di PIERLUIGI NATALIAOltre ai ritardi dell'intervento internazionale sul piano finanziario, ci sono motivi politici interni e persino di propaganda che contribuiscono a ostacolare l'azione umanitaria in Somalia, dove più pesanti si stanno rivelando le conseguenze della siccità. Questa sta mettendo in pericolo di morte per fame oltre dodici milioni di persone in vaste regioni del Corno d'Africa, il nord del Kenya, il sud dell'Etiopia, Gibuti, la regione ugandese di Karamojia e, appunto, l'intera Somalia. Nella riunione straordinaria tenuta questo lunedì nella sede della Fao a Roma, su richiesta della Francia nella sua funzione di presidente di turno del G20, la comunità internazionale ha definito impegni finanziari sui quali si raccoglieranno i fondi in una conferenza dei donatori, questo mercoledì, a Nairobi, in Kenya. Nella riunione, soprattutto, è stato concordato un programma sia per scongiurare nell'immediato la catastrofe incombente, sia per gettare finalmente le basi per la costruzione di una sicurezza alimentare di lungo termine nella regione. Dal punto di vista operativo, si è stabilito che a gestire la risposta siano i Governi dei sei Paesi colpiti dalla crisi, tenuti informati dal piano d'azione per il Corno d'Africa del Comitato permanente interagenzie dell'Onu. E si è sottolineato come ci sia ancora un margine per intervenire a sostegno delle popolazioni colpite, per rimettere in piedi i loro mezzi di sussistenza e consentire a queste comunità di piccoli contadini, pastori e pescatori di superare la crisi nell'ambito delle proprie realtà. Questo, fra l'altro, permetterebbe di evitare per quanto possibile il proliferare di campi profughi con l'aggregazione di un enorme numero di sfollati. Proprio la cruciale questione della gestione degli aiuti minaccia però di diventare paralizzante in Somalia, dove il Governo del presidente Sharif Ahmed, internazionalmente riconosciuto, di fatto non controlla vaste regioni del Paese, soprattutto al sud, nelle quali l'unica forma di autorità è quella delle milizie radicali islamiche di al Shabaab, che guidano l'insurrezione contro il Governo stesso. Non a caso, il vicepremier somalo, Mohamed Ibrahim, intervenuto alla riunione a Roma, ha chiesto alla comunità internazionale di aprire corridoi umanitari per il trasporto di aiuti alimentari. Il Governo somalo ha già dimostrato di non poter fronteggiare con le proprie forze l'insurrezione e nella stessa Mogadiscio resiste solo grazie all'appoggio delle truppe ugandesi e burundesi dell'Amisom, la missione dell'Unione africana in Somalia. La richiesta di Mohamed Ibrahim sottinende, quindi, che tali corridoi dovrebbero avere protezione militare internazionale contro coloro che "non hanno permesso per troppo tempo il passaggio degli aiuti verso le popolazioni somale colpite dalla gravissima crisi alimentare", come ha specificato il vicepremier. Il riferimento è alle milizie di al Shabaab che da oltre un anno e mezzo hanno posto il veto all'azione delle agenzie dell'Onu. Sulla questione, negli ultimi giorni sembrano essere emersi contrasti all'interno delle milizie stesse. Il veto alla presenza di operatori internazionali non islamici sembrava essere stato rimosso e, anzi, da al Shabaab erano giunte richieste d'aiuto al Programma alimentare mondiale dell'Onu, che durante la riunione a Roma ha confermato l'avvio di un ponte aereo per Mogadiscio. Altri esponenti delle milizie radicali islamiche avevano però ribadito subito le minacce agli operatori internazionali, accusandoli di voler praticare un'azione colonialista sotto il pretesto dell'intervento umanitario. In questo senso sembrano andare anche le ultime dichiarazioni di uno dei portavoce degli insorti, Ali Mohamoud Rage, che ha ordinato ai somali di "rimanere nelle loro case invece di cercare cibo e acqua fuori dal Paese", sostenendo che le Nazioni Unite raccontano "bugie" e che le loro dichiarazioni sulla carestia sono una "chiara esagerazione", perché "nel sud della Somalia sono ricominciate le piogge e i fiumi hanno ripreso a scorrere". A parte la propaganda politica e i suoi effetti sul perpetuarsi di una guerra civile che devasta la Somalia da un ventennio, l'assenza di un interlocutore certo minaccia di vanificare quanto stabilito a Roma proprio nel Paese con la situazione più drammatica. Sullo sfondo, inoltre, in Somalia come nel resto dell'Africa e del sud del mondo, resta poi l'irrisolta questione della mancata volontà politica internazionale - al di là degli intenti più volte proclamati e ribaditi anche questa volta a Roma - di mettere un freno alla volatilità dei prezzi agricoli determinati dalla speculazione. Quello che manca è cioè un vero coordinamento tra i diversi soggetti internazionali sulle politiche del settore. Questo riguarda sia l'aspetto della produzione, che oggi è finalizzata al commercio prima che alla sussistenza delle popolazioni, sia soprattutto la mancata costituzione di adeguate riserve alimentari d'emergenza per fare fronte alle crisi.
(©L'Osservatore Romano 27 luglio 2011)