Al suo arrivo all’Aeroporto Internazionale di Malabo, il Santo Padre è stato accolto dal Presidente della Repubblica della Guinea Equatoriale, S.E. il Signor Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, e dalla consorte, Constancia Mangue de Obiang. Due bambini, in abito tradizionale, gli hanno offerto un omaggio floreale.
Dopo l’esecuzione degli Inni, l’Onore alle Bandiere e il passaggio della Guardia d’Onore, ha avuto luogo la presentazione delle rispettive Delegazioni.
Al termine della cerimonia, il Papa è stato accompagnato dal Presidente della Repubblica nella Sala VIP 1 per un breve incontro privato.
Successivamente, alle ore 12.15 locali, il Santo Padre si è trasferito in auto al Palazzo Presidenziale per la Visita di cortesia al Presidente della Guinea Equatoriale, percorrendo l’ultimo tratto in auto aperta.
Al suo arrivo, alle ore 12.30 locali, è stato accolto dal Presidente della Repubblica e dalla consorte, ed è stato accompagnato nella Sala degli Ambasciatori, dove ha avuto luogo l’incontro privato. Nel trasferimento dalla Sala degli Ambasciatori alla Hall, per l’incontro con le Autorità, il Santo Padre e il Presidente si sono fermati brevemente per lo scambio dei doni.
Incontro con le Autorità, con la Società Civile e con il Corpo Diplomatico
Alle ore 13.00 locali ha avuto luogo l’Incontro con le Autorità, la Società Civile e il Corpo Diplomatico, alla presenza di autorità politiche e religiose, imprenditori e rappresentanti della società civile e della cultura. Dopo il discorso del Presidente della Repubblica della Guinea Equatoriale, Leone XIV ha pronunciato il Suo discorso.
All’uscita dalla Hall, il Pontefice, accompagnato dal Presidente, ha firmato il Libro d’Onore. Successivamente si è trasferito in auto alla Casa Arcivescovile, passando per la Cattedrale Metropolitana di Malabo, dove si è fermato per un breve momento di preghiera e di adorazione del Santissimo Sacramento.
Al termine dell’incontro, alle ore 13.45 locali, il Papa si è trasferito in auto alla Casa Arcivescovile, dove ha avuto luogo il pranzo in forma privata.
Pubblichiamo di seguito il discorso che il Santo Padre Leone XIV ha pronunciato nel corso dell’incontro con le Autorità, la Società Civile e il Corpo Diplomatico.
Signor Presidente,
distinte Autorità e membri del Corpo Diplomatico,
Signore e Signori!
Vi saluto cordialmente, grato per la vostra accoglienza e per le parole che mi sono state rivolte. Sono felice di essere qui a visitare l’amato popolo della Guinea Equatoriale. Visitando il Paese, il Santo Papa Giovanni Paolo II definì, Signor Presidente, la Sua persona come «il centro simbolico al quale convergono le vive aspirazioni di un popolo per l’instaurazione di un clima sociale di autentica libertà, di giustizia, di rispetto e promozione dei diritti di ciascuna persona o gruppo, e di migliori condizioni di vita, che permettano a tutti di realizzarsi come uomini e come figli di Dio» (S. Giovanni Paolo II, Discorso al Presidente della Guinea Equatoriale, Malabo). Sono parole che rimangono attuali e che interrogano chiunque sia investito di responsabilità pubbliche. D’altra parte, «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Cost. past. Gaudium et spes, 1). Queste espressioni della Costituzione Gaudium et spes del Concilio Vaticano II esprimono al meglio le ragioni e i sentimenti che mi conducono a voi, per confermare nella fede e consolare il popolo di questo Paese in rapida trasformazione. Come nel cuore di Dio, infatti, così nel cuore della Chiesa risuona l’eco di quanto avviene quaggiù, fra milioni di uomini e donne per i quali il nostro Signore Gesù Cristo ha dato la vita.
Voi sapete che Sant’Agostino leggeva gli avvenimenti e la storia secondo il modello di due città: quella di Dio, eterna, caratterizzata dal suo amore incondizionato (amor Dei), unito all’amore del prossimo, specialmente dei poveri; e quella terrena, luogo di dimora provvisorio, in cui l’uomo e la donna vivono fino alla morte. In questa prospettiva, le due città esistono assieme fino alla fine dei tempi (cfr De civitate Dei, 19,14) e ogni essere umano nelle sue decisioni manifesta, giorno per giorno, a quale di esse vuole appartenere.
So che avete intrapreso l’imponente progetto di costruire una città, che da pochi mesi è la nuova capitale del vostro Paese. Avete voluto chiamarla con un nome in cui sembra risuonare quello della Gerusalemme biblica, Ciudad de la Paz. Possa una tale decisione interrogare ogni coscienza su quale città voglia servire! Come ho avuto modo di ricordare al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, per il grande padre Agostino la città terrena è incentrata sull’amore orgoglioso di sé (amor sui), sulla brama di potere e di gloria mondani che portano alla distruzione.
Diversamente, Agostino ritiene che i cristiani siano chiamati da Dio ad abitare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria. È la città verso cui Abramo «partì senza sapere dove andava. Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso» (Eb 11,8-10). Ogni essere umano può apprezzare l’antichissima consapevolezza di vivere sulla terra come di passaggio. È fondamentale che avverta la differenza fra ciò che dura e ciò che passa, conservandosi libero dall’ingiusta ricchezza e dall’illusione del dominio. In particolare, «il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile. La Città di Dio non propone un programma politico ma offre preziose riflessioni su questioni fondamentali della vita sociale e politica» (Discorso al Corpo Diplomatico, 9 gennaio 2026).
Oggi la Dottrina sociale della Chiesa rappresenta un aiuto per chiunque voglia affrontare le “cose nuove” che destabilizzano il pianeta e la convivenza umana, cercando prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia. Questo è parte fondamentale della missione della Chiesa: contribuire alla formazione delle coscienze, mediante l’annuncio del Vangelo, l’offerta di criteri morali e di autentici principi etici, nel rispetto della libertà di ogni individuo e dell’autonomia dei popoli e dei loro governi. L’obiettivo della Dottrina sociale è educare ad affrontare i problemi, che sono sempre diversi, perché ogni generazione è nuova, con nuove sfide, nuovi sogni, nuove domande.
In particolare, davanti a noi si stagliano questioni che scuotono le fondamenta dell’esperienza umana. Come ho avuto modo di sottolineare, paragonando i nostri tempi a quelli in cui Papa Leone XIII promulgò la Rerum novarum, oggi «l’esclusione è il nuovo volto dell’ingiustizia sociale. Il divario tra una “piccola minoranza” – l’1% della popolazione – e la stragrande maggioranza si è ampliato in modo drammatico. […] Quando parliamo di esclusione, ci troviamo anche di fronte a un paradosso. La mancanza di terra, cibo, alloggio e lavoro dignitoso coesiste con l’accesso alle nuove tecnologie che si diffondono ovunque attraverso i mercati globalizzati. I telefoni cellulari, i social network e persino l’intelligenza artificiale sono alla portata di milioni di persone, compresi i poveri» (Discorso ai Movimenti popolari, 23 ottobre 2025). Di conseguenza, è compito inderogabile delle Autorità civili e della buona politica rimuovere gli ostacoli allo sviluppo umano integrale, del quale la destinazione universale dei beni e la solidarietà sono principi fondamentali.
Non si può nascondere, ad esempio, che la rapidissima evoluzione tecnologica cui stiamo assistendo ha accelerato una speculazione connessa al bisogno di materie prime, che sembra far dimenticare esigenze fondamentali come la salvaguardia del creato, i diritti delle comunità locali, la dignità del lavoro, la tutela della salute pubblica. In proposito, faccio mio l’appello di Papa Francesco, che proprio un anno fa lasciava questo mondo: «Oggi dobbiamo dire no a un’economia dell’esclusione e della inequità. Questa economia uccide» (Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium, 53). È infatti ancora più evidente oggi, rispetto ad alcuni anni fa, che la proliferazione dei conflitti armati ha tra i suoi principali moventi la colonizzazione di giacimenti petroliferi e minerari, senza riguardo al diritto internazionale e all’autodeterminazione dei popoli.
Le stesse nuove tecnologie appaiono concepite e utilizzate primariamente a scopi bellici e in cornici di significato che non lasciano intendere una crescita di opportunità per tutti. Al contrario, senza un cambio di passo nell’assunzione di responsabilità politica e senza rispetto delle istituzioni e degli accordi internazionali, il destino dell’umanità rischia di venire tragicamente compromesso. Dio non vuole questo. Il suo Nome santo non può essere profanato dalla volontà di dominio, dalla prepotenza e dalla discriminazione: soprattutto, mai dev’essere invocato per giustificare scelte e azioni di morte. Il vostro Paese non esiti a verificare le proprie traiettorie di sviluppo e le positive opportunità di collocarsi sulla scena internazionale a servizio del diritto e della giustizia.
Il vostro è un Paese giovane! Sono certo, dunque, che nella Chiesa troverete aiuto per la formazione di coscienze libere e responsabili, con cui andare insieme verso il futuro. In un mondo ferito dalla prepotenza, i popoli hanno fame e sete di giustizia. Bisogna stimare chi crede nella pace e osare politiche controcorrente, con al centro il bene comune. Urge il coraggio di visioni nuove e di un patto educativo che dia ai giovani spazio e fiducia. La città di Dio, città della pace, va accolta infatti come un dono che viene dall’alto e a cui volgere il desiderio e ogni nostra risorsa. È una promessa e un compito. I suoi abitanti «forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci» (Is 2,4) e, asciugata ogni lacrima, parteciperanno al banchetto non più riservato a un’élite, perché grasse vivande, vini eccellenti, cibi succulenti (cfr Is 25,6) saranno condivisi fra tutti.
Signor Presidente, Signore e Signori, camminiamo insieme, con saggezza e speranza, verso la Città di Dio, che è città della pace. Grazie!
© Bollettino Santa Sede - 21 aprile 2026