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Arcobaleno speranza mini- Per il bene di tutti (di Serge-Thomas Bonino, O.P., Segretario generale della Cti)
- Amare Dio liberamente (di Javier María Prades López, Universidad San Dámaso, Madrid)
- Testo integrale del documento


Il nuovo documento della Commissione teologica internazionale dedicato alla libertà religiosa
Per il bene di tutti
di SERGE-THOMAS BONINO, O.P.*

La dichiarazione Dignitatis humanae del concilio Vaticano II sulla libertà religiosa è stata una svolta epocale. Non certo rispetto ai principi dottrinali — il documento conciliare prende posto nella «dinamica immanente al processo dell’evoluzione omogenea della dottrina» (n.27) — ma nel modo in cui la Chiesa concepisce le forme della sua missione salvifica nel contesto delle società contemporanee, segnate dal pluralismo religioso e plasmate dalla cultura politica democratica.
In un contesto storico vicino a quello della Dichiarazione universale dei diritti umani (1948), il concilio, mediante l’affermazione del diritto alla libertà religiosa, intendeva rispondere a una doppia sfida: ridefinire il modo di presenza e di cooperazione della Chiesa nelle società politiche contemporanee; difendere il valore della persona umana minacciato dalle ideologie totalitarie e criminali del Novecento.
Contro la pretesa dello Stato totalitario di reggere tutte le dimensioni dell’esistenza personale e comunitaria, la Chiesa — certa che la persona, creata da Dio e fatta per Dio, trascenda in qualche modo l’ordine sociopolitico e che la fede si imponga con la forza della sola verità — insisteva sul diritto inalienabile della persona a non essere costretta, specialmente nelle scelte più decisive dell’esistenza, cioè in materia religiosa.
Per illuminare il cammino odierno della Chiesa, la Commissione teologica internazionale (Cti) propone oggi alcuni elementi di discernimento sulle luci e sulle ombre della libertà religiosa nel contesto odierno. Il frutto di questa riflessione, svoltasi lungo il IX quinquennio della Cti (2014-2019), è il documento intitolato: La libertà religiosa per il bene di tutti. Approccio teologico alle sfide contemporanee (LR), la cui pubblicazione è stata appena approvata da Papa Francesco.
Da cinquant’anni, il contesto socio-culturale è profondamente cambiato. Nello stesso tempo, i totalitarismi non sono purtroppo spariti e in diverse parti del mondo i credenti delle diverse religioni subiscono ingiuste persecuzioni. Tuttavia, il fenomeno culturalmente più rilevante è la deriva dello Stato democratico liberale verso un «totalitarismo morbido» (LR, n. 4), che risulta dalla crisi dei fondamenti sostanziali della democrazia. Infatti, i valori umanistici, spesso di origine cristiana, che hanno plasmato e nutrito l’avventura storica delle democrazie moderne, tendono a svanire. Si sviluppa allora una democrazia formale e procedurale che pretende di prescindere dai valori sostanziali, etici e religiosi, che offrono vita e dinamismo alle società civili.
Nel nome di una pretesa neutralità valoriale e di una indebita estensione del concetto di uguaglianza all’etica, si arriva così a una preoccupante relativizzazione della libertà religiosa, di cui è indice la crescente restrizione dell’esercizio del diritto all’obiezione di coscienza. «La pretesa neutralità ideologica di una cultura politica che dichiara di volersi costruire sulla formazione di regole meramente procedurali di giustizia, rimuovendo ogni giustificazione etica e ogni ispirazione religiosa, mostra la tendenza ad elaborare una ideologia della neutralità che, di fatto, impone l’emarginazione, se non l’esclusione, dell’espressione religiosa dalla sfera pubblica» (LR, n. 5).
Nel contesto odierno della proliferazione dei diritti soggettivi, di cui Benedetto XVI ha mostrato l’effetto negativo rispetto all’idea stessa di diritto («La moltiplicazione dei diritti e la distruzione dell’idea di diritto» in: Liberare la libertà. Fede e politica nel terzo millennio, Siena 2018, p. 9-15), la libertà religiosa perde il suo posto di diritto fondamentale di «pietra angolare dell’edificio dei diritti umani» (san Giovanni Paolo II), e viene ridotta a un diritto soggettivo come gli altri, addirittura in concorrenza con gli altri. Difatti, quando il fondamento del diritto non è più l’obiettività della natura umana e del bene comune (si veda il documento della Cti Alla ricerca di un’etica universale), vale a dire quando il diritto si limita a registrare «l’arbitrio delle inclinazioni soggettive private», allora si indebolisce «il sostegno istituzionale delle ragioni etiche che proteggono il legame sociale» (LR, n. 44).
In quanto operazione di discernimento, il nuovo documento presenta una valutazione critica e delle proposte. L’aspetto critico riguarda le tentazioni teocratiche dei diversi fondamentalismi odierni e si concentra anzitutto sulle ambiguità e gli orientamenti potenzialmente totalitari di alcune interpretazioni della neutralità dello Stato.
Infatti, quando la neutralità istituzionale dello Stato erge a dogma il relativismo etico ed esclude la dimensione religiosa della vita e delle speranze delle comunità umane, si rischia lo scioglimento del legame sociale nell’acido dell’individualismo libertario. Tutt’altra cosa è la sana laicità, o laicità positiva, che significa una giusta cooperazione tra Stato e Chiesa per il bene di tutti, nella dovuta distinzione dei compiti.
In questa prospettiva, la Cti ha anche voluto mettere in rilievo le risorse che sgorgano dalla libertà religiosa “per il bene di tutti”, come indicato dal titolo del documento. Ben lungi dall’essere un fattore di violenza (si veda il documento della Cti Dio Trinità unità degli uomini. Il monoteismo trinitario contro la violenza), la religione autentica contribuisce al bene comune della società.
Nella vita sociale, la Chiesa non è affatto una lobby che difende degli interessi particolari ma uno dei corpi intermedi necessari alla vitalità della società civile che, fra l’altro, permette di evitare un faccia-a-faccia sterile tra Stato e individui senza storia né appartenenza.
La Chiesa, rivendicando la libertà religiosa per i credenti di tutte le religioni nei limiti del giusto ordine pubblico, impegnandosi nel dialogo interreligioso, intende contribuire al bene della convivenza pacifica fra le nazioni e fra le diverse componenti di ciascuna di esse. L’annuncio del vangelo di Gesù Cristo, Unico Salvatore di tutti gli uomini, comporta la difesa e la promozione della libertà religiosa di tutti, quale condizione di possibilità della religione autentica.
*Segretario generale della Cti

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Amare Dio liberamente
di JAVIER MARÍA PRADES LÓPEZ*

Il nuovo documento della Commissione teologica internazionale (Cti), intitolato La libertà religiosa per il bene di tutti. Approccio teologico alle sfide contemporanee, vuole essere una riflessione teologico-ermeneutica con «un duplice intento: In primo luogo, proporre un aggiornamento ragionato della recezione di Dignitatis humanae. In secondo luogo, esplicitare le ragioni della giusta integrazione — antropologica e politica — fra l’istanza personale e quella comunitaria della libertà religiosa» (n. 12).
Il documento inizia ricordando l’insegnamento della dichiarazione conciliare e la sua recezione da parte del magistero e della teologia, dopo il concilio Vaticano II (capitolo 2). Poi, a modo di quadro sintetico dei principi, soprattutto antropologici, della comprensione cristiana della libertà religiosa, riflette sulla libertà religiosa della persona dapprima colta nella sua dimensione individuale (capitolo 3) e quindi nella sua dimensione comunitaria, sottolineando tra l’altro il valore delle comunità religiose come corpi intermedi nella vita sociale (capitolo 4). I due aspetti sono inseparabili nella realtà; tuttavia, poiché il radicamento della libertà religiosa nella condizione personale dell’essere umano indica il fondamento ultimo della sua dignità inalienabile, appare utile procedere in questo ordine. Successivamente si considera la libertà religiosa nei confronti dello Stato e si offre qualche puntualizzazione a riguardo delle contraddizioni iscritte nell’ideologia che intende lo Stato come religiosamente, eticamente e assiologicamente neutrale (capitolo 5). Nei capitoli finali, il documento si sofferma sul contributo della libertà religiosa alla convivenza e alla pace sociale (capitolo 6), prima di mettere in rilievo il posto centrale della libertà religiosa nella missione della Chiesa oggi (capitolo 7) (cfr. n. 11).
Lungo il percorso della riflessione, compaiono i punti chiave della dottrina pontificia riguardanti il fondamento della libertà religiosa, individuato nella dignità della persona, e si riprendono anche diversi documenti della Cti relativi a tali fondamenti: concezione della persona, dei diritti umani, della libertà e della coscienza, del bene comune, del rapporto fra religione (fede), etica e stato, fra religione e violenza, ecc... È questo l’ineludibile aspetto di continuità sia con il magistero conciliare e pontificio, sia con la riflessione della stessa Cti.
La novità si trova nello scopo principale del documento. Esso non ha voluto essere un testo accademico sui molti aspetti del dibattito sulla libertà religiosa, bensì la proposta di un approccio teologico-ermeneutico di fronte ai principali cambiamenti culturali, sociali, politici e religiosi che, a distanza di 50 anni della chiusura del concilio Vaticano II, urgono un approfondimento delle ragioni ultime della dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa.
Si riflette dunque sul cambiamento del contesto religioso nella seconda metà del secolo XX, tenendo presente sia la permanenza del fatto religioso nel mondo, sia la spiegazione che se ne dava nelle teorie della secolarizzazione. Oggi, per la Cti, pare opportuno parlare di libertà religiosa perché il fenomeno religioso è significativamente rilevante nella cultura globale, in un modo diverso da ciò che ci si poteva aspettare negli anni Sessanta del secolo scorso. In particolare — almeno per quanto riguarda alcune tradizioni religiose — esso dimostra la vitalità della dimensione comunitaria della religione e il rilievo sociale della questione della verità.
In secondo luogo, si affronta il problema della libertà religiosa in relazione alla cultura politica liberale, in quanto essa è diventata il linguaggio condiviso internazionalmente, e in quanto le sfide che presenta sono particolarmente impegnative per la libertà religiosa. L’evoluzione della cultura politica liberale nei confronti della libertà religiosa, negli ultimi cinquant’anni, è molto significativa; era quindi necessario rendere conto sia dell’evoluzione in senso individualistico e soggettivistico dei diritti umani, sia della portata della cosiddetta “neutralità” dello Stato. Il documento, comunque, sostiene una visione positiva del legittimo ruolo dello Stato come tale per la vita della comunità sociale e politica.
Si è cercato, in terzo luogo, di sottolineare la chiarezza dell’odierna coscienza ecclesiale nei confronti di una qualsiasi tentazione di egemonia o di strumentalizzazione del potere politico, fosse pure al servizio della religione. Si sostiene che la testimonianza integrale della “fede che agisce per la carità” — in modo personale o associato — è la strada adeguata alla diffusione del Vangelo nel mondo plurale di oggi. Si sottolinea la necessità di una positiva collaborazione fra la dimensione religiosa e la dimensione politica nella vita pubblica, evitando ogni confusione o contrapposizione. Si è forse oggi — pur nelle evidenti differenze geografiche e storiche — in una condizione più simile a quella del primo annuncio evangelico in culture non cristiane che a quella delle situazioni di cosiddetta “cristianità”.
Questa coscienza ecclesiale approfondita consente di avere un criterio ragionevole per vagliare le tradizioni religiose e per discutere le ambiguità della pretesa neutralità della cultura politica liberale. Si offre quindi un criterio di giudizio non soltanto per i rapporti con gli Stati — classico ambito di riflessione sulla libertà religiosa — ma anche per il dialogo interreligioso. In questo senso si riconosce l’evoluzione della coscienza ecclesiale per articolare l’orizzonte proprio di Dignitatis humanae e quello di Nostra aetate.
Il documento denuncia le situazioni di persecuzione violenta della religione, che sono purtroppo frequenti e gravi anche ai giorni nostri, in particolare per quanto riguarda la fede cristiana. Allo stesso tempo, si denuncia ogni violenza esercitata in nome di Dio, sia contro una cultura particolare, sia contro qualsiasi religione. Il martirio cristiano si presenta come caso supremo di testimonianza della fede e, nello stesso tempo, come testimonianza non-violenta della libertà religiosa per il bene di tutti.
Si approfondisce la consapevolezza che l’orizzonte adeguato della libertà religiosa è il servizio al bene comune della società, la crescita di una convivenza nella giustizia per tutti, che serva l’umanità in un mondo globale e interdipendente, e non qualsiasi eventuale privilegio dei gruppi religiosi. È questa una dimensione fondamentale della missione della Chiesa oggi.
Il documento valorizza il legame fra la libertà religiosa, come condizione inerente alla dignità di ogni persona, e la libertà dell’atto di fede cristiana come risposta alla rivelazione divina. Dio non vuole forzare nessuno ma aspetta e desidera la libera risposta di tutti. Ben l’aveva compreso Charles Péguy, che faceva dire a Dio: «Quando si è provato ad essere amati liberamente, le sottomissioni non hanno più nessun gusto. Quando si è provato ad essere amati da uomini liberi, il prosternarsi degli schiavi non vi dice più nulla. (...) Essere amati liberamente, null’altro ha lo stesso peso, lo stesso valore. È certo la mia più grande invenzione» (Il mistero dei santi innocenti, Milano 1979, p.45).
*Universidad San Dámaso (Madrid)

© Osservatore Romano - 27 aprile 2019