Introduzione generalePer molti secoli il decalogo è stato considerato come il fondamento della moralità cristiana. S. Agostino considera il decalogo come espressione della stessa carità cristiana. Il tema che ci proponiamo di svolgere in questo corso lo prendiamo da Mt. 5,48: "Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli". In concreto vogliamo approfondire i comandamenti di Dio come cammino di perfezione.
- E' possibile imitare Dio?
- E' possibile essere "perfetti come il Padre vostro che è nei cieli?"
* Umanamente parlando, non è possibile. La situazione di peccato scoraggia l'uomo.
* Paolo VI nel Credo per l'anno della Fede dice: "Noi crediamo nello spirito Santo che è Signore e dona la vita. Egli illumina, vivifica, protegge e guida la Chiesa, ne purifica le membra, purché non si sottraggano alla sua grazia. La sua azione che penetra nell'intimo dell'anima, rende l'uomo capace di rispondere all'invito di Gesù: "Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli".
Essere perfetti significa ascoltare l'invito di Gesù che riprende quello dell'A.T. fatto al popolo di Dio: "Siate santi, perchè io sono santo" (Lev. 11,44; 19,2).
Dio è santo e la nostra santità e perfezione dipende da Lui: "Sono io il Signore che vi santifico" (Lev. 22,32).
Lo Spirito Santo datoci da Gesù, è colui che ci santifica: per questo lo Spirito è chiamato "Santo", "Santificatore". In Paolo tutto questo è chiarissimo. Facciamo qualche esempio: "Siete mondati, santificati giustificati nel nome del Signore nostro Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio". (1 Cor. 6666,11). " Dio ha scelto noi quali primizie della salvezza, nella santificazione dello Spirito Santo e nella fede della verità." (2 Tes. 2,13).
La prima conseguenza della presenza dello Spirito Santo in noi è che diventiamo figli di Dio; siamo cioè "figli nel Figlio". San Paolo nella lettera ai Romani (8,15) dice: "Voi avete ricevuto lo Spirito di adozione a figli, nel quale gridiamo "Abba" "Padre"; oppure nella lettera ai Galati (4,4-5) dice: "Dio mandò per noi il proprio Figlio affinché ricevessimo l'adozione di figli". La conseguenza per noi è quella di vivere come figli di Dio nella cui vita scorre la vita di Dio, partecipi della natura divina. "Questi è mio Figlio prediletto nel quale mi sono compiaciuto, ascoltatelo". (Mt. 17,5)
I comandamenti non sono altro che le linee maestre su cui passa la vita dei Figli di Dio; essi esprimono la volontà di Dio.
Quale è il nostro atteggiamento nei confronti del decalogo?
a) Forse li abbiamo imparati a memoria senza capirli, senza capirne il legame che c'è tra questi e la vita nostra come figli di Dio.
b) Forse ci sono stati presentati staccati da tutto il contesto della volontà di Dio.
c) Forse li abbiamo presi più come obbligo che come frutto del nostro amore verso Dio.
d) Forse li abbiamo considerati più come un'ostacolo, una prova a cui Dio ci sottopone, che come frutto della saggezza di Dio. Dietro questa difficoltà c'è la concezione di un Dio cattivo, che non è Padre nè amico, è geloso soltanto della nostra felicità. Si tratta di una concezione diabolica: quella di attribuire la saggezza espressa nei comandamenti, non alla bontà di Dio ma alla sua cattiveria. Se parlo di concezione diabolica è perchè questa è la concezione che il diavolo mise in cuore ad Adamo ed Eva (Gn. 3,4-5) "Non morirete affatto! anzi, Dio sa che qualora voi ne mangereste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene ed il male". Chiediamoci ora quale è il concetto giusto che noi cristiani dobbiamo avere nei confronti dei dieci comandamenti.
1) Tutto l'A.T. presenta la legge di Dio, ed in particolare i dieci comandamenti come dono di Dio.
2) Nel Paradiso terrestre l'uomo aveva equilibrio interiore, nella propria coscienza
- con il naufragio del peccato, c'è squilibrio:
* nella coscienza dell'uomo individuo
* nella coscienza della comunità umana
* l'uomo subisce l'influsso delle passioni
- per cui sia individualmente che collettivamente l'uomo non comprende più ciò che è bene e ciò che è male ("non sanno quello che fanno").
Esempi:
- eutanasia: dove sono i confini del bene vero?
- di fronte agli stimoli della cultura, ecc... quale è il messaggio che è fatto per il mio bene? o mi sta manipolando?
- il bene che io credo di fare è genuino?
3) Dio vuole il mio bene. Dio ha il discernimento necessario per vedere in profondità nelle cose del mondo: "anche le tenebre sono come la luce per te". Sono un messaggio liberatore per gli uomini i comandamenti, sono punti di riferimento, linee maestre della sapienza di Dio, sono orientamenti solidi.
4) I comandamenti non limitano la nostra libertà , ma la orientano verso lo scopo per cui la nostra libertà è stata fatta: per il bene. La nostra libertà è creata ad immagine della libertà di Dio.
5) I comandamenti sono punti di arrivo:
- della civiltà di una nazione
- della maturità di una persona
6) I comandamenti sono dati da Dio, infatti, su misura per l'uomo, sono stati riconfermati e perfezionati dal Signore Gesù. Corrispondono ai desideri, alle attese più profonde dell'umanità (cfr. Dt. 30,11-14).
Introduzione specifica
"Originalità e tratti generali del decalogo".
Il decalogo è il documento dell'Alleanza:
nell'Esodo (19-24)
- In Esodo il decalogo fa parte del grande complesso storico e letterario dell'alleanza del Sinai, in cui occupa i luogo centrale.
- Si tratta di un inserimento letterariamente poco armonizzato in brani preesistenti. Ma questa circostanza sottolinea l'intenzione dell'autore sacro di mettere il decalogo in relazione stretta con gli avvenimenti storici del Sinai dimostrare che il decalogo è n vero documento di alleanza.
- Nell'insieme ci sono varie tappe:
1) (19,3b-6) l'iniziativa della liberazione è di Dio: Israele è stato "prevenuto" dalla grazia di Dio.
- "... voi stessi avete visto..." Atto di nascita del popolo.
- "... ali di aquila..." Intervento potente: la liberazione costituisce la vocazione di Israele.
- "... vi ho tratti verso di me ..." Questa vocazione viene descritta come elevazione di Israele fino all'intimità divina.
- "... d'ora innanzi ..." Il nesso tra storia e comandamento: l' esigenza di fedeltà, conseguenza degli anteriori benefici di Jahvè, è la condizione necessaria perchè Israele possa realizzare i grandi dei segni di Dio sopra di lui ("... sarete come cosa mia tra tutti i popoli..."). Dopo aver liberato Israele Dio lo mette al corrente delle sue intenzioni. Accettare l'alleanza non significa solo sottomettersi a Dio, ma soprattutto, farsi compagni suoi, associarsi ai suoi destini: salvare l'umanità.
(messa da parte)
- "... nazione a me consacrata..." si tratta di un'avventura religiosa, per cui Israele sarà "santo": separato dagli altri, completamente appartenente a Dio, riunito intorno alla sua Parola e al suo Nome.
- "... regno di sacerdoti..." Israele è mediatore di salvezza tra Dio e le altre nazioni e questo suppone unione con Jahvè, consacrazione a Lui.
2) Seguono le azioni con cui Mosè media l'alleanza tra Dio e il popolo (19, 7-8). Tutto questo brano manifesta e sottolinea la libertà che Dio lascia ad Israele. Dio non impone l'alleanza ma la propone. La sottomissione d'Israele deve fondarsi nel riconoscimento; il ricordo dei benefici passati deve motivare la risposta obbediente.
3) Poi c'è la Teofania concepita come l'approssimarsi della tempesta (19, 16-25).
- La Teofania del Sinai, in Israele costituisce una esperienza religiosa unica, che basta da sola a dare fondamento all'Alleanza tra Dio e il suo popolo.
- Mosè ritorna tra il suo popolo con il codice.
4) Il capitolo 20 è la proclamazione del Decalogo (20, 1-2) "... io sono il tuo Di oche ti ha tratto dell'Egitto, dalla terra di schiavitù..." è il prologo storico.
5) Il racconto della conclusione dell'alleanza (Es. 24)
- Viene celebrato prima un rito di sangue e sacrificale.
- Banchetto di comunione: tra Dio e il suo popolo: si stabiliscono tra due contraenti relazioni quasi familiari.
- In questi capitoli il rito del sangue occupa il centro della pericope. Mosè lo divide in due parti: una ne versa sull' altare (che rappresenta Jahvè) e l'altra la versa sul popolo.
- Ma prima dell'aspersione del popolo ha luogo un rito importante: Mosè prende il libro dell'alleanza e lo legge al popolo. L'alleanza rimarrà conclusa "mediante tutte queste clausole" (Es. 24,8). Dopo che Israele ha accettato ufficialmente l'alleanza, dopo avere ascoltata la lettura del decalogo, Mosè asperge il popolo con il sangue e dichiara stabilita l'Alleanza.
- La stretta comunione conclusa tra Jahvè e del popolo, prefigurata nel rito del sangue, viene approfondita molto nel secondo rito: il banchetto di comunione (Es. 24,9-11) simbolizza l'unione tra Jahvè e Israele.
In tutti i capitoli ci sono elementi liturgici e culturali.
- Nell'Esodo il decalogo è il documento ufficiale dell'Alleanza, caparra e segno della elezione di Israele. Viene sempre chiamato: "parole dell'Alleanza", "clausole dell'Alleanza", "dieci parole" (Es. 34, 27-28) "libro dell'Alleanza" (Es. 24,7).
Nel Deuteronomio
- Il Deuteronomio riunisce elementi già formulati in antecedenza e li presenta sotto forma di esortazione destinata a spiegare al popolo l'Alleanza durante le cerimonie culturali ad illuminare la promulgazione liturgica della legge e ad esortare la pratica generosa delle esigenze dell'Alleanza.
- Sviscera il senso degli avvenimenti passati per scoprire in essi la volontà attuale di Dio su Israele.
- Il Deuteronomio ha integrato il decalogo nel testo e ne fa il documento per eccellenza dell'Alleanza.
- Sta al centro del secondo discorso di Mosè (Deut. 4,44; 28,29) in cui Mosè spiega la legge di Dio, ricorda il decalogo, e nel corso di una lunga esortazione enuclea il senso del primo comandamento. Così la legge data in Moab viene messa in relazione con quella del Sinai.
- Il decalogo è inserito nel cap. 5: 5, 2-5 fa da introduzione; 5,6-21 è il decalogo.
- L'esistenza e sopravvivenza di Israele rimanevano indissolubilmente uniti nell'osservanza del decalogo (Deut. 30, 15-18).
Conclusioni
Lo stretto legame segnalato in Es. e Deut. tra Alleanza e Decalogo ci impone alcune conclusioni.
1) La grazia precede il comandamento LIBERTA'
Le esigenze di Dio su Israele non occupano il primo posto ma sono precedute dalla proclamazione della buona novella della liberazione del popolo. L'indicativo precede l'imperativo: Dio non dice prima "Tu devi", ma "Io ti ho liberato". La redenzione non viene alla fine, ma al principio. Dio interpella gente liberata e riscattata. In questo sta l'originalità della religione d'Israele. La promulgazione del decalogo va preceduta (e non seguita) dall'annuncio della liberazione. Solo dopo aver proclamato le sue grandezze (magnalia Dei), opere di potere, amore e misericordia, dopo aver offerto la sua Alleanza ad Israele e ricevuto la sicurezza dell'accettazione, Yahvè dice: "Non avrai altri dei fuori di Ne". Esige, a giusto titolo, l'obbedienza , ma ha da sgorgare dalla riconoscenza e dall'amore. Staccata dall'Alleanza, la legge perde il suo senso più profondo, e l'osservanza della Legge rimane esposta alle più gravi deviazioni.
2) Non c'è Alleanza senza Comandamento CONFERMANO LIBERTA'
Tuttavia, se l'indicativo precede l'imperativo, è vero anche il contrario: che l'imperativo segue l'indicativo. Il Comandamento fa sempre parte integrante dell'Alleanza, l'Alleanza implica essenzialmente dei Comandamenti da osservare. L'Alleanza si esprime e si manifesta nell'obbedienza alla volontà di Dio. L' azione salvifica di Dio comporta necessariamente delle esigenze per quelli che sono stati salvati. Come si potrebbe dare vera comunione tra Dio e l'uomo se quest'ultimo non fosse obbligato ad accettare e riconoscere il sovrano dominio di Dio su di Lui?
La grazia di Dio è esigenza, e nello stesso tempo, dono. Ci viene data sempre accompagnata da un'esigenza. I doni di Dio sono esigenti anche se le stesse esigenze sono doni. Allora il rapporto intimo tra Alleanza e Comandamento è quello del "do ut des".
Per evitare questo pericolo bisogna attenersi al concetto di Comandamenti dell'A.T.. Mai il comandamento viene presentato come mezzo per acquistare l'Alleanza, ma come una maniera, indicata da Dio, di vivere in unione con Lui. Il comandamento è conseguenza della grazia e non sua causa. L'Alleanza è una comunione offerta gratuitamente da Dio e in nessun modo è creata dall'osservanza di Comandamenti. Vi vere la legge non significa una pura conformità esteriore con una data regola; al contrario la legge è la maniera di vivere l'Alleanza. E' l'espressione di relazioni tra persone...
Lo scopo, il fine del Comandamento è, dunque, quello di preservare le relazioni dell'Alleanza con Yahvè. non di crearle.
La nozione biblica di Comandamento, non ha niente in comune con il concetto farisaico e legalista denunciato da Paolo. Per il legalista la Legge può ottenere l'Alleanza; per il popolo di Dio, prima dell'esilio, il Comandamento era essenzialmente dono e grazia, segno di liberazione d'Israele.
Il Deut. 6,5 -11,11 -11,12 afferma che l'osservanza del Decalogo deve essere una risposta amorosa a Dio, espressione e strumento di un amore di riconoscenza.
( 6,5; 11,1; 11,22) (6,22)
GENERE LETTERARIO DELL'ALLEANZA
L'analisi dei testi e la scoperta di paralleli extra biblici sottolineano l'antichità dell'Alleanza e la solidità della struttura letteraria. Mendenhall, G.H. , e Baltrer K., hanno investigato nel diritto internazionale dell'Antico Oriente, nei secoli XIV-XIII presso gli Hittiti . Concludevano sempre così:
- preambolo
- titolo del Gran Re
- prologo storico che narra i benefici del Re verso i vassalli
- dichiarazione fondamentale
- stipulazioni particolari
- invocazione di testimoni (gli dei)
- benedizioni e maledizioni
Per questi l'Alleanza ricalca questo schema.
Per gli altri si è più reticenti ad accogliere questa tesi; piuttosto l'alleanza del Sinai risente di tratti liturgici e di qualche influsso letterario.
ETA' DEL DECALOGO
- Risale a Mosè: anche se lo schema letterario era, forse, precedente, fu introdotto tra il 1270-1240, al tempo dell'Esodo.
- Per altri, Mosè ha compilato in un solo documento le regole per-israelitiche di sapienza che esprimevano l' "ethos" dei clan semi-somadi e le massime di morale egiziana.
ETICA=MORALE
LE PROIBIZIONI DEL DECALOGO
Si è accusato il Decalogo di avere solo proibizioni (antipedagogico). Non tutti i comandamenti sono formulati in forma negativa (III° e IV°);
Il I° Comandamento varia nella formulazione a volte negativa, altre volte positiva.
1) Il Decalogo nel Deuteronomio ha per funzione quella di delimitare le zone in cui Israele può liberamente muoversi... una funzione di frontiera.
2) L'Alleanza è dono: la formulazione negativa lo ricordava.
La formulazione positiva impone, invece, una prestazione positiva di cui uno può gloriarsi continuamente.
3) L'Alleanza istruisce tribù nomadi o seminomadi con maggior facilità.
4) I comandamenti garantiscono il massimo di libertà e autodeterminazione. "Non ci si comporta così in Israele" (2 Sam. 13,13)
5) Nei comandamenti c'è la concentrazione dell'essenziale.
6) Il Decalogo rimane aperto e perfettibile.
7) Israele vi ci affina la coscienza.
8) Con l'influsso della predicazione di sacerdoti e profeti Israele scoprirà negli imperativi del Decalogo implicazioni morali inaudite fino allora. Israele capirà fino a che òunto quella sintesi ammirabile era dono della sapienza di Dio infinitamente misericordioso e sommo pedagogo.
DECALOGO E DIRITTO NATURALE
Si è soliti dire che i 10 Comandamenti, per la maggior parte, riaffermano le esigenze fondamentali della morale naturale. Osservazioni:
A) Da un punto di vista biblico.
1- A causa dello stretto legame stabilito tra Decalogo e Alleanza, il Decalogo ci si presenta come parte di un ordine differente da quello della natura umana: è parola di Dio positivamente rivelata espressione della sua volontà su Israele. Promulgato all'interno della fede di Israele, il Decalogo fa parte del regime religioso destinato a preparare la venuta di Cristo. Il contesto biblico è quello della storia della salvezza. Non si basa sulle esigenze di un ideale umanitario, ma sulle esigenze proprie di una nazione chiamata alla santità.
2- Questo problema è nostro, e non del tempo del decalogo. Per gli ebrei, molto concreti, il decalogo non era una legge universale, ma era "la parola di Dio" che esprimeva la volontà di Dio sul popolo suo. Per sapere ciò che è bene e ciò che è male, Israele non faceva riferimento a nessun ordine naturale universale ( che in realtà Israele non conosceva), nè ad altri principi generali, ma alla volontà positiva di Jahvè: questa era l'ultima istanza cui riferirsi. In questo senso, il decalogo era qualcosa di molto diverso da un semplice riassunto del diritto naturale, ma formulava il diritto dell'Alleanza che emanava dalla grazia di Jhavè.
3- Proprio questo fatto esprimeva una delle caratteristiche della morale di Israele. Il bene e il male si definivano Davanti a Dio. La morale dell'A.T. era essenzialmente religiosa ed era risposta a Dio.
4- Essere fedeli al decalogo per Israele non era un osservare il diritto naturale, ma un rispondere alla libera iniziativa di Dio.
5- In Israele c'era distinzione tra Decalogo ed una certa gerarchia interna alla legge: tra decalogo e le altre prescrizioni (ampliamenti riletture o applicazioni). Il decalogo era Parola di Dio in modo specialissimo.
6- Però questo non prova che Israele conoscesse la distinzione tra diritto naturale e diritto positivo. Lo stesso rabbinismo quando parlerà della morale dei pagani, non farà distinzione tra esigenze dalla natura umana in genere e Israele, ma preferirà parlare piuttosto di comandamenti dati ad Adamo e comandamenti dati a Noè.
B) Da un punto di vista della materialità dei suoi precetti (prescindendo da ogni giudizio soprannaturale o da qualunque altro riferimento ad una rivelazione positiva), ad esclusione del 1° e 3° comandamento, gli altri comandamenti:
1- sono accessibili alla coscienza umana.
2- La rivelazione mosaica può averne avuto coscienza al di fuori e prima della rivelazione. L'esegesi più recente conferma questa tesi classica della morale cattolica e la illumina con nuova luce:
- in particolare sembra che abbiamo aiutato Israele in questa presa di coscienza:
. I libri egiziani soprattutto "il libro dei morti"
. le letterature parallele.
Conseguenze di questa impostazione:
- il decalogo non è un catalogo di imperativi arbitrari sorti per una volontà divina; ma riunisce ciò che è ragionevole e conforme alla natura umana.
- L'osservanza del Decalogo (Deut. 30,11-14) porta a scoprire il fondo della propria natura umana.
- Il decalogo si limita a vigilare sull'umanità dell'uomo: fa sempre riferimento all'uomo.
- Si potrebbe pertanto riassumerò il decalogo in due parole SII UOMO! Sembra risentire facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza.
IL DECALOGO, LEGGE DELLA COMUNITA'
L'alleanza era essenzialmente comunitaria; non con singoli individui, ma con tutto il popolo. L'osservanza del decalogo assicurava unità e coesione nel popolo appena formatosi. La prima tavola proibisce le alleanze con altri dei stranieri, cioè con altri gruppi politici. La seconda tavola unifica la comunità interiormente. I-II tavola mantengono unito il popolo intorno al suo Dio.
- La pena di morte per i trasgressori, era, più che pena di morte, scomunica. Mancare contro un precetto del Decalogo, era attentare all'unità della comunità in seno alla quale l'infedeltà di un membro era fonte di contaminazione per l'insieme del popolo (per es. Deut. 17,5-7).
- L'assenza quasi completa (eccettuato per il furto) di pene più leggere della pena di morte, indica il carattere eminentemente religioso del decalogo. Attraverso l'Alleanza, Israele era entrato nell'ordine divino delle cose. Ogni trasgressione in questo ordine implicava la morte, cioè l'esclusione dalla comunità. La legge era promessa di vita; che la trasgrediva, aveva scelto liberamente la morte.
- Aggiungiamo che la Bibbia non menziona nessuna autorità con l'incarico di fare osservare il decalogo. Tutta la comunità era responsabile di ciascuna delle membra del corpo comunitario.
IL DECALOGO NELLA VITA DI ISRAELE
Il Decalogo aveva un posto di onore nella Liturgia, nella predicazione e nella catechesi.
a) Decalogo e Liturgia.
Basta ricordare che il Decalogo è inserito negli elementi culturali dell'Alleanza (banchetto-sacrificio-teofania) e nelle cerimonie di rinnovamento dell'Alleanza:
- la festa dei Tabernacoli (Deut 31,8-13): includeva la lettura del decalogo.
- Le tavole del decalogo erano messe nella stessa arca dell'Alleanza (1°Re 8,9) allo scopo di proclamarla durante le cerimonie. Questo fatto della proclamazione del Decalogo durante la Liturgia aiutava Israele a conservare il giusto equilibrio tra culto e morale. Anche se il decalogo faceva parte della liturgia, il suo contenuto era di ordine morale. Il posto più naturale del decalogo è più la vita quotidiana di Israele che il suo culto.
- Alcuni testi liturgici dell'Antico Testamento, conosciuti come "liturgie d'ingresso", ci fanno vedere come l'ammissione al tempio e alle feste era condizionata dalla lealtà mantenuta a Dio negli obblighi della vita quotidiana. Non si può entrare nella liturgia senza la purificazione del cuore, senza l'osservanza dei comandamenti: Sal 15; Sal 24.
b) Decalogo e predicazione:
Nella liturgia e nella predicazione dei Profeti e dei Sacerdoti, il Decalogo trovava
- la sua proclamazione
- veniva spiegato al popolo
- se ne ricercavano le attualizzazioni nelle diverse epoche della storia di Israele
- se ne approfondiva il senso
- se ne perfezionava la redazione. (Anche inserimento di nuove regole ispirate)
Il Decalogo nella vita ordinaria:
- si impara a memoria
- si scriveva negli stipiti delle porte
- si portava su fasce e braccialetti.
Ascolta Israele: Io sono il Signore Dio Tuo:
1) Non avrai altro Dio all'infuori di Me
2) Non nominare il nome Dio invano
3) Ricordati di santificare le feste
4) Onora il padre e la madre
5) Non uccidere
6) Non commettere adulterio
7) Non rubare
8) Non dire falsa testimonianza
9) Non desiderare la donna d'altri
10) Non desiderare la roba d'altri
-> VD anche