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rosone-basilica-di-san-francesco-assisi-umbriadi SIMONA VERRAZZO

Un unicum, una sintesi di valori cristolo-gici ed escatologici, fulcro visivo e sim-bolico. Un sole unico come unica e illuminante è la figura del santo patrono di Italia: è il rosone della basilica papale, ad Assisi, dedicata a san Francesco.
Il maestoso finestrone circolare posto sulla facciata della basilica superiore passa di so-lito in secondo piano quando si nomina il grandioso complesso, perché il pen-siero corre immediatamente ai celeberri-mi cicli di affreschi conservati al suo in-terno. Eppure il rosone è un capolavoro non soltanto artistico e architettonico: dietro alla sua trama, quasi un merletto per la perfezione delle decorazioni, si nascon-dono — come in una mappa — significati teologici e filosofici sconosciuti alla quasi totalità delle migliaia di pellegrini e turi-sti che ogni anno visitano la basilica di San Francesco, dal 2000 dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’umanità. Oggi però questo incredibile elemento architettonico-decorativo esce dal suo mi-stero e si svela al grande pubblico grazie al lavoro di tre studiose di storia dell’arte e dell’architettura: Laura Lametti, Vale-riana Mazzasette e Nicoletta Nardelli, curatrici del volume Il rosone della basili-ca di San Francesco in Assisi (Roma, Gan-gemi, 2012, pagine 207, euro 30). Grazie al rilievo avvenuto in occasione del restauro della basilica, poco prima del terremoto del 1997, del rosone vengo-no studiate sia le componenti stilistiche sia, e qui sta l’importante contributo del libro, simboliche. «Riteniamo — scrivono le studiose — che le qualità plastiche e decorative del rosone, inserite nella com-pagine architettonica che le avvalora, non siano soltanto il risultato di un desiderio ornamentale o di indiscusse capacità arti-stiche, ma rappresentino soprattutto la volontà di dare espressione a idee che tuttora costituiscono gli assunti fonda-mentali di una spiritualità universale. Ci piace pensare a una “cronaca di pietra”, un “pensiero scolpito”». Un esempio è il simbolo dell’infinito, presente nel quarto cerchio, il più ester-no, del rosone il quale a sua volta riman-da «all’antichissimo simbolo dell’i n t re c -cio, allusione al perenne fluire delle vi-cende dell’uomo e del mondo». Della basilica superiore sappiamo che fu iniziata nel 1228 da Gregorio IX e ven-ne terminata nel 1253 da Innocenzo I V, mentre la mancanza di documentazione certa, notano le tre studiose, rende arduo fare definitive attribuzioni progettuali, così come delle maestranze. Questo però non rende meno interessante il risultato a cui sono giunte menti e mani dell’epoca. Il rilievo del rosone, composto da quattro cerchi concentrici, ha permesso di scoprire particolari che hanno svelato tutto il loro valore simbolico. Ritornando a esaminare il quarto, il più esterno, è stato appurato come rimandi all’infinito, per via di «una serie di cerchi grandi e piccoli» che in realtà sono «il motivo iconografico del nastro intrecciato». Un nastro intrecciato che custodisce altri simboli: le sue decorazioni sono realizza-te con tessere vitree secondo uno schema a“S”. Dividendo il rosone in quattro quadranti, in ciascuno si individua una “S” decorativa simbolica: partendo dal settore in basso a sinistra si individuano i quattro elementi della natura. Così le au-trici: «Il Fuoco è rappresentato da tesse-re vitree con variazioni cromatiche dal giallo-arancio al rosso, composte a simu-lare lingue di fuoco. L’Aria è espressa in tessere nei colori dell’oro e dell’azzur-ro, a suggerire vortici di vento. L’Acqua è illustrata da tessere nelle gradazioni dei blu composte in modo tale da suggerire le onde del mare, rese più verosi-mili dall’immagine di un pesce guizzante. La Terra è rappre-sentata da tessere verdi, disposte in modo da suggeri-re zolle di un campo arato. Ognuno dei quat-tro elementi raffi-gurati si colloca precisamente in uno dei quattro set-tori individuati dagli assi ortogonali». Il quarto cerchio, il meno decorato di quelli che compongono il rosone, assume così tutt’altro valore e fa porre l’interrogativo del per-ché tanta premura a rappresenta-re, in forma così simbolica, i quattro elementi, che sono i temi più ricorrenti nella storia dell’arte. Le autrici non danno risposta ma forse la suggeri-scono, quando ricordano che i quattro elementi sono espressamente citati da san Francesco nel suo Cantico delle creature. Nei secoli passati il rosone non era sol-tanto un elemento decorativo, ma assol-veva anche alla preziosa funzione di illu-minare l’interno della chiesa. A differen-za delle vetrate, il rosone idealmente illu-minava quanto si trovava di fronte, l’ab-side con l’altare, la parte più sacra della chiesa. Quello della basilica di San Fran-cesco, però, ha anche un altro rapporto con il sole. «Se consideriamo che la fac-ciata si trova orientata verso est — spiega-no le autrici — viene naturale immaginare il nostro rosone come un possibile orolo-gio solare». A questa conclusione giun-gono analizzando sia la metà del diame-tro del terzo cerchio, corrispondente alle dodici ore, e sia il primo cerchio, corri-spondente ai dodici mesi. Il volume non indaga soltanto sul si-gnificato simbolico del rosone, ma anche sui suoi aspetti stilistici, comparandolo con altri della zona, dalla cattedrale di Santa Maria Assunta di Spoleto alla chiesa di Santa Chiara, sempre ad Assisi. Appena fuori dal rosone, inoltre, nella basilica di San Francesco torna un altro tema ricorrente nella storia dell’arte: i quattro evangelisti. Agli angoli del qua-drato in cui si iscrive il rosone vi sono le statue, in travertino, con le loro raffigura-zione iconografiche: l’uomo per Matteo, il leone per Marco, il bue per Luca e l’aquila per Giovanni. Nella “cronaca di pietra”, nel “pensiero scolpito” che è il rosone della basilica di San Francesco in Assisi, quelle statue sono il simbolo del messaggio di salvezza di Cristo e del Vangelo.

© Osservatore Romano - 5 ottobre 2012