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eugenicsOlimpia Tarzia - fonte: facebook

Con l’approvazione da parte della conferenza delle regioni delle linee guida sulla fecondazione eterologa, si è compiuto un errore di fondo che porterà inevitabilmente ad ulteriori pasticci e disparità, oltre che andare a gravare sul già dissestato servizio sanitario italiano, senza per giunta colmare il vuoto normativo esistente. Innanzitutto la fecondazione artificiale non può essere considerata una cura e dunque in quanto tale soggetta a ticket, poiché essa rappresenta semplicemente una modalità per bypassare la patologia della sterilità. La fecondazione artificiale non è una terapia che possa far guarire la paziente, poiché anche dopo la gravidanza ottenuta con le varie tecniche, la donna rimane ugualmente sterile.
Chiamare cura l’intervento di fecondazione eterologa è, quindi, sbagliato sia dal punto di vista concettuale che da quello linguistico. Il sistema sanitario nazionale si fa carico economicamente del diritto alla salute garantendo la cura, su di esso non possono gravare anche le spese dell’eterologa che di fatto non cura, ma risponde ad un desiderio. In secondo luogo, secondo le linee guida, la scelta di una “ragionevole compatibilità” tra donatori e riceventi spetterà ai centri, con tutte le conseguenze immaginabili sulla dibattuta questione della razza. Le sentenze non possono sostituire il ruolo del Parlamento, particolarmente quando si tratta di temi eticamente sensibili: il vero, unico strumento normativo necessario è una legge nazionale che tuteli i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito e disciplini nuovamente le operazioni di fecondazione artificiale, così come fece la legge 40, smontata pezzo a pezzo dalle sentenze. Esiste il diritto alla salute, ma non quello ad avere un figlio, che rimane sempre un legittimo desiderio, non un diritto, realizzabile attraverso l’adozione. Meglio sarebbe stato che i governatori delle Regioni avessero preso una posizione più responsabile, che affrontasse la questione della sterilità con una veduta più ampia. Come si può pensare di emanare linee quando al momento non esiste alcun centro autorizzato per l’eterologa né, tantomeno, un registro nazionale dei donatori, strumento fondamentale per la tracciabilità e dunque anche per scongiurare casi di consanguineità? Anziché accelerare su qualcosa che doverosamente spetta al Parlamento, perché non decidere di investire risorse per la ricerca ai fini di prevenire e di curare (cosa in molti casi possibile) l’infertilità e la sterilità? Piuttosto che realizzare linee guida, sulla spinta di pressioni lobbistiche, favorendo di fatto il business delle cliniche private che da tempo richiedono l’eterologa, piuttosto che incentivare il mercato dei gameti sulla pelle delle donne ed accelerare senza motivo plausibile un atto amministrativo su tecniche, oltre che eticamente inaccettabili, di limitatissimo interesse pubblico, perché non affrontare seriamente e porre rimedio all’estenuante, infinita trafila che deve sopportare una coppia nel cammino dell’adozione?