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Beati i poveri in spiritoLa povertà in Spirito è un dono e una conquista nella Grazia. Anzitutto è un dono. Dio è la tua ricchezza. Vale a dire che tutte le tue "ricchezze" terrene, beni, proprietà, stima, auto-stima, lavoro, carriera, hobby, interessi e perfino gli affetti sono, pur con differenza di grado e di significato, subordinate a Dio. Lui è il tuo respiro. Questa è la povertà di spirito.

Non basta infatti essere "poveri" di beni, essere nel disagio, nella difficoltà. Pur tribolati per necessità materiali o di salute si può essere molto, ma molto, ricchi di orgoglio, superbia, sclerocardici e l'avarizia non colpisce solo colui che è ricco di beni materiali. 
L'avarizia, la gelosia e l'invidia colpisce il povero quanto il ricco.

Si può essere spogli di tutto e aver seguito formalmente il consiglio evangelico (e battesimale) della povertà ed essere attaccati ad un oggetto. Ci si è prostrati davanti alla professione del voto di povertà ed essere attaccati ad una penna biro. Si può aver scelto di servire i poveri e si è profondamente clericali, attaccati subliminalmente al demone del "Lei non sa chi sono io"; tra chierici e laici. Guai a spodestare i "ben piazzati" nelle comunità. Si può essere pastori ed esercitare la richiesta di obbedienza usando l'altare e l'ambone come luogo di appropriazione.
La povertà in spirito non è prerogativa sociale di chi non ha i beni. Nessuno stato di vita, nessun ministero e tanto più nessuna ideologia può appropiarsi di questo dono serissimo.

Anche se, tuttavia, chi vive nella povertà materiale e sociale potrebbe avere degli indubbi vantaggi che esistenzialmente pongono in una condizione di essenzialità. Ma povertà di spirito delle beatitudini non risiede in un cuore rancoroso, arrabbiato, in tumulto, ribelle, geloso, invidioso, prepotente.

La povertà in spirito risiede e abita in un cuore nudo e si nutre e si abbevera alla mitezza e all'umiltà di Cristo (Mt. 11,29).
Infatti la povertà dello spirito è quella condizione previa, di partenza (e non solo di arrivo) per partire con il piede giusto: avere Dio come unica e principale risorsa.

Giustamente si dice "chi ben comincia sta a metà dell'opera". E l'opera è questa: Gesù è il tuo Signore, Lui è il Regno. Lui è il paradigma dello spogliarsi e dell'espropriarsi.
Tu lo "possiedi" se Lui è il tuo respiro e il tuo desiderio. Se Egli, per te, è tutto e se tu desideri, dunque e nella tua libertà, che Lui sia tutto.

Quando ciò accade sin dall'inizio, anche se in forma imperfetta, che necessita di un lungo, gioioso e strutturante cammino che dura tutta la vita, tu veramente inizi ad amare, perché porti Gesù e lo doni gratuitamente come lo hai ricevuto.
Questo può portare anche all'incomprensione e talvolta alla persecuzione e la gioia, pur nella sofferenza e nella prova, è proprio quella di aver compreso che solo Dio basta e solo Gesù salva. E qui, in questa testimonianza verace, si dispiega il Bene e il Regno.

Egli riempie ogni vuoto, Egli abbassa ogni asperità e colma ogni abbassamento.

Noi siamo solo servi e amici che veicolano, come possono e quanto possono, il dono della Grazia.
Dio è Signore della storia, di ogni storia. 

Comprenderlo radicalmente, fino in fondo al cuore, è fonte di beatitudine.

Tutte le resistenze dovute al nostro peccato e ai nostri fantasmi, agli equilibri fittizi e spesso falsi del sé, necessitano della fatica e della disciplina necessaria per essere poveri.

Quindi il povero in spirito è colui che è ricco solo di una persona: Gesù, e tutto quanto viene da Lui. Ma sin da ora, perché nessuno sarà povero se già da ora non si spoglia del culto di sé.

Sia il culto di sé cosciente che quello profondo, nascosto anche alla coscienza liminale, è culto che alimenta idoli, fughe, disonestà verso di sé, verso Dio e verso i fratelli. Perché si può essere profondamente disonesti anche se in regola formale con le tasse e con il quieto vivere; anche con quella patina formale e borghese di benessere di apparire migliori. Anche tra i formalmente obbedienti al proprio superiore ecclesiale si può essere profondamente disonesti.

La sopravvivenza, sovente, porta alla disonestà. L'immergersi nel tempo grazie alla Signoria di Cristo, grazie al mezzo della povertà in spirito, compie in noi un cammino di giustizia e di rettitudine, di verità.

Come può il Signore incarnarsi nella tua storia se tu non assumi la povertà in spirito di Maria e di Giuseppe?

Lasciamoci dunque spogliare da Dio - anche quando non capiamo e soffriamo per lo "scorticamento" del cuore e degli eventi - per rivestirci solo di Lui e cominciare finalmente, ma proprio finalmente, ad amarlo e ad amare i fratelli, nella loro unicità e nel vincolo ridondante e traboccante del Suo Amore. E non è mai tardi per comprenderlo, qualunque sia il nostro stato e la nostra età.

E beato chi inizia il santo viaggio (Sl. 84,6).



Elena Francesca & Paul