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abbraccio benedicenteGiovanna Jacob - © www.culturacattolica.it - 20-27 ottobre 2013

Fraintendimento sistematico

Con il presente iniziamo la pubblicazione di una serie di preziosi contributi della Dott.ssa Giovanna Jacob su Papa Francesco. Eugenio Scalfari sembra essersi dato una missione: interpretare erroneamente con ostinato zelo ogni parola uscita dalla bocca del Santo Padre (vedi Scalfari e il gioco delle tre tavolette). Ma l’atteggiamento di Scalfari non è per nulla sorprendente, al contrario. E’ normale che un giornalista “laicista” ossia radicalmente ateo non sopporti quello che dice un Papa e quindi o lo critichi o in alternativa cerchi di distorcerlo per adattarlo al suo pensiero. Quello che invece è davvero preoccupante è che oggi a fraintendere ogni parola pronunciata dal Papa ci si sono messi anche molti cattolici, fra cui Alessandro Gnocchi, Mario Palmaro, Mattia Rossi e Pietro De Marco.
Se questi ultimi sospettano il Papa di eresia, invece i soliti ultra-tradizionalisti sedevacantisti vedono in lui l’Anticristo annunciato da un assortimento di profezie di veggenti di dubbia ortodossia e maghi pittoreschi, fra i quali l’immancabile Nostradamus, campione nell’arte di dire tutto e il contrario di tutto in ogni riga. A saperlo interpretare, potreste leggere nelle sue righe la profezia di qualunque cosa vi venga in mente, anche del fatto che adesso state leggendo questo articolo.

Dice ad esempio Mattia Rossi: «Come è possibile bere in tutta tranquillità parole di una gravità inaudita come queste? Come è possibile accettare che venga messa sullo stesso piano (e per di più se lo fa un Papa) la presenza reale nell’Eucaristia e quella nei poveri/disabili? L’inganno, perpetrato senza alcun supporto teologico, è molto sottile ed è intollerabile dal cattolico: la “carne” dei poveri è quella di Cristo solamente per analogia, non realmente come nocivamente buttato lì da Bergoglio; in essi è, sì, riconoscibile Cristo da servire, ma è cosa ben diversa dalla “carne” vera e viva di Cristo rintracciabile solamente nelle specie dell’Altare. Qui si rischia di far passare l’idea che curare i poveri, oltre che considerarli figli come il Figlio, equivalga all’attingere alla stessa “mensa” (la terza, dopo quella già ampiamente ambigua “della Parola”?).» (Mattia Rossi, “Francesco sta fondando una nuova religione opposta al Magistero cattolico”, Il foglio, 11 ottobre 2013). Ma vediamo quali sono esattamente le parole “di una gravità inaudita” pronunciate dal Papa davanti ad una platea di disabili: «Sull’altare adoriamo la Carne di Gesù; in loro troviamo le piaghe di Gesù. Gesù nascosto nell’Eucaristia e Gesù nascosto in queste piaghe. […] Gesù è presente nell’Eucaristia, qui è la Carne di Gesù; Gesù è presente fra voi, è la Carne di Gesù: sono le piaghe di Gesù in queste persone». Senza dubbio in queste frasi c’è qualche margine di imprecisione che potrebbe portare ad errate interpretazioni. Ma presumibilmente si tratta di frasi improvvisate, pronunciate “a braccio”. Da che mondo è mondo, le frasi pronunciate “a braccio” da chiunque, in primo luogo da noi stessi, non hanno la stessa precisione di forma e contenuto delle frasi scritte. Abbiamo ragione di credere che in una enciclica Francesco scriverebbe frasi più precise, soppesando scrupolosamente non solo ogni parola ma perfino i punti e le virgole. Ma per quanto possano sembrare imprecise, nel loro complesso le succitate frasi Papali sono chiare. Ci vuole non poca malizia per sostenere che con queste parole il Papa abbia voluto istituire una sorta di Terzo Sacramento Eretico! Il Papa non sta dicendo che la carne dei bisognosi coincide con la carne di Cristo presente nell’eucaristia: sta dicendo che tutto quello che facciamo ai bisognosi lo facciamo a Cristo stesso.


Papa Francesco e la coscienza


Ma adesso esaminiamo la frase del Papa che ha suscitato maggiore scandalo. Scalfari ha chiesto al Papa: «Santità esiste una visione del Bene unica? E chi la stabilisce?». Il Papa ha riposto: «Ciascuno di noi ha una sua visione del Bene e anche del Male. Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene (…) Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce. Basterebbe questo per migliorare il mondo» (Eugenio Scalfari, “Il Papa: così cambierò la Chiesa”, La Repubblica, 1 ottobre 2013). All’apparenza, sembra che il Papa stia avallando una visione soggettivistica e relativistica della verità. Quindi si potrebbe obiettare: ma se qualcuno pensa che uccidere ebrei e disabili sia bene, dobbiamo incitarlo ad ammazzare ebrei e disabili? Evidentemente, il Papa non intendeva mettere relativisticamente tutte le visioni del Bene e del Male sullo stesso piano. Sebbene in questa sede la legge naturale non la nomini neppure, è chiaro che il Papa si riallaccia implicitamente ad una ormai millenaria tradizione di giusnaturalismo cattolico secondo cui ogni uomo è dotato alla nascita di una coscienza morale che tende a seguire la legge naturale. Dal momento che è del tutto contraria alla legge naturale, la concezione del Bene e del Male secondo cui è giusto ammazzare ebrei e disabili o dissidenti o chiunque altro non può essere considerata valida.
A questo punto De Marco obietta: «Forse Papa Francesco voleva dire che l’uomo, secondo la dottrina cattolica della legge naturale, ha la capacità originaria, un impulso primario e fondamentale dato (non “suo” particolare, ma universalmente dato) da Dio, di distinguere ciò che è in sé Bene da ciò che è in sé Male. Ma qui si inserisce il mistero del peccato e della grazia. Si può esaltare Agostino, come il Papa fa, e omettere che in “ciò che l’uomo può pensare sia il bene” opera sempre anche il peccato? Che ne è della dialettica tra la città di Dio e la città dell’uomo e del diavolo, “civitas” dell’amore di sé? Se il Bene fosse ciò che l’individuo pensa sia bene, e la convergenza di questi pensieri salvasse l’uomo, che necessità vi sarebbe stata della legge positiva in genere, della legge di Dio in particolare, e dell’incarnazione del Figlio?» (Pietro De Marco, “Un messaggio allo stato liquido”, 2 ottobre 2013). Gnocchi e Palmaro aggiungono: «A Vaticano II già concluso e a postconcilio più che ben avviato, nel capitolo 32 della “Veritatis splendor”, Giovanni Paolo II scriveva, contestando “alcune correnti del pensiero moderno”, che “si sono attribuite alla coscienza individuale le prerogative di un’istanza suprema del giudizio morale, che decide categoricamente e infallibilmente del bene e del male (…) tanto che si è giunti a una concezione radicalmente soggettivista del giudizio morale”. Anche il “normalista” più estroso dovrebbe trovare difficile conciliare il Bergoglio 2013 con il Wojtyla 1993» (Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, “Questo Papa non ci piace”, Il foglio, 9 ottobre 2013).
Non c’è dubbio che, in ogni individuo che non sia stato toccato direttamente dalla grazia, il peccato tenda a zittire la coscienza morale, portando così l’intelligenza a formulare visioni errate del Bene e del Male. Quindi non c’è dubbio che l’uomo non potrà mai riconoscere pienamente il Bene morale, e tantomeno potrà riuscire a metterlo in pratica, se Cristo non lo libera dal peccato. Nessuno, tanto meno il Papa, si permetterebbe mai anche solo di insinuare che la coscienza morale da sola possa indicare all’uomo la strada giusta ed aiutarlo a seguirla, salvandolo. Quindi, non credete a Gnocchi e Palmaro: il Bergoglio del 2013 non si discosta per nulla dal Wojtyla del 1993. Francesco I non dice che la coscienza morale individuale è infallibile, bensì che anche i non credenti ne hanno una. Si potrebbe dire che per Francesco I la coscienza individuale non è tutto ma è comunque molto. Consideriamo per un attimo le persone che non hanno ancora incontrato Cristo. La loro coscienza morale tace del tutto? Assolutamente no. Per quanto possa essere forte l’inevitabile influsso del peccato, la coscienza continua a funzionare lo stesso. Sembra che continui a funzionare perfino in coloro che abbracciano visioni ideologiche basate sul Male, come il nazismo o il comunismo. Il nazista magari si dice convinto che ammazzare gli ebrei è giusto, ripetendo a memoria gli argomenti darwinisti ed eugenetici della propaganda nazista, ma in cuor suo sa che quello non è giusto. Secondo molteplici testimonianze, la maggior parte degli aguzzini nazisti erano soliti stordirsi di alcol proprio per mettere a tacere gli inevitabili rimorsi. Neppure l’uomo più insensibile del mondo riuscirebbe a mandare ogni giorno centinaia di persone nelle camere a gas senza provare mai nulla. D’altra parte il terrorista solitario Anders Breivik ha dichiarato che, per riuscire a portare a termine la sua impresa criminale, ha dovuto allenarsi per anni a mettere a tacere la sua coscienza. Ma non pensiamo solo agli aguzzini: presumibilmente anche i sostenitori di presunti “diritti” anti-umani quali il “diritto” all’aborto devono combattere contro la loro coscienza, anche se naturalmente non lo ammetteranno mai. Secondo una vastissima letteratura scientifica, quasi tutte le donne che hanno abortito patiscono per tutta la vita le conseguenze psicologiche di quello che hanno fatto.
Dunque la coscienza non smette di funzionare del tutto neppure nei criminali nazisti, figuriamoci negli altri. Ma facciamo un passo avanti: tutti quelli che non hanno ancora incontrato Cristo abbracciano necessariamente visioni ideologiche malvagie e commettono necessariamente crimini contro l’umanità? Non mi sembra proprio. Possiamo affermare in tutta sicurezza che anche fra i non credenti ci sono molte brave persone. Certamente la loro coscienza naturale, non essendo illuminata dalla grazia, non riesce a formulare una visione del Bene e del Male assolutamente perfetta ossia perfettamente aderente alla legge naturale, che poi coincide con la legge divina. Tuttavia, come detto, non sarà neppure necessariamente contraria ad essa. Assumendo dunque che solo la visione cristiana è perfetta, ebbene fra le tante differenti visioni non cristiane del Bene e del Male che ci sono sulla faccia della terra, alcune sono meno imperfette delle altre: anche se non coincidono perfettamente con la legge naturale, tuttavia non collidono neppure apertamente con essa, ossia rispettano perlomeno le norme elementari del “contratto sociale” difese dalle leggi positive (non uccidere, non rubare eccetera). Quindi, il cristiano non può tollerare le visioni che prevedono cose come che l'aborto e il matrimonio gay, mentre invece valorizza ad esempio la visione dei buddisti del monte Koya, che vedremo poco oltre.
Era a queste visioni non perfette ma neppure malvagie che il Papa si riferiva quando diceva: «Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce». Fra queste visioni non possiamo certamente includere il comunismo, ma i comunisti non sono il comunismo. Il comunismo è cattivo per una serie di ragioni che non sto a ripetere, ma gran parte dei comunisti non lo sanno. E’ risaputo che, almeno in Italia, la “base” comunista non era in grado di addentrarsi nelle foreste insidiose e tenebrose del pensiero di Marx e dei suoi seguaci. Il comunismo in cui credevano e tuttora credono in molti non è il vero comunismo, quello di Marx, ma una versione annacquata del comunismo, un comunismo sentimentale e filantropico, che mira a porre fine alla povertà senza tuttavia eliminare fisicamente i “nemici di classe”. Con questi comunisti si può dialogare perché hanno comunque una idea del Bene non del tutto imperfetta. Della distinzione fra comunismo e comunisti tiene conto innanzitutto il Papa, che nell’intervista del 1 ottobre da una parte puntualizza che il comunismo non lo ha mai convinto («Il suo materialismo non ebbe alcuna presa su di me»), dall’altra ricorda con affetto, definendola «persona coraggiosa ed onesta», la sua insegnante comunista, che finì torturata e uccisa dal regime (Eugenio Scalfari, “Il Papa: così cambierò la Chiesa”, La Repubblica, 1 ottobre 2013). Chi rimane attaccato ad una idea sbagliata perché in cuor suo la crede giusta, non solo non commette peccato ma anzi, in un certo senso, è virtuoso. Nelle Lettere di Berlicche di C. S. Lewis, l'esperto tentatore Berlicche insegna al nipote che Dio «fa spesso bottino di esseri umani che hanno dato la vita per ideali che Egli pensa cattivi, per la ragione mostruosamente sofistica che gli esseri umani li credevano buoni e che agivano nel miglior modo che sapevano» (C. S. Lewis, Le lettere di Berlicche, Jaca Book 1990, pag. 23).
Come abbiamo visto, Francesco I non afferma né esplicitamente né implicitamente che la coscienza individuale è infallibile. Tuttavia è vero che, quando parla con Scalfari, pone una enfasi che può apparire eccessiva sulla coscienza morale individuale. Ma bisogna tenere presente che una intervista pubblicata su La Repubblica è cosa ben diversa da una enciclica. Probabilmente in una enciclica il Papa userebbe parole diverse e ridimensionerebbe molto il ruolo della coscienza individuale. Ma le encicliche sono scritte ad uso e consumo dei credenti. Su La Repubblica il Papa non si rivolge ai credenti ma ai non credenti, in primo luogo a Scalfari. Con i non credenti bisogna dialogare, non fare lezioni di catechismo assumendo quell'atteggiamento arrogante che si chiama "proselitismo". Il Papa ha detto che «il proselitismo è una solenne sciocchezza, non ha senso» (Eugenio Scalfari, “Il Papa: così cambierò la Chiesa”, La Repubblica, 1 ottobre 2013). Anche in queste parole Mattia Rossi riesce a trovare chiari indizi di eresia: «Cercare la conversione dell’altro non è una “sciocchezza”; lo si può fare in maniera sciocca, oppure sublime come in molti santi» (Mattia Rossi, “Francesco sta fondando una nuova religione opposta al Magistero cattolico”, Il foglio, 11 ottobre 2013). Massimo Introvigne sgombra il campo dagli equivoci: «Chi conosce i documenti della Chiesa su ecumenismo e dialogo, sa che da decenni questi condannano il “proselitismo” come modo petulante e aggressivo di tirare per la giacca i potenziali convertiti, contrapponendolo alla «missione» che procede in modo graduale e rispettoso, partendo da quanto il missionario e il suo interlocutore hanno in comune. Sì, nel dialogo non c’è nessun proselitismo. Ma c’è tanta missione» (Massimo Introvigne, “Il Papa a Scalfari: la grazia può toccare anche lei”, La bussola quotidiana, 1 ottobre 2013). Insomma, dialogare non significa rinunciare ad annunciare la Verità con la maiuscola ma farlo in maniera graduale, rispettando le convinzioni degli altri.


Papa Francesco, il Bene e il Male, il dialogo

Tiriamo le somme del discorso. Quando afferma che ognuno ha una sua visione del Bene e del Male, il Papa non sta né avallando il relativismo morale né sopravvalutando il ruolo della coscienza. Sta facendo un’altra cosa: sta dialogando con un non credente che non ha nessun punto di riferimento al di fuori della sua coscienza. Inoltre, il Papa non mette tutte le visioni del Bene e del Male sullo stesso piano: riallacciandosi implicitamente ad una secolare tradizione, considera valide solo le visioni che non contraddicono apertamente la legge naturale e la legge positiva. Il Papa è convinto che un non credente possa avvicinarsi alla Verità con la maiuscola solo verificando fino in fondo nella sua vita, con tutto sé stesso, la sua parziale visione della verità. Non dimentichiamoci che Luigi Giussani la pensava esattamente come Francesco I. Attorno al 1968 molti amici personali di Giussani lasciarono il Movimento per unirsi al Partito Comunista, che allora andava per la maggiore. A questi amici, che non possono non averlo ferito nel profondo, Giussani non faceva la predica: “Abbandonate subito il comunismo perché il comunismo è sbagliato e chi vota comunista va all’inferno”. Diceva loro più o meno: "Mi raccomando, andate a fondo di quell'esperienza, stateci con tutti voi stessi ". Analogamente, ai buddisti giapponesi del monte Koya, con i quali strinse un profondo rapporto di amicizia, non chiese mai di abiurare il buddismo per abbracciare la Vera Fede. Giussani aveva il massimo rispetto per quello in cui credevano perché riconosceva che la loro visione del Bene e del Male non era del tutto imperfetta e perché vedeva che loro la prendevano sul serio. E poi gradualmente, Giussani arrivò a nascondere fra le pieghe dei discorsi che faceva loro dei chiari indizi della Verità: “Quel mistero che voi vedete in tutte le cose si è incarnato nel ventre di una donna”. Non ricordo dove, Giussani parlò di un giovane monaco di Koya. Disse più o meno (ripeto a memoria con parole mie, perché ritrovare la citazione nel mare magnum degli scritti di Giussani è una impresa): "Dalla maniera in cui mi tratta, dallo stupore con cui mi guarda, intuisco che forse dentro di lui ha cominciato a capire chi è Cristo. Ma in fondo non importa neppure che arrivi a convertirsi. Quando sarà davanti al Padre, finalmente potrà dire: ma allora i cattolici avevano davvero ragione!". Ma appunto, quel monaco misterioso si è avvicinato alla Verità passando attraverso l’esperienza del monachesimo del monte Koya, prendendola sul serio fino in fondo. Per questo, se tutti prendessero sul serio le proprie idee, tutti sarebbero meno lontani dalla Verità, e il mondo sarebbe un posto migliore. Credi che il comunismo possa portare la perfetta felicità terrena? Verificalo con tutto te stesso.
Le mille diverse visioni non cristiane del Bene si possono paragonare a tanti vestiti o troppo grandi o troppo piccoli per coprire il tuo corpo. Il Cristianesimo, invece, è come un vestito fatto su misura per te. Se fa freddo, anche uno straccio è meglio di niente. Finché non hai trovato il vestito su misura, ti va bene anche un vestito di taglia sbagliata. Analogamente, finché non hai trovato la vera Religione, meglio aderire al buddismo del monte Koya che abbandonarsi al nichilismo suicida. Ma se lo osservi con cura, devi pure accorgerti che il vestito che indossi, sebbene sia meglio di niente, non si adatta perfettamente al tuo corpo. Quando finalmente trovi un vestito che sembra fatto su misura per te, devi scegliere se rimanere comodamente nel vecchio vestito cui sei abituato oppure fare la fatica di togliertelo per indossare l’altro. Analogamente, ad un certo punto devi per forza accorgerti che le idee in cui credi rispondono solo in parte alle esigenze del tuo cuore, mentre il Cristianesimo vi risponde perfettamente. A questo punto, devi compiere una scelta che ha sempre un certo margine di fatica e di dramma. Non è mai facile abbandonare quello in cui si è creduto e per cui si è combattuto per anni. Ma se si rimane attaccati a una visione sbagliata sapendola sbagliata, solo per orgoglio, non ci sono scusanti.
In conclusione, il Papa non esalta il soggettivismo e il relativismo morale. Casomai, afferma che non si può arrivare alla luce della verità oggettiva se non percorrendo fino in fondo il “tunnel” della propria, inevitabile visione soggettiva della verità. Tutti ne abbiamo avuta una, prima di incontrare il Cristianesimo.
Mattia Rossi conclude il suo articolo contro il Papa con queste parole: «Parrebbe giunto il momento di dire davvero basta a questo continuo stillicidio e disgregazione del cattolicesimo». Giusto, è ora di dire basta a questo continuo stillicidio e disgregazione del cattolicesimo operato da gente come Rossi, De Marco, Gnocchi e Palmaro, che evidentemente si credono più puri e più saggi del Vicario di Cristo. Mi viene in mente l’aforisma geniale di un cattolico ottocentesco a proposito di Martin Lutero: «Credendosi più saggio di Dio e più puro della Chiesa, Lutero pretese di riformare la Chiesa di Dio». Non a caso Massimo Introvigne avverte che di questo passo si andrà proprio verso lo scisma (cfr. Massimo Introvigne, “Capisco il disagio ma nella Chiesa o si cammina con il Papa o si va verso lo scisma”, Il Foglio, 11 ottobre 2013, p. 4).


"Progressisti" e "Tradizionalisti"

Sceglieremo il Papa su Facebook?
Più ancora del contenuto dell’articolo di Gnocchi e Palmaro, mi ha colpito il titolo: “Questo Papa non ci piace”. Una domanda sorge spontanea: ma da quando un Papa deve piacere a voi per fare il Papa? Che sia stato scelto dai due autori dell’articolo o da qualche anonimo titolista, quel “non ci piace” è in ogni caso molto significativo: è il sintomo della diffusione all’interno della Chiesa di una mentalità sbagliata, intrinsecamente post-moderna, secondo cui il Vicario di Cristo dovrebbe comparire ogni giorno di fronte ad una giuria popolare composta da un miliardo di cattolici, quasi che i semplici fedeli fossero i veri custodi e garanti della Tradizione e il Papa non fosse che un semplice rappresentante dei fedeli. Immaginate un futuro distopico in cui ogni pronunciamento e ogni azione del Papa sia “messa ai voti” su Facebook dai fedeli, tutti intenti a cliccare compulsivamente “mi piace” o “non mi piace” (rispettivamente pollice in alto e pollice in basso). Gnocchi e Palmaro hanno già cliccato il pollice all’ingiù sul Foglio. Poco ci manca che qualche zelante cattolico post-moderno chieda che la prossima volta i padri riuniti nel conclave consultino il popolo dei fedeli prima di scegliere il nuovo Papa: “Cari fedeli, chi vi piace di più? Ditecelo su Facebook”. A questo punto, i fedeli votanti potrebbero polarizzarsi su due schieramenti principali: i progressisti e i tradizionalisti. I primi sceglieranno il candidato che promette di stravolgere e infine liquidare completamente la tradizione preconciliare, i secondi sceglieranno quello che promette di liquidare completamente ogni lascito del Concilio Vaticano II. Se i primi sognano una sorta di “rivoluzione permanente”, ossia stravolgimento permanente della Tradizione, i secondi invece sognano la fissità permanente della Tradizione. Entrambi fanno fatica a capire che la Tradizione è come un corpo vivente che cresce. Tutti all’inizio siamo neonati, nessuno lo resta. Crescere non significa diventare altro ma sviluppare quelle potenzialità fisiche e intellettuali che abbiamo dentro fin dall’inizio (per parlare tomista, crescere significa passare dalla potenza all’atto). Considerando dunque che la Tradizione è come un corpo vivente, ebbene i progressisti non capiscono che per crescere e perfezionarsi deve rimanere sé stessa, i secondi non capiscono che per rimanere sé stessa deve crescere e perfezionarsi. Gnocchi, Palmaro, Rossi e De Marco non sono progressisti ma non sono neppure propriamente tradizionalisti, perché non rifiutano il Concilio Vaticano II nel suo complesso. Tuttavia, sono molto vicini ai tradizionalisti, in quanto giudicano deleterio ogni tentativo di “dialogo” con la modernità e rigettano con sdegno il concetto stesso di “ecumenismo”.

Il Concilio, il dialogo e l'ecumenismo
A Scalfari il Papa ha detto: «Il Vaticano II, ispirato da Papa Giovanni e da Paolo VI, decise di guardare al futuro con spirito moderno e di aprire alla cultura moderna. I padri conciliari sapevano che aprire alla cultura moderna significava ecumenismo religioso e dialogo con i non credenti. Dopo di allora fu fatto molto poco in quella direzione. Io ho l’umiltà e l’ambizione di volerlo fare» (Eugenio Scalfari, “Il Papa: così cambierò la Chiesa”, La Repubblica, 1 ottobre 2013). Su Civiltà cattolica ha aggiunto: «Il Vaticano II è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea. Ha prodotto un movimento di rinnovamento che semplicemente viene dallo stesso Vangelo. I frutti sono enormi» (Antonio Spadaro, “La Chiesa, l’uomo, le sue ferite: l’intervista a Papa Francesco”, Civiltà Cattolica, 19 settembre 2013). De Marco commenta: «Tutto ciò suona come un a priori poco critico: quanto distruttivo “ecumenismo” e quanto “dialogo” subalterno alle ideologie del Moderno abbiamo visto all’opera nei decenni passati, a cui solo Roma, da Paolo VI a Benedetto XVI, ha posto un argine! Il Bergoglio che criticò le teologie della liberazione e della rivoluzione non può non sapere che il “dialogo con la cultura moderna” attuato dopo il Concilio fu ben altra cosa che un garbato “ecumenismo”» (Pietro De Marco, “Un messaggio allo stato liquido”, 2 ottobre 2013). Gnocchi e Palmaro aggiungono: «Proprio così, non più il mondo messo in forma alla luce del Vangelo, ma il Vangelo deformato alla luce del mondo, della cultura contemporanea. E chissà quante volte dovrà avvenire, a ogni torno di mutamento culturale, ogni volta mettendo in mora la rilettura precedente: nient’altro che il concilio permanente teorizzato dal gesuita Carlo Maria Martini» (Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, “Questo Papa non ci piace”, Il Foglio, 9 ottobre 2013).
Impossibile negare che oggettivamente, all’indomani dell’ultimo Concilio, molti “progressisti” hanno volutamente e colpevolmente usato il “dialogo” e l’ “ecumenismo” come armi per combattere contro la Tradizione, per ferirla e infine per dissolverla nell’acido delle peggiori ideologie di questo mondo. Ma il fatto che i “progressisti” li abbiano usati male non significa che i concetti di dialogo e di ecumenismo siano intrinsecamente malvagi e che dunque debbano essere rifiutati. Soprattutto, le evidenti colpe dei “progressisti” (perché di colpe si tratta) non devono indurci a rifiutare in blocco l’eredità del Concilio Vaticano II. E’ qui opportuno citare l’antico detto che recita: non bisogna buttare via il bambino con l’acqua sporca. A non buttare via il bambino ci aiuta Massimo Introvigne: Con la sua «ermeneutica della riforma nella continuità» Benedetto XVI «invitava ad accogliere lealmente gli elementi di riforma del Concilio interpretandoli però non contro il Magistero precedente ma tenendo conto di questo. La proposta fu rifiutata a sinistra, e spesso capita male a destra. Qui si plaudì alla continuità dimenticandosi della riforma, e si credette che il Papa autorizzasse ad accogliere, del Vaticano II, solo quanto avesse presentato in modo nuovo («nove») quanto era già stato insegnato prima, rifiutando invece quanto era in effetti «novum», nuovo, non - secondo Benedetto XVI - in contraddizione con il Magistero precedente ma certo non riducibile a questo. Non era così. Questa «destra» interpretò il discorso di commiato di Papa Ratzinger ai parroci romani del 14 febbraio 2013 come un'ammissione che l'ermeneutica della riforma nella continuità era fallita. Mentre quello che era fallito era il tentativo di usare Benedetto XVI per rifiutare il Concilio» (Massimo Introvigne, “Capisco il disagio ma nella chiesa o si cammina con il Papa o si va verso lo scisma”, Il Foglio, 11 ottobre 2013).

Senza il Vangelo non ci sarebbe stata la Modernità
Vorrei aggiungere una piccola nota a margine. Il Papa ha auspicato una «rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea» e ha sottolineato che il Concilio «ha prodotto un movimento di rinnovamento che semplicemente viene dallo stesso Vangelo». Per tagliare corto, possiamo ammettere che il Vangelo venga riletto alla luce della cultura contemporanea per la semplice, scandalosa, scioccante ragione che senza il Vangelo non ci sarebbe mai stata neppure una Modernità. All’interno di quella che genericamente si definisce cultura contemporanea (moderna e post-moderna) si possono distinguere due tendenze principali, la prima negativa e la seconda positiva: la tendenza al totalitarismo politico, allo scientismo positivista e al relativismo morale e culturale (che sul lungo periodo porta all’estinzione graduale dello stesso pensiero scientifico) e la tendenza al pensiero scientifico, alla democrazia, al liberalismo e perfino alla parità fra uomo e donna. La prima tendenza discende dall’Illuminismo ateo, la seconda discende direttamente dal Cristianesimo. Non ci credete che la scienza, il liberalismo e la democrazia discendono direttamente dal Cristianesimo? Allora leggetevi con calma La vittoria della ragione di Rodney Stark, How the Catholic Church built the western civilisation di Thomas E. Woods e Controstoria di Luigi Negri. Non ci credete che perfino lo screditato femminismo discende dal Cristianesimo? Allora ripassatevi la vicenda di santa Edith Stein e rileggete il suo saggio La donna. Quindi, dialogando fra loro, sia la cultura contemporanea che la cultura cattolica potranno perfezionarsi. La cultura contemporanea sarà aiutata a liberarsi gradualmente dal suo “lato oscuro” di derivazione atea, che tanti orrori ha già prodotto nella storia recente, mentre la cultura cattolica sarà aiutata a liberarsi di alcune idee obsolete, che cento o duecento anni fa potevano ancora avere qualche senso ma che oggi nel migliore dei casi non ne hanno nessuno e nel peggiore sono radicalmente ingiuste. Possiamo ancora considerare cattolicamente valida l’idea, che è andata per la maggiore all’interno della Chiesa fino al XIX secolo, che il trono fosse necessario all’altare? E per inciso, il culto del “trono” in un certo senso era antiquato già nel Medioevo, dal momento che la cultura cristiana portava naturalmente alla democrazia (forme di democrazia diretta funzionavano non soltanto nei comuni ma anche nei feudi). E possiamo ancora accettare quei brani della vecchia teologia, troppo succube del pagano Aristotele, che definivano la donna un “maschio mancato” (“mas occasionatus”) e alimentavano la superstizione misogina di origine giudaica (tuttora cara ai tradizionalisti) secondo cui la donna non avrebbe altra preoccupazione nella vita che indurre l’uomo in tentazione e quindi sarebbe opportuno chiudere bene a chiave le donne dentro casa e farle stare zitte? Santa Hildegard von Bingen, santa Caterina da Siena e santa Edith Stein e altre innumerevoli sante, che erano tutto fuorché “teologhesse vetero-femministe” (per riprendere una espressione sprezzante usata da Palmaro sul Foglio di mercoledì 16 ottobre), non son state zitte. L’ebreo san Paolo non voleva che la donna insegnasse ma santa Edith Stein ha ottenuto perfino una cattedra universitaria.

Cristianesimo e cultura
A questo punto, i tradizionalisti obiettano che tutto questo “dialogo” con la cultura contemporanea ci induce fatalmente a ridurre la Vera Religione ad un fenomeno di cultura e di civiltà che si confonde con la cultura e la civiltà occidentali. Chiariamo bene le cose: il Cristianesimo non è pura cultura e tuttavia ha bisogno di una cultura. Quindi, chi riduce il Cristianesimo a cultura sbaglia, ma sbaglia anche chi pretende che il Cristianesimo sia pura fede senza cultura. Non è certo che i tradizionalisti rifiutino a priori ogni cultura che pretenda di affiancarsi alla fede; certo è invece che i tradizionalisti rifiutano in blocco ogni aspetto della civiltà occidentale contemporanea e sperano che la Chiesa se ne stacchi al più presto. Non a caso, oggi i tradizionalisti anti-Bergoglio dicono che i cattolici rimasti fedeli a Bergoglio sono tutti “cristianisti”. Con l’appellativo derisorio di “cristianisti” essi designano non soltanto (in questo caso giustamente) quanti riducono la Vera Religione a un fenomeno di cultura e di civiltà ma anche quanti sostengono che la Vera Religione, pure non potendosi identificare con una cultura e una civiltà, deve comunque esprimersi anche attraverso una cultura e una civiltà che non possono che essere la cultura e la civiltà occidentali, necessariamente intrise anche di apporti giudaici. Ma allora in questo senso anche Ratzinger, che gli anti-Bergoglio rimpiangono rumorosamente, è “cristianista”. In Fede, verità, tolleranza. Il Cristianesimo e le religioni del mondo (Cantagalli 2003) l’allora cardinal Ratzinger scriveva che fra Cristianesimo e civiltà occidentale (s’intende il nucleo sano della civiltà occidentale, quello che è stato formato direttamente dal Cristianesimo) c’è un legame indissolubile, simile a quello che intercorre fra anima a corpo. Tuttavia in seguito, divenuto Papa, ci ammoniva anche: «Spesso ci preoccupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò che purtroppo è sempre meno realista» (Lisbona, 11 maggio 2010). E oggi Papa Francesco, memore dell’ammonimento di Ratzinger, antepone l’annuncio del volto misericordioso di Dio ai discorsi sulla morale, sulla legge naturale, e sulla cultura cristiana, senza tuttavia negarne l’importanza. In conclusione, Ratzinger e Bergoglio, fra i quali c’è una continuità profonda, quasi un rapporto complementare, sono nel “giusto mezzo”. Paragonando la fede all’anima, ebbene Ratzinger sottolinea maggiormente che l’anima ha bisogno del corpo, mentre Bergoglio sottolinea maggiormente che il corpo senza l’anima è morto. Altro che “cristianisti”.

"Cristianisti" e "normalisti"
I cattolici rimasti fedeli a Papa Francesco sono marchiati a fuoco con diversi appellativi poco lusinghieri dai cattolici anti-Bergoglio. Se i tradizionalisti tout court li chiamano “cristianisti”, invece Gnocchi e Palmaro li chiamano “normalisti”. I due ex conduttori di Radio Maria se la prendono infatti con «quei cattolici intenti pateticamente a convincere il prossimo, e ancor più pateticamente a convincere se stessi, che nulla è cambiato. E’ tutto normale e, come al solito, è colpa dei giornali che travisano a bella posta il Papa, il quale direbbe solo in modo diverso le stesse verità insegnate dai predecessori» (Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, “Questo Papa non ci piace”, Il Foglio, 9 ottobre 2013). Io personalmente credo che l’epiteto “normalisti” si adatti meglio a loro, i cattolici anti-Bergoglio vicini ai tradizionalisti. Più che un Papa pre-conciliare, essi vogliono infatti un Papa “normale” che dica cose cattolicamente “normali” ossia identiche a quelle che sono già state dette dai suoi illustri predecessori. Da questo punto di vista, i cattolici fedeli a Papa Bergoglio non sono affatto “normalisti”: accettano docilmente che il Papa dica e faccia anche cose diverse da quelle che sono già state dette e fatte dai suoi predecessori, cose imprevedibili, nuove e allo stesso tempo antiche, eterne, già contenute, in potenza, nella Tradizione. Nel corso della storia, nessun Papa è stato “normale”. Nessun Papa è stato un ripetitore automatico di cose cattolicamente “normali” ossia già digerite dai fedeli. Ogni Papa ha detto e fatto cose nuove, che non si potevano prevedere. Nel corso della storia, infine, ogni Papa ha avuto un certo numero di detrattori non solo all’esterno ma anche all’interno della Chiesa. Qualcuno forse si ricorda che, non appena fu annunciata l’elezione di Papa Ratzinger, molti fedeli presenti in piazza san Pietro manifestarono la loro scontentezza sotto le telecamere della Rai. Dicevano tutti più o meno: “Questo Papa reazionario ci farà tornare indietro”. Ma Ratzinger non era un “reazionario”, tanto è vero che ha invitato i fedeli a non rifiutare l’eredità del Concilio Vaticano II. Simmetricamente, oggi gli anti-Bergoglio dicono: “Questo Papa progressista distruggerà la Tradizione”. Ma Bergoglio non è “progressista”, tanto è vero che in passato ha combattuto contro la teologia della liberazione. La verità è che sia Bergoglio che Ratzinger sono nel “giusto mezzo” fra i due estremi opposti mortali del progressismo auto-distruttivo e del tradizionalismo sclerotico.</>


Papa Benedetto e Papa Francesco come san Tommaso e san Francesco

La Chiesa è un'orchestra
Papa Bergoglio è profondamente diverso da Papa Ratzinger, il quale a sua volta è profondamente diverso da Papa Wojtyla, il quale a sua volta era profondamente diverso da Papa Luciani e Papa Montini. Infatti ogni uomo è profondamente diverso dall’altro, ognuno ha il suo carattere e i suoi talenti. Ma non ci hanno forse insegnato che lo Spirito soffia dove vuole, ravvivando e usando per i suoi scopi i più diversi tipi umani? Proprio Francesco I durante l’udienza generale del 9 ottobre 2013 ha paragonato la Chiesa ad un’orchestra «in cui c’è varietà: non siamo tutti uguali, e non dobbiamo essere tutti uguali. Tutti siamo diversi – ha detto a gran voce - differenti, ognuno con le proprie qualità e questo è il bello della Chiesa: ognuno porta il suo, quello che Dio gli ha dato, per arricchire gli altri». Come in un’orchestra i diversi suoni dei vari strumenti si intrecciano in armonia formando una unica sinfonia, sotto la direzione del direttore d’orchestra, così i diversi Papi “suonano”, metaforicamente parlando, l’unica “sinfonia” della Tradizione vivente, sotto la direzione di Cristo. Considerando solo gli ultimi Papi, ebbene fra loro c’è stata e c’è una continuità profonda. Il fine intellettuale Ratzinger era stato molto vicino a Wojtyla, e oggi Bergoglio è molto devoto al Papa emerito Ratzinger. Non dimentichiamo mai che, quando si è affacciato per la prima volta sul balcone di piazza san Pietro, ha chiesto ai fedeli di pregare per Ratzinger e il giorno dopo è andato a trovarlo. Di fatto, poi, la Lumen Fidei è stata scritta a quattro mani dal Papa emerito e dal nuovo Papa.

Come Tommaso e Francesco
Fra Ratzinger e Bergoglio c’è la stessa differenza che c’è fra San Tommaso e San Francesco: il primo era un professore di filosofia che si preoccupava di convertire i dotti, l’altro un poeta mendicante che si preoccupava di convertire gli umili. Per persuadere i dotti delle verità della fede, Tommaso si sforzava di trarre tutte le possibili conseguenze da ogni affermazione logica. Per arrivare a toccare il cuore degli umili, Francesco non si faceva scrupolo di usare immagini poetiche che, essendo poetiche, difettano di rigore dottrinale. Se fosse vissuto nel XIII secolo, Rossi avrebbe certamente trovato di “inaudita gravità” una immagine come “Fratello sole e sorella luna”. “Vi rendete conto”, avrebbe potuto dire, “che questo poverello di Assisi sta diffondendo nella plebe una mentalità panteistica?”. Eppure Francesco d’Assisi non era meno santo di Tommaso d’Aquino e l’uno non era meno necessario dell’altro alla Chiesa. In un certo senso, erano complementari. Per crescere, la Chiesa del secolo XIII ha avuto bisogno tanto del professore di Logica quanto del poeta mendicante (rimando al fondamentale saggio di Gilbert K. Chesterton San Tommaso d’Aquino, edito da Lindau). Analogamente, la Chiesa del XXI secolo ha bisogno tanto del saggio professor Ratzinger, che non sbaglia mai una parola, quanto dell’esuberante predicatore Bergoglio, che ci dice “buonasera” e “buon pranzo” dal balcone di piazza san Pietro. Il primo ci ha insegnato a usare la ragione in funzione della fede, il secondo ci insegna oggi a comunicare la fede in maniera diretta, annunciando il volto misericordioso di Dio. Per quanto riguarda la lettera a La Repubblica, Bergoglio non si è preoccupato tanto di persuadere razionalmente Scalfari quanto di instaurare con lui un rapporto personale. Non si è riflettuto abbastanza sul fatto che la famosa lettera del Papa non è arrivata alla redazione de La Repubblica ma a Scalfari in persona, tramite posta ordinaria. Riusciamo ad immaginare che cosa significa trovare nella propria casella postale una lettera del Papa? Quella lettera era dunque molto più di un insieme di fogli di carta contenenti degli argomenti razionali sulla fede: era un regalo personale che comunicava affetto e un sincero desiderio di incontro. Il Papa sta insegnando a noi cattolici ad usare «il linguaggio della misericordia, fatto di gesti e di atteggiamenti prima ancora che di parole» (Papa Francesco I, Discorso ai partecipanti alla plenaria del Pontificio consiglio, 13 ottobre 2013).

"Come criticare il Papa senza essere eretici"
Il 16 ottobre Gnocchi e Palmaro hanno ribadito il loro pensiero: «La ferocia con cui viene difeso il papa della misericordia si vedeva già tutta nel coro di osanna intonato fin dalla sera dell’elezione. Baciapile e anticlericali, devoti e agnostici, cattoliconi e diversamente credenti, tutti a cantar sermoni in una chiesa improvvisamente divenuta immacolata, linda e monda da ogni difetto. (…) Al cospetto di tanto consenso, anche a non aver pratica di Scritture, il “Guai a voi quando tutti gli uomini parleranno bene di voi”, con cui San Luca chiude le “Beatitudini” dovrebbe prendere a risonare con prepotenza. (…) Nello spazio di un’omelia a Santa Marta, è stata cancellata la memoria di Ratzinger e ammutolito il suo discorrere con la ragione. E’ rimasto solo il cuore e, si sa, al cuor non si comanda e allora i dissidenti si coprono di insulti invece che di argomentazioni. (…) O, ancora, si viene epurati seduta stante da “Radio Maria”» (Alessandro Gnocchi, Mario Palmaro, “Orgoglioso lamento cattolico”, Il Foglio, 16 ottobre 2013).
In primo luogo, paragonando il mite e umile padre Livio di Radio Maria ad una sorta di grande inquisitore o poliziotto sovietico e paragonando sé stessi ai dissidenti perseguitati in Unione Sovietica, Gnocchi e Palmaro non ci fanno una bella figura. Se parli male del Vicario di Cristo, essere allontanato da Radio Maria mi sembra il minimo che ti possa capitare. Non si può permettere a due famosi conduttori di seminare gravi dubbi nella mente dei semplici fedeli che ascoltano Radio Maria. Anche ammettendo (e non concedendo) che Papa Francesco abbia veramente detto o fatto cose sbagliate, ebbene gli eventuali sbagli di un Papa sono nel complesso sempre meno gravi di eventuali critiche aperte al Papa da parte dei fedeli: «Se io mi sento in dovere di criticare il Pontefice, magari anche a ragion veduta perché noto delle divergenze tra ciò che lui afferma e ciò che invece dichiara il Magistero (esclusiva unità di misura della verità per il cattolico), e lo faccio con il fine di avvalorare la verità, di illuminare i dubbiosi, di far chiarezza sulla dottrina ma poi, nelle circostanze concrete, a queste utilità si sommano altri effetti di carattere negativo come la mancanza di rispetto verso la figura del Santo Padre perché ci si pone di fronte a lui come il più bravo della classe, l’aumento di confusione tra le fila dei cattolici e il disorientamento dei semplici, forse è bene desistere dall’intento censorio proprio a motivo del fatto che le conseguenze negative annullerebbero quelle positive. Mai si deve fare il male, ma a volte è necessario astenersi dal bene per un bene maggiore. Come non escludere ad esempio che il fronte laicista-relativista approfitti di queste critiche per sostenere che nemmeno il Papa è più credibile dato che ce lo confermano i cattolici stessi? Che il Papa può essere portato sotto processo da tutti dal momento che lo fanno pure i suoi fedeli più osservanti? Che l’importanza del Papa è ormai deteriorata e dunque il suo ruolo ecclesiale deve essere rivisto? Che nemmeno i cattolici si trovano più d’accordo su quale sia la verità dogmatica da seguire?» (Tommaso Scandroglio, “Come criticare il Papa senza essere eretici”, Il Foglio, 18 ottobre 2013)
Infatti in secondo luogo, non capisco come si faccia a dire che tutto il mondo parla bene di Bergoglio. Considerando che Scalfari è un perfetto rappresentante di quello che evangelicamente si chiama “questo mondo”, ebbene, andare ad Otto e mezzo a dire che Bergoglio propone una visione “panteistica” (sic!) significa parlare bene del Papa? Si potrebbe dire che i laicisti, nemici giurati della Chiesa, stiano adottando una nuova tattica: fanno la caricatura del Papa, storpiando tutto quello che dice, e poi lo osannano. Quindi il “mondo” non osanna Bergoglio ma la sua caricatura mondana.
In terzo luogo non è vero che Bergoglio schiaccia la ragione, strenuamente difesa da Ratzinger, sotto un generico quanto fuorviante “cuore”, pretesto di ogni delitto. Se Ratzinger enfatizzava il ruolo della ragione, Bergoglio enfatizza piuttosto la carità e la misericordia. Ma enfatizzare la ragione non significa ripudiare la carità, così come enfatizzare la carità non significa ripudiare la ragione. Anche in questo caso, vediamo una profonda continuità, un rapporto complementare fra i due Papi. L’unico vero problema è che Bergoglio non ha la stessa straordinaria capacità di esprimersi in maniera logica e razionale che ha Ratzinger. Inoltre, Bergoglio si abbandona spesso a dichiarazioni estemporanee, rilasciate imprudentemente ai media, tutti ansiosi di tendergli trabocchetti. Nel complesso, i discorsi e le dichiarazioni di Papa Bergoglio contengono non pochi passaggi non completamente chiari, che si prestano ad essere fraintesi e strumentalizzati dai nemici. I cattolici anti-Bergoglio si divertono a interpretare ogni parola poco chiara di Bergoglio come un chiaro sintomo di eresia strisciante. E’ ora di dire basta a queste manipolazioni. Speriamo che il Papa capisca al più presto questa situazione e decida di farsi insegnare da amici esperti, magari dallo stesso Ratzinger, la difficile arte di esprimere un pensiero in maniera chiara e inequivocabile. Quando avrà imparato a non sbagliare una parola, forse cesseranno i mormorii contro di lui.
Per il momento, ricordiamoci che nessun Papa, neppure quelli libertini del XVI secolo e neppure quelli che Dante mette all’inferno, fu mai veramente eretico. Ricordiamoci questo: «Che poi alcuni pontefici siano caduti in eresia, taluni han cercato di provarlo ma non mai l'han provato, né mai lo proveranno [...]. Del resto, se Dio permettesse, che un papa fosse notoriamente eretico, e contumace, egli cesserebbe d'esser papa, e vacherebbe il pontificato. Ma se fosse eretico occulto, e non proponesse alla chiesa alcun falso dogma, allora niun danno alla chiesa recherebbe; ma dobbiamo presumere, come dice il cardinal Bellarmino, che Iddio non mai permetterà, che alcuno de' pontefici romani, anche come uomo privato, diventi eretico né notorio, né occulto» (S. Alfonso Maria De Liguori, Verità della fede, vol. 2, p. III, Contro i settari che negano la Chiesa cattolica esser l'unica vera, cap. VIII, p. 140).


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