di INOS BIFFI I commensali del Corpo e del Sangue del Signore nell’Ultima Cena divengono con Maria i convitati dello Spirito a Pentecoste; «i partecipanti al calice» si ritrovano «commensali della fiamma ardente» (Paul Claudel, Hymne de la Pentecôte). E, infatti, lo Spirito scaturisce dal Corpo e dal Sangue di Cristo offerti in sacrificio sul Calvario. Fin che Gesù non è elevato e non spira sul patibolo, strumento di morte e trofeo di vittoria, l’umanità si trova arida, riarsa e sterile, priva dello Spirito di vita. I credenti lo avrebbero ricevuto e avrebbero estinto la loro sete dopo la gloria del Risorto, al quale lo avrebbero attinto come alla sua sorgente. Com’è detto in Giovanni: «Non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato » (Giovanni, 7, 39). Lo Spirito rende presente Gesù Cristo, prende tutto da lui (cfr. Giovanni, 16, 14) ed è in funzione di lui: lo rivela, quasi lo connette, lo “applica” alla storia dell’uomo, ne fa comprendere la Parola. L’indice che il disegno divino è compiuto sono congiuntamente la gloria del Risorto e il dono dello Spirito Santo, inviato dalla destra del Padre a creare la Chiesa come Corpo “mistico” di Gesù e segno, a sua volta, del successo di quel disegno. Non avvenisse la Pentecoste e mancasse la Chiesa, vorrebbe dire che l’opera di Cristo non è riuscita. La Chiesa — va ripetendo sant’Ambrogio — è «colma del seme del Verbo e dello Spirito di Dio» (Expositio evangelii secundum Lucam, III, 38.); «in lei rifulge la grazia dello Spirito settiforme» (ibidem., VII, 98). Essa può navigare sicura «grazie alla vela dispiegata della croce del Signore e grazie al soffio dello Spirito Santo» (De virginitate, 18, 119), dal quale viene edificata (De Spirito sancto, II , 10, 110). A prolungare la Pentecoste nella Chiesa sono ora anzitutto i sacramenti, a partire da quelli dell’iniziazione cristiana, nei suoi tre momenti: il lavacro nell’acqua e nello Spirito, la Cresima, che conferma il Battesimo, e l’Eucaristia, che lo consuma. Chi ha ricevuto questi tre sacramenti è saturato dello Spirito, che insieme col Signore è al principio dei sacramenti. Forse è il caso di mettere in risalto l’essenziale relazione tra sacramenti e Spirito Santo. Non sarebbe esatto considerare la Cresima come in esclusiva o eminentemente il sacramento dello Spirito, trascurando il Battesimo e soprattutto sorvolando sull’Eucaristia. Se questa ripresenta nel mistero il sacrificio della croce, va specialmente riconosciuto a essa il potere di comunicare lo Spirito. Alla mensa del Signore, quando si mangia il Corpo e si beve il Sangue di Gesù, si entra in piena comunione col suo Spirito. Senza dubbio anche gli altri sacramenti lo elargiscono, si direbbe adattando il Dono alla loro specifica finalità: come causa della remissione dei peccati nella Riconciliazione, come santificazione dello stato coniugale nel Matrimonio, come consacrazione al ministero sacerdotale nell’Ordine e come conforto al malato nell’Unzione degli infermi. L’inesausta ed esuberante fruizione dello Spirito — e anche questo va fortemente e urgentemente sottolineato — è la condizione normale del cristiano. Battezzato e «dissetato» dallo Spirito (cfr. 1 Corinzi, 12, 13), la sua è per definizione una vita “spirituale”. E quando si dice vita “spirituale”, non s’intende affatto indicare una vita separata dal mondo, estraniata dalla corporeità, ma una condotta mossa e guidata — come ama dire Tommaso d’Aquino — dall’«istinto dello Spirito Santo» (Super Epistolam ad Romanos Lectura, VIII, lect. I, 613), che inabita senza manifestazione di strepiti e senza esteriori gestualità in tutte le anime in grazia. Chi è cristiano appartiene al movimento dello Spirito e si può considerare carismatico. Ancora il Dottore Angelico: «Lo Spirito ci fa sapere tutto ispirando interiormente, guidando ed elevando alle realtà spirituali » (Super Evangelium S. Ioannis Lectura , c. XIV, lect. III, 1883). «Figli di Dio — scrive Paolo — sono quelli che vengono guidati dallo Spirito di Dio» (Romani, 8, 14), della cui “sobria ebbrezza” — come la definisce sant’Ambrogio (Inno Splendor paternae gloriae) — tutti godono. Quanto ai sette doni — ed è ancora la stupenda dottrina dell’Angelico — inabitanti sempre in chi è in grazia e possiede la carità teologale, rendono ogni vita cristiana radicalmente mistica, aperta al soffio dello Spirito, come lo sono le vele al vento, agile nel suo percorso secondo il ritmo dello stesso Spirito, orientata ai suoi traguardi, elevata ai suoi gusti, attenta alle sue suggestioni (cfr. Summa Theologiae, I-II, q. 68). Come non desiderare e auspicare che la predicazione della Chiesa insegni abitualmente tutto questo ai fedeli di ogni giorno e di ogni condizione?
© Osservatore romano - 27 maggio 2012