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primo levi- Scrittore di fantascienza. Profeta di un futuro distopico (di Chiara Graziani)

- Il rapporto con il Sacro: una questione da riaprire. Quel salmo nonostante Auschwitz (di Silvia Guidi)

-La poetica della chiarezza (di Sabino Caronia)


Scrittore di fantascienza 
Profeta di un futuro distopico 
di Chiara Graziani
Da testimone a profeta. Chi ha visto Auschwitz, il mondo capovolto, e ne è scampato, ha guardato attraverso un prisma che gli ha mostrato, su un tavolo settorio, i funzionamenti dell’animo umano portato all’estremo delle sue possibilità di messa alla prova come carnefice, come vittima, come indifferente: ha visto, dunque, tutto. Quello che è stato, che è e che potrà essere. Sa che la Storia è nelle mani, per dirla con Primo Levi, del Fabbro di se stesso, l’uomo.
Levi, abitato da Auschwitz fino all’ultimo, ne fu testimone. Ma fu anche — ed è — profeta del futuro distopico e possibile al quale il Fabbro-uomo può mettere mano. Fu quest’urgenza che fece di lui anche uno scrittore di fantascienza: l’urgenza di profetizzare.
Come tutti i profeti, che parlano quando è opportuno ma soprattutto quando non lo è, ebbe cattiva accoglienza e scarso ascolto. Non stupisce. Storie Naturali e Vizio di Forma due opere diverse nella struttura ma coerenti fra di loro, partono, infatti, dall’utopia capovolta del nazionalsocialismo decontestualizzata dagli anni Trenta-Quaranta e trapiantata — con i suoi semi vitali — fino al terzo millennio. Tutto questo in anni in cui si preferiva l’esorcismo del passato alla sua comprensione. Il doppio ciclo di racconti si chiude, inoltre, con l’Apocalisse — la rivelazione delle cose ultime — del pianeta.
Il Fabbro (nel racconto Ottima è l’acqua) ha scelto la via del carnefice dell’ambiente, ma soprattutto dell’indifferenza al grido del Creato. Ed il pianeta si è ribellato al suo giogo, con le sue acque sempre più vischiose, ostili, inadatte alla vita e decise a scatenare il collasso ecologico, con l’esercito degli alberi e delle piante — lo si legge nel racconto Ammutinamento — a precederle nella rivolta, nel complotto, nell’odio per il padrone insensibile e arrogante di ogni cosa. La condanna del Fabbro — narra Levi — sarà non poter neppure versare lacrime, troppo dense per scorrere, in un mondo in cui «non c’è più nulla di verde e di vivo» e dove «il male ci ha colti di sorpresa prima che lo comprendessimo». Dall’acqua siamo venuti e l’acqua ci riprenderà.
La profezia di Levi, l’avvertimento che ci lancia, sta qui. Il male coglie di sorpresa chi non ne sa cogliere i segni. È accaduto, dice il Levi-testimone. Potrebbe riaccadere, in coerenza con le premesse storiche e con la conoscenza dell’animo umano che lo spaventoso esperimento sociale di Auschwitz ha consentito di acquisire. Dai lager alla catastrofe ambientale che può essere. È il Levi-profeta che cerca di avvisarci perché non siamo, ancora una volta, colti di sorpresa dal male.
A rileggerli oggi quei racconti, che all’epoca dovettero essere presentati come “divertimenti” per essere catalogabili (dato che chi non cataloga sembra sia perduto) avrebbero già dovuto renderci seriamente inquieti. L’ex deportato ebreo numero 174 517, nato nel 1919 e che ha scritto dalla metà degli anni Quaranta fino a quelli Ottanta, ha colto molti segni del futuro possibile e in parte realizzato dopo la sua morte.
Il racconto A fin di bene, intriso di paternalismo cannibale fin dal titolo, altro non è che l’annuncio dell’era dei social network che prendono vita quasi autonoma con l’avvento dell’intelligenza artificiale. Il chimico, l’ex deportato, lo scrittore Levi la chiama proprio così, la Rete, la vede nascere dalla connessione delle reti telefoniche del continente e ne profetizza la pervasiva e totalitaria presenza: la Rete impone contatti ed amicizie, prende il controllo delle rubriche personali, riprende, ammonisce, suggerisce, sermoneggia, catechizza, dirige. La Rete è politicamente corretta e vuole che tu lo sia. Non solo. Avendo bisogno di più infrastruttura per compiere la sua benefica missione è in grado di ordinare a sottoposti umani — disabituati a domande davanti a comandi — di poggiare fili, cavi e connettere nuovi nodi, attraverso i quali gestire — a fin di bene — la società degli uomini.
Levi-profeta non poteva su questo avere alcun presagio che non gli venisse dall’aver conosciuto le estreme potenzialità distruttive e costruttive dell’uomo, inteso come individuo e come parte della società. Nel suo futuro, annunciato per prevenirlo, l’uomo è sterile, inquadrato e cadavericamente ubbidiente come una formica, che lascia solo al potere — la regina — il privilegio della fecondità e della creatività. La scienza e la ricerca — alle quali Levi ha più volte chiesto un codice deontologico equivalente al giuramento di Ippocrate per i medici — si mettono al servizio del mondo capovolto in cui “il bello è brutto ed il brutto è bello”.
Così una buona pratica epigenetica oggi annunciata non a caso da un chimico come Levi, la scienziata premio Nobel 2018 Frances H. Arnold, viene prevista dal Nostro, ma nei suoi usi distorti, fin dal racconto Angelica Farfalla, scritto negli anni Cinquanta. La Arnold parla oggi di «imitazione dei meccanismi dell’evoluzione naturale» per fabbricare organismi utili all’alimentazione, alla cura delle persone, alla vita umana. Un immaginario dottor Leeb, scienziato nazista evocato da Levi, scompare alla fine della guerra lasciandosi dietro i resti umani di un infernale esperimento. Forzare l’evoluzione naturale, visto che la si può imitare. Ed applicare questa follia all’uomo per ottenerne la forma perfetta, paragonabile ad una farfalla nata dal bruco. «Credo che del dottor Leeb — dice il colonnello che investiga — si risentirà parlare». E di questo ci avverte Levi. Il dottor Leeb è là fuori.
Apriamo a questo punto, il racconto Procacciatori d’affari. Tre emissari soprannaturali di presentano a S., non nato. Nascere ed incarnarsi è una scelta. A lui viene chiesto di nascere per salvare il mondo, di «combattere il Male in tutte le sue forme». Per la sua specialissima missione avrà un salvacondotto contro dolore, sconfitta, umiliazione, morte che gli consenta di dedicarsi solo alla lotta per la Salvezza. S. il non nato, accetterà. Ma preferirà nascere «a caso, fra i predestinati alla servitù o alla contesa fin dalla culla, se pure avranno una culla. Preferisco esser solo a fabbricare me stesso, accetterò il destino di tutti. Il cammino dell’umanità inerme e cieca sarà il mio cammino». È la salvezza, vista da chi ha visto tutto. L’arrivo di un Fabbro, inerme e cieco, che muoia con noi.
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Il rapporto con il Sacro: una questione da riaprire. 
Quel salmo nonostante Auschwitz 
di Silvia Guidi
«È come se Italo Calvino avesse scelto come epigrafe al Sentiero dei nidi di ragno una parafrasi del Padre nostro». Il paragone è un po’ forzato — ammette l’autore del testo — ma utile ad épater le bourgeois, stupire il lettore distratto e rovesciare in un colpo solo una moltitudine di tenaci, sedimentati luoghi comuni che hanno colonizzato antologie, libri scolastici, saggi critici, blog, note a margine. L’oggetto del contendere è Primo Levi. A cent’anni dalla nascita, recenti studi mettono in discussione la definizione più diffusa (e ormai logora) di scrittore laico, tardo-positivista, di origine ebraica ma lontano dal mondo simbolico e religioso del suo popolo. Sull’ultimo numero di «Vita e pensiero» riaprono la partita le riflessioni di Marco Belpoliti, Alberto Cavaglion, Giovanni Tesio e Alessandro Zaccuri, raccolte sotto il titolo Primo Levi e il Sacro, una questione da riaprire. Il paragone con Italo Calvino citato poche righe fa è di Alberto Cavaglion — che insegna storia dell’Ebraismo all’università di Firenze — autore di un contributo non a caso titolato Quel salmo nonostante Auschwitz. Siamo davvero sicuri — si chiede lo studioso — che Levi fosse un illuminista, difensore del primato della scienza sulla filosofia? Fino a non troppo tempo fa — gli fa eco Alessandro Zaccuri qualche pagina dopo — perfino la finissima tessitura scritturistica che sorregge molte sue pagine è rimasta pressochè inavvertita anche da parte di quanti, al contrario, avrebbero dovuto recepirla con più prontezza.
L’imitazione della preghiera (ebraica, ma non solo) in realtà è frequente in Levi: la poesia in epigrafe di Se questo è un uomo — una Shemà Israel rielaborata e reinterpretata — è soltanto il caso più clamoroso. Lo stesso fenomeno, osserva Cavaglion, si riscontra per esempio nella parafrasi di una massima dei Padri scelta per il titolo del più tardo e celeberrimo romanzo Se non ora, quando?.
Il pendolo stilistico dello scrittore torinese oscilla fra la parodia e l’imitazione, «gemellari forme di sfida». Il dialogo tra Zaccuri e Cavaglion su questo tema è continuato sulle pagine culturali di «Avvenire», con un’intervista uscita il 24 luglio scorso. «Un paio di anni fa — spiega Zaccuri — quando Alberto Cavaglion ha annunciato di voler esplorare la presenza del sacro in Primo Levi, qualcuno è rimasto sorpreso. Non solo per l’argomento, a lungo trascurato dalla critica, ma anche perché l’iniziativa proveniva da uno studioso che, a uno sguardo superficiale, sembrava essersi mosso in tutt’altra direzione».
Docente di Storia dell’ebraismo, Cavaglion è stato infatti lo scopritore del Rapporto sull’organizzazione igienico-sanitaria del campo per ebrei di Monowitz-Auschwitz redatto da Levi per una rivista medica nell’immediato dopoguerra e considerato un annuncio di Se questo è un uomo. «In un caso come questo, però — continua Zaccuri — la contrapposizione tra razionalità scientifica e interrogazione metafisica si rivela di scarsa utilità e persino fuorviante».
Lo si comprende rileggendo il testo della Lezione Primo Levi che Cavaglion ha dedicato, insieme con Paola Valabrega, alla «voce del sacro» nello scrittore torinese. Pubblicata da Einaudi, porta un titolo di per sé eloquente, Fioca e un po’ profana. Levi — soprattutto nelle interviste — non ama parlare esplicitamente di temi religiosi ma quando lo fa emerge una malcelata irritazione, che assomiglia molto all’insofferenza dell’innamorato deluso.
Dio e la preghiera sputata è il titolo del saggio di Marco Belpoliti, che sottolinea proprio questo aspetto. «Nel silenzio della baracca che segue la selezione degli uomini — scrive il giornalista — Primo Levi sente il vecchio Kuhn che prega. Lo fa ad alta voce e tenendo il berretto dei deportati in testa. Dondola il busto con violenza alla maniera dei vecchi ebrei. Kuhn sta ringraziando Dio perché non è stato scelto. La reazione del giovane chimico torinese finito in Lager e rinchiuso nel medesimo campo è secca: Kuhn è un insensato». La conclusione di Levi, al termine del capitolo Ottobre 1944 inserito nel suo primo libro, è durissima: «Se fossi Dio, sputerei a terra la preghiera di Kuhn». La voce “fievole”, «quando necessario, sapeva farsi inflessibile, come è accaduto nel dibattito su Israele», nota Cavaglion. Fievole, in ogni caso, «magari leggermente profana, mai esclusivistica: Ascolta mondo, più che Ascolta, Israele! I testi parodiati dei Salmi, filtrati attraverso la Commedia dantesca, non hanno mai per destinatari i soli ebrei, ma gli esseri umani in quanto tali». Vale per Levi quanto Erich Auerbach ha scritto degli appelli al lettore di Dante: il poeta si autorappresenta come l’annunciatore di una rivelazione, che sorpassa i suoi lettori, poiché egli conosce qualcosa di grandissima importanza che essi devono riconoscere da lui. «Sarà bene che il lettore di Levi prenda coscienza non solo dei versi rubati a Dante, ma anche dei versi rubati alla preghiera» conclude Cavaglion.
Nel frattempo, il modo migliore per ricordarlo è rileggere le sue opere e riascoltare la sua voce; fra le tante iniziative in programma in occasione del centenario della nascita, segnaliamo la lettura di Carbonio (tratto da Il Sistema Periodico) il 31 luglio al Piccolo Teatro Orazio Costa di Pescara; voce recitante Domenico Galasso accompagnato dalla chitarra di Rossella Rezzolla.
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La poetica della chiarezza 
di Sabino Caronia
A cento anni dalla nascita di Primo Levi c’è stato in Israele un gran fiorire di interventi e convegni che hanno riguardato, tra l’altro, anche la sua poesia. Da noi richiesto, Ariel Rathaus, l’illustre traduttore di Levi, ha sottolineato come lo scrittore amasse innanzitutto la chiarezza. Le sue poesie, se possono far discutere dal punto di vista del giudizio critico, hanno senza dubbio un enorme valore per la comprensione della sua personale poetica. In Dello scrivere oscuro, dopo aver criticato Ezra Pound a partire dalla considerazione che «l’effabile è preferibile all’ineffabile», Levi se la prende con Trakl e Celan dichiarando: «Il loro comune destino fa pensare all’oscurità della loro poetica come a un non-voler-essere, ad una fuga dal mondo, a cui la morte voluta è stato coronamento (...). Se non si è chiari non c’è messaggio affatto». E al criterio della chiarezza si richiamano appunto i suoi versi. Ad ora incerta — la raccolta delle poesie del 1984, tradotte in ebraico nel 2012 da Rathaus — è un canzoniere non nel senso di Petrarca ma in quello di Saba. I componimenti, infatti, sono disposti in ordine cronologico; tra questi, da segnalare sono soprattutto le belle e intense poesie d’amore: da 11 febbraio 1947 («Cercavo te nelle stelle») a 12 luglio 1980 («Non è più tempo di vivere soli. / Accetta per favore questi 14 versi»). «Continueranno il loro corso / solo stelle pianeti e comete» — scriverà nella sua ultima poesia pubblicata su «Almanacco» il 2 gennaio 1987 — «Anche la Terra temerà le leggi / immutabili del creato. / Noi no. Noi propaggine ribelle / di molto ingegno e poco senno, / distruggeremo e corromperemo / sempre più in fretta». La scrittura di Primo Levi, del resto, ha sempre un profondo valore simbolico. Chi non ricorda il sogno pieno di spavento descritto alla fine de La tregua? Lo scrittore comincia a farlo appena tornato a casa dal campo di concentramento di Auschwitz. Gli pare di trovarsi in mezzo a persone care, a tavola o al lavoro o in campagna. Ma poi tutto cade e si disfa. Ben presto, intorno a lui, è il caos, un gran nulla grigio e torbido. La conclusione ci paralizza il cuore: «Sono di nuovo in Lager, e tutto era vero all’infuori del Lager. Il resto, era breve vacanza, o inganno dei sensi, sogno: la famiglia, la natura in fiore, la casa». In una celebre pagina di Se non ora quando? al compagno di lotta partigiana che gli rivolge la domanda: «E tu, ebreo: quanti tedeschi hai ammazzato?», il protagonista risponde: «Chi lo sa, quanti ne sono morti per mano mia? Forse mille, forse neanche uno... Ma al mio paese i tedeschi hanno fatto scavare una fossa dagli ebrei, e poi li hanno messi in piedi sull'orlo, e li hanno fucilati tutti, anche i bambini, e anche parecchi cristiani che nascondevano gli ebrei, e fra i fucilati c’era mia moglie. E dopo di allora io penso che uccidere sia brutto, ma che di uccidere i tedeschi non ne possiamo fare a meno (...) Se io sparo a un tedesco, lui è costretto ad ammettere che io ebreo valgo più di lui: è la sua logica, capisci, non la mia (...) È importante, ma è anche orribile. Eppure noi abbiamo una legge, che dice “Non uccidere”». Sono gli anni in cui Levi pubblica presso Einaudi la traduzione del Processo di Kafka: nella nota premessa al volume si legge: «Dunque è così, è questo il destino umano, si può essere perseguiti e puniti per una colpa non commessa, ignota, che “il tribunale” non ci rivelerà mai; e tuttavia, di questa colpa si può portar vergogna, fino alla morte e forse anche oltre». E in Tradurre Kafka, articolo del 5 giugno 1983, conclude: «Josef K., alla fine del suo angoscioso itinerario, prova vergogna perché esiste questo tribunale occulto e corrotto, che pervade tutto quanto lo circonda... È finalmente un tribunale umano, non divino: è fatto di uomini e dagli uomini, e Josef, col coltello già piantato nel cuore, prova vergogna di essere un uomo».

© Osservatore Romano - 31 luglio 2019