Alessandra Nucci
tratto da: Tempi, anno VII, 5.04.2001, n. 14
La festa dell'8 marzo, che in Italia si tramanda di anno in anno con l'immutabilità delle leggende, narra della lotta di classe, dello sfruttamento capitalista, del diritto al lavoro e, immancabilmente, dell'iniquità della società americana.
Si tratta però di una mitologia indotta, un misto di fatti veri e meno veri ricostruiti con fantasia dal movimento sindacale, in piena Guerra Fredda, per dare corpo all'ideologia marxista e incanalare le donne il più possibile verso rivendicazioni di stampo comunista.
La storia vera infatti è molto più articolata della sola iniziativa che si vuole lanciata da Clara Zetkin a Copenhagen nel 1910. L'incendio della Triangle Shirtwaist Factory di New York fu tragedia vera e immane, ma non fu riconducibile né a scioperi né a serrate, fece vittime anche fra gli uomini e oltretutto avvenne nel 1911, un anno dopo il supposto "proclama".
Nella minuziosa ricostruzione storica offerta dal libro "8 marzo. Storie, miti, riti della giornata internazionale della donna" di Tilde Capomazza e Marisa Ombra (ed. Utopia, Roma, 1991), si scopre che la data dell'8 marzo fu stabilita a Mosca nel 1921, durante la "Seconda conferenza delle donne comuniste". Svoltasi all'interno della III Internazionale comunista, la conferenza decise di stabilire quella data come "Giornata internazionale dell'operaia" in onore della prima manifestazione delle operaie di Pietroburgo contro lo zarismo.
La "Festa della donna" fu istituita quindi nel quadro ideologico e politico che vedeva i paesi comunisti di tutto il mondo uniti per la rivoluzione del proletariato, sotto la guida dell'Unione Sovietica. Perché allora questo fatto non viene tramandato ogni 8 marzo? Per capirlo bisogna andare alle radici del femminismo, che non nasce dalle lotte del proletariato ma dalle donne del ceto medio, che già dalla metà dell'800 avevano cominciato a mobilitarsi per il diritto di voto. Quando poi, al volgere del XX secolo, venne fondato il Partito Socialista internazionale, le sue donne si divisero fra quelle disposte ad allearsi con le femministe "borghesi", e quelle che invece ritenevano che, come scrisse nel 1910 «L'Avanti!», "il proletariato femminile non può schierarsi col femminismo delle donne borghesi [...] per ottenere quelle riforme civili e giuridiche che le tolgano alla tutela e alla dipendenza dall'uomo. Questa emancipazione di sesso non scuote e può piuttosto rafforzare i cardini della presente società economica: proprietà privata e sfruttamento di classe".
In poche parole le donne di sinistra accusavano le borghesi di "non attaccare a fondo l'istituto familiare, luogo privilegiato di oppressione della donna".
Questa divisione può spiegare la ricostruzione dell'8 marzo come iniziativa di protesta per il terribile incendio di New York, il cui taglio anti-americano risultava tanto più efficace quanto più ne rimaneva nascosta la radice sovietica.
Questa versione fu riportata infatti per la prima volta in Italia dal settimanale «La lotta», edito dalla sezione bolognese del Partito Comunista Italiano. Era il 1952, e quell'anno l'Unione Donne Italiane, settore femminile della Cgil, distribuì alle sue iscritte una valanga di librettini minuscoli, 4 cm x 6, da attaccare agli abiti insieme a una mimosa.
Nel libretto c'era un resoconto dell'incendio di New York.
Due anni dopo, il settimanale della Cgil, «Il lavoro», perfezionò il racconto con un fotomontaggio che ritrae un signore arcigno in bombetta dal nome inventato che si fa largo fra masse di donne tenute indietro dalla polizia.
Così la data dell'8 marzo si è diffusa a tappe alterne, soprattutto in Europa. In alcuni paesi è salita alla ribalta solo da pochi anni. Negli Stati Uniti, dove le manifestazioni delle donne hanno sempre incluso le più svariate associazioni femminili, le donne socialiste tenevano già una "Festa della donna" nel 1908, che però non è mai diventato un appuntamento diffuso. È da pochissimo che si tenta di far acquistare visibilità in USA all'"International Women's Day". Nonostante infatti la crescente pubblicistica degli studi femminili, presenti in tutti gli atenei, il livello di attenzione del pubblico per l'8 marzo continua ad essere quasi del tutto inesistente.
da: www.rinocammilleri.it rubrica Antidoti 8 marzo 2006
di Rino Cammilleri
Traggo dal mio
I mostri della Ragione 2 (Ares) il brano che segue.
Il compianto studioso di simboli Alfredo Cattabiani rivelò alcuni anni fa in un suo articolo che l’usanza, inizialmente femminista, di offrire ramoscelli di mimosa l’8 marzo è tutta italiana. E che si tratta di un simbolo veramente particolare. Nel 1946 si cercava un fiore simbolico, analogo al garofano rosso del Primo Maggio, per celebrare la prima giornata internazionale della donna, cosa che sotto il maschilista fascismo non era neppure pensabile.
In una riunione preparatoria a Roma, cui partecipavano la socialcomunista Unione Donne Italiane, il cattolico Centro Italiano Femminile, sindacaliste e vedove di partigiani, Marisa Rodano propose la mimosa, in quella stagione facilmente reperibile. A quel tempo, essendo finita la guerra da poco, le serre erano scarse e i fiori non potevano, come oggi, giungere in aereo da ogni dove.
Così, la scelta cadde su quei fiorellini gialli che ornavano gli alberi mentre tutte le altre piante erano spoglie. Ma a Cattabiani la giustificazione non bastava, perché i prati laziali in quella stagione sono pieni anche di altri fiori, dai crochi alle pratoline (queste ultime, tra l’altro, avrebbero ben potuto simboleggiare la primavera e la «rinascita femminile»).
Così, si chiedeva se la scelta era stata davvero casuale oppure suggerita da qualcuno più esperto di simboli. Infatti, la mimosa cresce su un albero preciso, l’acacia dealbata, importantissimo simbolo massonico.
Dice il biblico libro dell’Esodo che l’Arca dell’Alleanza, la Tavola della Presentazione dei Pani e l’Altare dei Profumi nel Tempio salomonico era fatti di legno di acacia, tant’è che quel simbolo fu adottato dalla Chiesa primitiva, che, in greco, chiamava quell’albero àkantha.
Conoscendo la passione dei massoni per il Tempio di Salomone e il suo mitico costruttore Hiram, non stupisce che l’acacia abbia perfino dato il nome a una rivista di settore. A proposito di feste, concludiamo con una citazione da Giorgio Galli, il quale accenna ai «Celti, la cui festa del 1° maggio divenne anche quella delle “streghe” e poi quella del movimento operaio» (La Magia e il Potere, Torino 2004, p. 337).