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Cristo-in-Crocedi GIULIANO ZANCHI

Le donne non si arrendono neanche morte. Tengono in piedi legami come fanno certi acrobati con una pila di piatti in cima a un’asticella. La loro è spesso una fedeltà fatta di niente. Tengono in vita relazioni, affetti, vincoli umani, custodendone la vitalità con l’ostinata inerzia di una fedeltà unilaterale, anche contro ogni evidenza della fine. Le donne non perdono mai veramente nessuno.
La perdita è per loro solo il dilatarsi di una distanza il cui spazio va riempito con una smisurata forza di volontà. Sanno persino trattare la morte con naturale scaltrezza, come si viene a patti con un odioso mercante, cui si strappa all’ultimo momento una clausola, una deroga, un’eccezione. Allora basta un oggetto, una immagine, la misera superficie di un luogo, per tenere in piedi la traballante impalcatura di un amore che ha apparentemente smarrito la presenza del suo interlo cutore. Maria — ma anche le altre donne del vangelo — si accontenterebbe del cadavere. Dell’imperturbabile stabilità della tomba. Il resto sarebbe capace di mettercelo lei. Grazie a Dio non finirà così. Il risvolto di questa caparbia tenacia femminile sarebbe, come spesso succede a molte madri che hanno perso un figlio, la prigionia interiore di una ossessione feticistica e di una religione mortuaria. Chi non accetta la morte perde anche la vita. Questa sottile tensione emotiva è stata incisa dalla tradizione cristiana nel tema della pietà. Essa è una incondizionata celebrazione degli affetti umani, con tutta la loro intrigante potenza simbolica, visti dal lato della loro impotenza a durare. Lo strazio della separazione, l’attrazione fatale dell’assenza, la percezione del vuoto. A tutta questa gamma di insondabili esperienze del distacco la cultura cristiana ha offerto la sponda di una struggente inconsunta icona, ricevendola direttamente dalla consistenza umana della rivelazione di Dio. Al cuore della fede cristiana sta il pianto di una madre per la morte del figlio. All’arte è toccato il compito di trasformare quell’icona in pane quotidiano per gli occhi. Anche Carlo Ceresa galleggia, come un tronco abbandonato alla corrente, lungo il corso di questa tradizione. Per la chiesa di San Marco in Sentino dipinge questa pietà che dovette stare a lungo su un altare dedicato all’Addolorata. L’alfabeto iconografico è tutto sommato consueto. Come sterpi piegati dal vento le figure pendono oblique verso la sinistra della morte. In uno spicchio della scena la lontana lugubre apparizione del calvario. Abbandonato nell’oscurità, Gesù dorme il sonno della morte, in uno scroscio di stoffa. L’angioletto, piccolo serioso maggiordomo, va ricoprendolo con infantile premura. Maria sfoga nel corpo lo strazio dell’anima. In questa rappresentazione del dolore è assente ogni esibizione di rivolta. Si tratta di un dolore tenuto a bada dalla dignità. La cultura spirituale che ha generato la nostra iconografia ha sostato a lungo — e giustamente — su questa scena madre del dolore universale. Non solo per la sua capacità di catalizzare l’identificazione generale di un dolore comune. Ma costringere anche la fede a sostare nel silenzio del sabato. Tenere gli occhi belli puntati sulla sconcertante evidenza della morte umana del figlio di Maria che una facile devozione del trionfo soprannaturale scavalcherebbe volentieri per andare dritta alla messa cantata del mattino. Sorvolare sulla tragedia umana della morte di Gesù è stata una vera tentazione per molte eresie cristiane in difficoltà nell’accettare il mistero dell’incarnazione. Ma continua a esserlo per annunci pasquali sciorinati con leggera sprovvedutezza spirituale. La tradizione ha invece sempre voluto meditare a lungo sull’immagine del Cristo morto come documento da incidere negli occhi per non oltrepassare il realismo e la radicalità della sua fine umana. Al tempo di questa morte va data tutta l’ampiezza che corrisponde alla sua natura decisiva. Soprattutto perché la morte di Gesù conserva qualcosa di esclusivo. Gesù non muore come ogni uomo. Solo l’uomo Gesù poteva morire da Figlio di Dio. Morte esclusiva. Unica. Per questa ragione morte che salva. Morte capace di scendere perfino alle porte degli inferi. Ma nonostante ciò morte vera. Inequivocabile. Indiscutibile. Affettivamente non meno straziante di qualsiasi perdita umana.

© Osservatore Romano - 19 aprile 2014