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Conversione di San Paolo ApostoloAnnunciare il Vangelo non è un optional. Non è solo per qualcuno. Non è un privilegio riservato ai "missionari" o a particolari categorie di persone. E non è proprio di alcuni specifici momenti e situazioni, da relegare in un angolo o nel privato. Annunciare il Vangelo è costitutivo dell'essere cristiani, battezzati, cresimati, figli della Chiesa.

Ma cos'è l'annuncio?

È donare ciò che si è ricevuto sia attraverso il primo annuncio e poi la catechesi e successivamente attraverso la propria esperienza personale, il catecumenato, iniziale e permanente.
L'uno illumina l'altro. Il Kerygma di Gesù veramente morto everamente Risorto illumina la e fonda la catechesi. A sua Volta il perenne Kerygma e la catechesi illumina il catecumenato. Il catecumenato, come vissuto totalizzante, dispiega la catechesi e il Kerygma in tutta l'esperienza dell'uomo. La catechesi kerygmatica, l'annuncio ricevuto dalla Chiesa muove a conversione. La salvezza sperimentata illumina e rende viva sulla propria carne la catechesi ricevuta e la fa risuonare come le voci in una cattedrale gotica, affinché il suono del lieto annuncio tocchi ogni angolo nascosto, dentro e fuori. Non c'è limite a questo risuonare ma ogni esperienza dell'uomo può essere illuminata da questo suono divino del lieto annuncio.
Non c'è limite di luogo, di spazio o situazione; i limiti, semmai, li pone il "politicamente corretto" e la nostra coscienza ferita e spesso omissiva, che, tra le scuse inventate dall'uomo è tra le più subdole e meschine; negando in sé stessa le possibilità di trasfigurare la nostra esistenza in bellezza.
Dove tu vivi e sei, lì annuncia.

Di fatto, San Paolo, non avrebbe potuto annunciare il vangelo sopra ogni fatica se non avesse incontrato Cristo e la Chiesa a Damasco.

Non avrebbe potuto annunciare Cristo, il fariseo Saulo, che perseguitava Cristo stesso nella Chiesa, se non fosse andato da Anania e non fosse stato confermato nella fede e non gli fossero cadute le scaglie dagli occhi. 
Non sarebbe stato fecondo nell'annuncio se non avesse incontrato "le colonne" della Chiesa e non avesse ricevuto la loro benedizione.

Ecco che il tema della conversione, perno del vangelo della presente festività della conversione del nostro fratello e padre Paolo, ritorna come fulcro portante dell'essere di questo apostolo.
Paolo è un convertito che sempre si converte. Annuncia, sempre e comunque, attraversa nazioni e mari, corre anche se incatenato. Non conta su di sé ma su Colui che gli basta e gli dona forza.

È uno che ha veramente incontrato Gesù e la Chiesa e che, da zelante e finanche prepotente dottore della legge, diventa umile discepolo della scuola di Dio.
Ma l'umiltà è un cesello che Dio opera attraverso le innumerevoli prove che quest'uomo ha dovuto vivere sulla propria pelle. L'umiltà passa attraverso il necessario cesello delle umiliazioni perché queste portano alla realtà di sé e a ri-centrare il sé dove trova la realtà del suo essere.
Se non fosse passato per il crogiolo della fatica, a volte umanamente insostenibile; se non fosse passato attraverso la tortura, l'incomprensione, il dileggio, la prigionia, l'impotenza, le umiliazioni continue, non avrebbe spezzato sé stesso in seme di polvere e non sarebbe stato fecondo.

Quindi se Maria è la credente (πιστεύσασα - pisteusasa), Paolo è l'uomo che si converte (leshuv - μετανοεῖν - ἐπιστρέφειν)L'uomo che cammina nella conversione.
Questo è il suo insegnamento e la sua icona per noi.
Ed entrambe le icone, Maria e Paolo, sono figura della Chiesa, chiamata a credere e a convertirsi continuamente lasciando le vanità di questo mondo.

Ma anche un altro segno traspare dalla vita di Paolo che, tra l'altro significa il suo "nome nuovo", dal nome regale di Saul al nome di "piccolo ed umile", Paolo.
Paolo si convertiva annunciando; annunciando si convertiva. Il dire l'annuncio lieto e potente della morte e resurrezione di Cristo lo costituiva in una perene ri-costruzione di sé.

È l'annuncio, opportuno o inopportuno (cioè umanamente non conveniente - non buonista, arruffa consensi, di piaggeria, piacione, corretto politicamente, ecc.), che converte Paolo.
È annunciando che si rafforza la fede del credente perché lo trasforma e trasfigura dall'interno. Il Kerygma irrora la storia. Come si trova citato in tanti contesti "In ciascuno dei tuoi istanti è contenuto, come in un nocciolo, il seme di tutta l’eternità" (1), così il Kerygma, la catechesi e il catecumenato illumina il presente e il peregrinare.

Se infatti la fede non viene donata e ri-donata ma rimane nella sfera del privato (quello che vogliono i "liberalisti" o i "mondani" di ogni tempo), pian piano si affievolisce e spegne o si trasforma in uno sberleffo che accarezza i sensi carnali dell'uomo ma non lo eleva. Non lo trasfigura. Qui si struttura l'assurdità gnoseologica e accidiosa che afferma "sia fatta la mia volontà con il beneplacito di Dio". Assurdità e bestemmia che uccide piano piano con la parvenza di spiritualità e, talvolta, con il manto, anch'esso di politicamente corretto, di contestazione.
Infatti è noto, a chi ha un minimo di libertà interiore, che il clericalismo si riveste di tante forme, sia di narrazioni del "potere" sia di contro-narrazioni di "potere", di cuori feriti e scellerati che fanno tanto danno a sé e alle anime.
Perché in entrambe le forme di clericalismo regna l'ego, l'avarizia e il possesso. L'appartenenza slega, l'avarizia fagocita.

Chi non annuncia, libero da sé, cioè non condivide il bene ricevuto, è un folle e un suicida.
La morte del cattolico è pari alla sua accidia.
Accidia nell'annuncio, pigrizia nella ricerca di piacere sempre più a Dio.
Se il cattolico vuole piacere a sé stesso e al quieto vivere calpesta e bestemmia il dono ricevuto.
Sia quando si omologa a non trascendersi sia quando si omologa alla vanità del mondo, sia quando si omologa alla vanità della carne che porta dentro come una ferita e su cui non ha mai fatto, seriamente e responsabilmente, con sistematicità, un cammino di Fede e di Conversione.

Chi ricevendo in dono un patrimonio inestimabile di beni lo getterebbe in una tangenziale perché sia calpestato dalla furia disordinata del traffico?

Ebbene noi facciamo assai di peggio con i doni che abbiamo ricevuto nella Chiesa e per la Chiesa con il Battesimo.

Senza litigiosità e sedimentazioni rancorose, ma con fermezza, il cattolico annuncia tutto il bene che ha ricevuto perché sa che è in gioco la propria salvezza e la salvezza dei fratelli.

Questo è il bene più grande e non certo la salute fisica, come San Paolo ci ha mostrato con la sua vita; Paolo, discepolo e servo del Cristo povero e crocifisso.
Se infatti c'è la salute del cuore c'è la vita anche se si è prigionieri come San Paolo, o derisi, vilipesi, impotenti e in situazione di disabilità.

Non c'è stato infatti periodo più fecondo per l'apostolo Paolo di quello in cui, prigioniero con catene, in arresti domiciliari - tanto che in ogni suo bisogno veniva seguito dal carceriere e dalle sue catene - poteva effondere l'amore per Cristo e per la Chiesa. E tante possono essere le catene nel nostro quotidiano che possono diventare, grazie a Dio, delle opportunità di annuncio, di donazione e di offerta.

Anzi proprio nell'impotenza e nella persecuzione (e nella prigionia delle catene imposte dall'esterno) risplende l'agire di Dio e quindi, se stiamo seguendo veramente Cristo, anche la nostra gioia profonda e la gioia autentica della Chiesa, dei fratelli e delle sorelle. Qui risiede la santificazione del momento presente e il dispiegare autentico del divino nell'istante.

Qui risiede quella Gioia che nessuno ci può togliere e che si fonda su l'amore di Dio in Cristo per noi e per i fratelli, da ora. Beato chi la coglie e se ne nutre, ancora ed ancora.


Paul Freeman


 1. Più che una citazione letterale di San Francesco di Sales, benché ampiamente riportata (purtroppo con metolodogia erroneamente atributiva, come consuetudine superficiale), essa risulta, al momento, senza fonte nei suoi scritti. Piuttosto è probabilmente uno stichwort tratto dal pensiero del Santo presente nelle sue opere principali.