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papa-francesco-bacio-bimbo«Dobbiamo essere tutti un po’ più poveri» perché se tutte le persone si ponessero il problema, se tutti diventassimo un po’ più poveri per assomigliare a Gesù maestro povero, molti problemi potrebbero trovare soluzione. La povertà è infatti «uno scandalo», «un grido». Soprattutto in un mondo «dove ci sono tante ricchezze e risorse», eppure non si capisce perché non si riesce a far mangiare tutti. «Anche per questo ho rinunciato a qualche ricchezza». Spiega così le sue scelte Papa Francesco. E lo fa rispondendo alla curiosità di alcuni dei novemila studenti delle scuole che i gesuiti hanno in Italia e in Albania, ricevuti in udienza nell’aula Paolo vi nella mattina di venerdì 7 giugno.
E poi confessa loro anche di aver scelto di non abitare nel Palazzo Apostolico non per «per virtù personale» ma perché «io amo stare in mezzo alla gente — dice — e stare solo non mi farebbe bene»
C’era da aspettarselo: l’incontro con questi ragazzi si è trasformato in un botta e riposta improvvisato, schietto, senza filtri. Un dialogo che non era previsto dal protocollo. Ma il Papa ha messo da parte il discorso preparato, riassumendolo, e ha invitato i giovani ad avvicinarsi liberamente al microfono per fargli domande. «Sono a disposizione» ha detto. E lo hanno fatto in dieci tra giovani e bambini e un professore. Gli argomenti sono stati svariati: dalle curiosità personali alle domande esistenziali. Ricorrenti le domande sull’instabilità del futuro visto con gli occhi dei più giovani. E il Papa, non nascondendo le difficoltà che certamente troveranno lungo la via, fa capire l’importanza di sapersi rialzare senza aver paura dei fallimenti e delle cadute. L’arte del camminare implica la capacità di sopportare la stanchezza. Ma è un’arte, ha puntualizzato, che sarebbe brutto e noioso praticare da soli: è meglio camminare nell’ambito di una comunità, con gli amici.
Questo stile di vita, risponde poi a Monica e Antonella, porta ad abbracciare una vocazione precisa. Nel suo caso, alla scelta di divenire gesuita. A spingerlo, confida, è stata la missionarietà, il desiderio di uscire fuori dal proprio contesto per andare ad annunciare Gesù Cristo: e il suo desiderio personale era partire per il Giappone.
E invece è diventato Papa: «L’hai voluto?» gli ha chiesto Eugenio. «Se una persona non vuole tanto bene a se stesso, Dio non lo benedice. E uno che vuole bene a se stesso non vuole fare il Papa. Per questo non ho voluto io fare il Papa».
E poi la crisi, la precarietà, la politica. Federica gli parla dei timori che i giovani hanno per il loro futuro vista l’aggressività della crisi che non è una questione solo italiana, ha sottolineato il Papa, ma riguarda tutto il mondo. Ma è soprattutto «una crisi umana prima ancora che economica e sociale». A essere è in crisi è anzitutto il valore della persona umana perché oggi conta di più il denaro. Sì, ha ribattuto, «la persona oggi è schiava e sta anche ai giovani darsi da fare per liberarla dalla schiavitù delle strutture economiche e sociali».
E la politica non è qualcosa da tenere lontana, anzi per i laici cristiani è «un dovere, un obbligo» afferma il Pontefice in risposta alla domanda di un professore. È necessario «coinvolgersi nella politica: non possiamo giocare da Pilato, lavarci le mani». La politica, infatti, è una delle forme più alte della carità perché ricerca il bene comune. E se la politica è troppo sporca, aggiunge il Papa, forse è anche perché i cristiani non si sono impegnati abbastanza con spirito evangelico.
E poi di nuovo la povertà. Giacomo gli chiede come rapportarsi con la povertà. Ferma la risposta del Papa: non si può parlare di povertà astratta senza l’esperienza dei poveri, «senza cioè aver messo le mani nella carne di Cristo».



(©L'Osservatore Romano 8 giugno 2013)