Oggi c’è un ambito nuovo in cui è particolarmente necessario non conformarsi a questo mondo: le immagini. Lo ha sottolineato il cappuccino Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, durante la prima predica di Quaresima, svoltasi, venerdì mattina, 23 febbraio, nella cappella Redemptoris Mater del Palazzo apostolico. Proponendo ai presenti «una introduzione generale alla quaresima» senza entrare nel tema specifico delle predicazioni («Rivestitevi del Signore Gesù Cristo. La santità cristiana nella parenesi paolina»), il religioso ha ricordato che gli antichi avevano coniato il motto: «Digiunare dal mondo». Oggi, secondo padre Cantalamessa, esso «andrebbe inteso nel senso di digiunare dalle immagini del mondo». Una volta «quello dei cibi e delle bevande era considerato il digiuno più efficace e necessario», ma adesso, «non è più così». In questo epoca «si digiuna per tanti altri motivi: soprattutto per mantenere la linea». A questo proposito, il predicatore ha sottolineato che «nessun cibo, dice la Scrittura, è per sé impuro, mentre molte immagini lo sono». Esse «sono diventate uno dei veicoli privilegiati con cui il mondo diffonde il suo antivangelo». Per questo, alla lista «delle cose da usare parcamente» — ossia parole, cibi, bevande e sonno, come suggerisce uno degli inni della quaresima — «bisognerebbe aggiungere, le immagini». Tra le cose che vengono «dal mondo e non dal Padre, accanto alla concupiscenza della carne e la superbia della vita», san Giovanni «pone significativamente “la concupiscenza degli occhi”». Qui il cappuccino ha fatto riferimento a ciò che accadde al re David quando vide Betsabea: quello che «successe a lui guardando sul terrazzo della casa accanto, succede oggi spesso aprendo certi siti in internet». Se in qualche momento «ci sentiamo turbati da immagini impure, sia per imprudenza propria, sia per l’invadenza del mondo che caccia a forza le sue immagini negli occhi della gente — ha esortato — imitiamo quello che fecero nel deserto gli ebrei che erano morsi dai serpenti». Anziché «perderci in sterili rimpianti, o cercare scuse nella nostra solitudine e nell’incomprensione degli altri, guardiamo un Crocifisso o andiamo davanti al Santissimo». Da qui l’esortazione: «Che il rimedio passi per dove è passato il veleno, cioè dagli occhi». Fare la Pasqua, diceva sant’Agostino, significa «passare da questo mondo al Padre», cioè «passare a ciò che non passa». È necessario dunque «passare dal mondo per non passare con il mondo». In una società in cui ognuno «si sente investito del compito di trasformare il mondo e la Chiesa», ha detto padre Cantalamessa, cade questa parola di Dio che invita a trasformare se stessi: «Non conformatevi a questo mondo». Dopo queste parole, ha osservato il religioso, «ci saremmo aspettati di sentirci dire: “ma trasformatelo”; invece ci si dice: “ma trasformatevi”». Questo significa che l’uomo deve trasformare il mondo che è dentro di sé, prima di credere di poter trasformare il mondo che è fuori di sé. Proseguendo la sua meditazione, il religioso ha offerto prima di tutto uno sguardo a come l’ideale del distacco dal mondo è stato compreso e vissuto dal Vangelo ai nostri giorni. «Giova sempre tener conto delle esperienze del passato — ha detto — se si vogliono comprendere le esigenze del presente». Nei vangeli sinottici, ha fatto notare, la parola “mondo” ( kosmos ) è quasi sempre «intesa in senso moralmente neutro». Considerato in senso spaziale, «mondo indica la terra e l’universo (“andate in tutto il mondo”), mentre in senso temporale indica il tempo o il “secolo” presente» . È con Paolo e più ancora con Giovanni che «la parola “mondo” si carica di una valenza morale e viene a significare, il più delle volte, il mondo come esso è divenuto in seguito al peccato e sotto il dominio di satana, “il dio di questo mondo”». Di qui l’esortazione di Paolo e quella, quasi identica, di Giovanni nella sua prima Lettera: «Non amate il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui; perché tutto quello che è nel mondo — la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita — non viene dal Padre, ma viene dal mondo». Tutto questo non «porta mai a perdere di vista che il mondo in se stesso», nonostante tutto, è e resta «la realtà buona creata da Dio, che Dio ama e che è venuto a salvare, non a giudicare». L’atteggiamento verso il mondo che Gesù propone ai suoi discepoli è «racchiuso in due preposizioni: essere nel mondo, ma non essere del mondo». Come si legge nel Vangelo di Giovanni (17, 11.16): «Io non sono più nel mondo — dice rivolto al Padre —; essi invece sono nel mondo. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo».
© Osservatore Romano - 23 febbraio 2018