà si prega nella storia e non fuori della storia, e la storia non è già redenta, né tutta santificata, ma esige giudizio, opzione, discernimento. Solo una visione angelicata della preghiera, una visione «sacrale», può togliere queste invettive! La preghiera è scegliere di stare dalla parte della vittima piuttosto che dell’aguzzino; di essere vittima dell’ingiustizia piuttosto che artefice di essa. Nei 150 salmi e nei numerosi cantici presenti nelle Scritture noi troviamo «parole contro» i nemici, dunque «preghiere contro» che possono creare delle difficoltà a noi cristiani. Nel Salterio abbondano queste espressioni in bocca a chi soffre, alla presenza di nemici, nemici suoi personali, nemici di Israele, oppure nemici di Dio: quei nemici che lo perseguitano, lo torturano, gli vogliono dare la morte. Ma, non lo si dimentichi, sono imprecazioni presenti sempre in salmi di supplica, comunque sempre rivolte a Dio o confessate davanti a Dio. Per questo non sarebbe adeguato, anzi è improprio parlare di salmi «imprecatori», e non è giusto vedervi solo grida di vendetta: sono gemiti, urla, suppliche accorate formulate in situazioni di disperazione. Certamente sono suppliche a volte eccessive; ma chi può mai pesarle e condannarle, se non si è trovato nella stessa situazione di violenza sofferta nella propria persona? Che cosa grideremmo noi in simili situazioni? E soprattutto: grideremmo stando davanti a Dio, invocando lui?
Mutilare il Salterio per ragioni edificanti, mutilare l’Antico Testamento (ma verrà anche l’ora in cui in nome della «sensibilità della gente» si chiederà di purgare il Nuovo Testamento!) significa diventare più poveri di quella testimonianza in «carne e sangue» che è presente nella Bibbia. Di fronte al male operante nella storia le «preghiere contro», le invettive contenute nei salmi di supplica sono uno strumento di preghiera dei poveri, degli oppressi, dei giusti perseguitati: essi intervengono con le loro grida, visto che nella storia per loro non ci sono altri spazi! Con queste espressioni l’orante dà un giudizio sul male, lo discerne, lo condanna e chiede a Dio di intervenire per fare giustizia e castigare il malfattore. Questi salmi sono in verità estremamente esigenti, perché sanciscono il principio in base al quale anche di fronte all’ingiustizia e al male subiti il credente si vieta di farsi giustizia e non cede alla tentazione di rispondere al male con il male, alla violenza con la violenza, ma lascia fare alla giustizia di Dio. Non si dovrebbe poi dimenticare che all’interno dell’Antico Testamento i salmi imprecatori in verità costituiscono un radicale superamento della legge del taglione, che pure era già una misura di salvaguardia dalla vendetta senza fine, dalla faida illimitata. I passi imprecatori dei salmi e dei cantici biblici, se letti in verità, non ci portano a scandalizzarci ma ci danno invece una grande lezione: questi oranti mostrano una grande pazienza. Non si fanno giustizia da soli, non ricorrono a strumenti di guerra, anzi mettono un freno all’istinto di violenza e si affidano unicamente a Dio. Questa la loro fede: ecco da dove nasce il loro grido a Dio.
Enzo Bianchi
fonte: Avvenire