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papa-lucianiLa richiesta arrivò al patriarca di Venezia dalla rivista cattolica più diffusa al mondo: come di-re di no? Fu così che nella primavera del 1971 il quarantottenne Albino Luciani iniziò la sua collaborazione al «Messaggero di sant’Antonio», con una rubrica presto divenuta molto popolare. Grazie a una scrittura immediata ed efficace, e secondo una formula originale: lettere a personaggi sto-rici (che comprendono uno scambio epistolare immaginario con san Bernardo) ma anche fantastici, come Penelope, alla quale nel 1968 il vescovo Luciani aveva scritto per tre volte sul settimanale diocesano di Vittorio Veneto.
Nel 1974, concluso il quadrien-nio della collaborazione, le lettere erano quaranta, e nei mesi succes-sivi si arrivò alla decisione di rac-coglierle in un libro dal titolo in-dovinato, Illustrissimi, uscito in pri-ma edizione agli inizi del 1976. Nel frattempo, il patriarca era stato creato cardinale nel 1973 da Paolo VI, il Papa che l’anno precedente, durante la visita a Venezia, in piaz-za San Marco gli aveva posto sulle spalle la sua stola. E di Montini nel 1978 Luciani venne eletto suc-cessore nel rapidissimo conclave, ma sulla sede romana sedette sol-tanto per poco più di un mese, dal 26 agosto al 28 settembre,ostensus magis quam datus: espressione lati-na che si legge in una lapide nella basilica Vaticana sulla tomba di Leone XI, Pontefice anch’egli per brevissimo tempo agli inizi del Sei-cento, davvero “mostrato più che dato”, alla Chiesa e al mondo. Illustrissimi si rivelò subito un successo editoriale: tre edizioni in tre anni. La quarta venne rivista dall’autore appena eletto Papa, che la corresse in alcuni punti. Ma il Pontefice non arrivò a vederla, così come non riuscì a vedere le diverse traduzioni moltiplicatesi dopo l’elezione. In seguito, il libro è sta-to più volte ristampato e ora, nel centenario della nascita dell’a u t o re , viene ripresentato in una nuova edizione. Questa, con l’aggiunta di una nota editoriale e di una breve cronologia, include la prefazione scritta nel 1976 da Igino Giordani (1894-1980), giornalista e politico, esponente di rilievo del cattolicesi-mo italiano e del movimento dei Fo colari. Proprio Giordani coglie bene nel carattere popolare e cristiano il tratto distintivo di queste L e t t e re del Patriarca (così il sottotitolo del-la prima edizione, mutato dopo il 1978 in Lettere ai grandi del passa-to): testi non lunghi e coloriti da lieve umorismo che secondo la pre-fazione dello scrittore realizzano l’intento del Vaticano II. Con «un magistero nuovo, attraente e sua-dente, fatto per tutti, dotti e indot-ti, vicini e lontani», dal quale emerge l’attualità del cristianesimo e traspare un ottimismo di fondo, nonostante il contesto contempora-neo segnato da una cultura “nebu-losa”. Presentati in ordine cronologico, i testi di Luciani non risentono del quarantennio trascorso da quando il patriarca li scrisse. Certo, qua e là nel tono e nel linguaggio la di-stanza temporale si avverte, ma di più colpiscono la lucidità e l’intel-ligenza con le quali sono affrontati temi cruciali della contemporaneità in rapporto con la necessità dell’annuncio del Vangelo e ancor più della testimonianza, indispen-sabile per la sua credibilità. Con un atteggiamento fondamental-mente benevolo e ottimista, come notava Giordani. Negli anni della contestazione e dell’incipiente di-sincanto la critica dello spirito del tempo è infatti puntuale, ma mai amara o nostalgica, alta e soprat-tutto fondata sulla vitalità della tradizione cristiana. È insomma uno sguar-do ampio e sorridente quello del patriarca scrit-tore, espressione di un umanesimo cristiano che lo avvicina a Francesco di Sales, il santo della gentilezza che ricorre una quindicina di volte in questo epistolario e al quale naturalmente Lu-ciani indirizza una lette-ra. Ed è una scrittura gentile la sua, ottenuta con una prosa semplice ma sorvegliata, a tratti desueta, non di rado be-nevolmente ironica, ma calda e coinvolgente. Grazie a un tono collo-quiale e a un ricorso molto largo di episodi, aneddoti, testi destinati a catturare il lettore, frutto di letture estese e di una cultura solidamente imp ostata. Alcuni di questi, come i versi che l’amato Trilussa dedicò alla fe-de raffigurata come una vecchietta cieca, torneranno poi nei discorsi del Papa che affascinò per la sa-piente immediatezza e capacità co-municativa. Proprio la predisposizione a co-municare, coltivata con vera pas-sione, attrae in queste pagine che si aprono con la lettera a Charles Dickens. A lui Luciani si presenta, dichiarandosi così al milione e mezzo di lettori della rivista: «Ca-ro Dickens, sono un vescovo, che ha preso lo strano impegno di scri-vere ogni mese per il “M e s s a g g e ro di sant’Antonio” una lettera a qualche illustre personaggio. A corto di tempo, sotto Natale, non sapevo proprio chi scegliere. Quand’ecco, trovo su un giornale la réclame dei vostri cinque famosi Libri natalizi. Mi sono subito det-to: li ho letti da ragazzo, mi sono immensamente piaciuti perché tutti pervasi da un senso di amore ai poveri e di rigenerazione sociale, tutti caldi di fantasia e umanità; scriverò a lui. E son qui a distur-barvi». Sin dalle prime righe dunque Luciani dichiara il suo “strano im-p egno”, annuncia di fatto il titolo del libro e svela il suo metodo, attentissimo all’attualità: in questo caso alla pubblicità di un classico letto da ragazzo. È un indizio mi-nimo, tra i tanti, rivelatore di un ecclesiastico che, rara avis, vive pienamente nel suo tempo. Un ve-scovo che, pur vedendo e critican-do, con nettezza, ma mai con asprezza e senza guardare indietro, gli indubbi sintomi negativi della modernità, vuole camminarvi “amabilmente”, come conclude scrivendo a san Francesco di Sales. Attento appunto a ogni fenome-no contemporaneo, ai media (gior-nali, riviste, cinema, televisione) e al loro influsso che prevede cre-scente, con tratti di sorprendente antiveggenza sulla loro evoluzione: «Si è avidi di stampa; e domani sarà peggio, perché il giornale ci arriverà in casa proiettato su una specie di teleschermo e, autocopia-to, staccato, si potrà leggere seduta stante» scrive a Walter Scott. In apparenza semplici, le qua-ranta lettere del patriarca sono in realtà testi studiatissimi e meritano di essere non solo riletti, ma ana-lizzati: come distillato di una sa-pienza, nutrita da una solida for-mazione culturale, che si dimostra capace di parlare con efficacia per spiegare alla contemporaneità la tradizione cristiana. Così, la questione femminile è affrontata nella lettera a Lemuel e torna in quella a Goldoni, dove Luciani critica il femmi-nismo radicale. Scriven-do al re biblico nomina-to nel libro dei Proverbi, il patriarca di Venezia ri-tiene che san Paolo ab-bia dato la proibizione di parlare nelle adunanze della Chiesa «soltanto alle donne di Corinto e solo per quel dato mo-mento» e scioglie così un nodo cruciale. Un fenomeno tipica-mente contemporaneo come quello degli spo-stamenti di massa per le vacanze induce invece l’autore a indirizzare a Paolo Diacono, che ave-va descritto l’entrata dei longobardi in Italia co-me «un formicaio in marcia», una lettera dal titolo goldoniano (Le smanie delle vacanze). Da questa traspare l’intento fon-damentale della passione comuni-cativa di Luciani quando immagi-na che lo storico altomedievale si sarebbe ritirato di fronte ai milioni di vacanzieri: «Io, pastore d’anime, invece, non posso rinunciare a scri-vere; devo dire una parola almeno su qualcuno dei problemi di co-scienza racchiusi in questo muo-versi, vagabondare o andare in g i ro » . L’ultima lettera del cardinale, nella primavera del 1974, è al «caro Gesù», al quale alla fine confessa: «Ho scritto, ma mai sono stato co-sì malcontento di scrivere come questa volta». Ma aggiungendo con umiltà e fiducia la parola fina-le di questo singolare epistolario: «C’è un conforto, questo: l’imp or-tante non è che uno scriva di Cristo, ma che molti amino e imitino Cristo. E, per fortuna — nonostante tutto — questo avviene ancora».

© osservatore Romano - 31 gennaio 2013