di Ugo Sartorio
Si svolge a Bressanone dal 29 agosto al 1° settembre il congresso internazionale dell'Associazione europea per la teologia cattolica dal titolo Dio in questione: il linguaggio religioso e i linguaggi del mondo. In collaborazione con lo Studio teologico accademico di Bressanone, mette a tema "il dialogo europeo tra credenti, persone in ricerca e non credenti", come afferma Martin M. Lintner, vicepresidente dell'associazione, considerando che, sullo sfondo di una corrosiva secolarizzazione e di una indifferenza religiosa che coinvolge ampie quote di popolazione, l'uomo europeo è sempre più "religiosamente stonato", quindi dissonante quando non alternativo rispetto a ogni credo.
Non consolano le facili profezie sul ritorno di Dio, fenomeno ambiguo e da giudicare con prudenza, dal momento che il ritorno dei più non è alla religione di Chiesa, all'istituzione tout court, ma a una spiritualità rarefatta e spesso piegata alla gratificazione a breve termine dei bisogni soggettivi. Resta dunque la questione del parlare di Dio in un contesto così determinato. Da dove partire? Come suscitare la dovuta attenzione? Come fare in modo che l'interlocutore, o perché distratto o perché sopraffatto da luoghi comuni, non stacchi subito la spina?
La questione non può ridursi a come parlare di Dio, prospettiva secondo la quale si tratterebbe unicamente di un problema di aggiustamento di linguaggio, di acquisire cioè le nuove password per essere abilitati ai moderni circuiti comunicativi. Dire linguaggio significa dire sintonia, capacità di abitare i contesti, vita impastata di parola, esperienza che apre a un nuovo dire, dal momento che, come sostiene Paul Ricoeur, "il cristianesimo è un avvenimento del linguaggio e, mediante il linguaggio, un avvenimento di significato". Assolutizzare il come debba essere il nostro linguaggio su Dio, mette tra parentesi il perché e il che cosa, lì dà per scontati, come se noi sapessimo da sempre di cosa si tratta e andassimo solo in cerca di nuovi mezzi espressivi.
Con il rischio di cedere, anche nell'annuncio evangelico, alla mitologia del nuovo. "Mettere il come prima del perché - osserva il filosofo francese di origini tunisine Fabrice Hadjadj - ci fa soccombere poco a poco al fascino del telecomando. E questo succede perfino all'interno della Chiesa. Molti pensano che il punto cruciale della nuova evangelizzazione (quello che la rende davvero nuova) consista nell'adottare le novità, nel migliorare i metodi di comunicazione, nel padroneggiare meglio le tecnologie più recenti. Il Vangelo in sé non funziona abbastanza: ciò che serve è il Vangelo più il multimediale, la Faccia di Dio più Facebook, lo Spirito Santo più Twitter. La Buona Notizia era in attesa delle News".
(©L'Osservatore Romano 28 agosto 2013)
Dio in questione
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