Preghiera Ecumenica con i Migranti nella Chiesa di Santa Croce di Nicosia

papa ai migrantiPreghiera Ecumenica con i Migranti nella Chiesa di Santa Croce di Nicosia

Nel pomeriggio, il Santo Padre Francesco si è recato nella Chiesa di Santa Croce di Nicosia per un momento di Preghiera Ecumenica con i Migranti.

Al Suo arrivo è stato accolto sull’altare dal Patriarca dei Latini di Gerusalemme, Sua Beatitudine Pierbattista Pizzaballa, che gli ha porto l’acqua santa per l’aspersione. Quindi, dopo il canto d’inizio, il saluto del Patriarca dei Latini e le testimonianze di un membro della Caritas di Cipro e di quattro giovani migranti, il Papa ha pronunciato il Suo discorso.

Al termine, dopo la preghiera ecumenica, la recita del Padre Nostro e la Benedizione finale, è stato offerto un dono al Santo Padre. Prima di far rientro alla Nunziatura Apostolica, Papa Francesco ha incontrato e salutato i membri della Religious Track.

Prima di lasciare la Chiesa di Santa Croce, il Santo Padre ha incontrato alcuni dei rifugiati che nelle prossime settimane, come segno della sollecitudine del Santo Padre verso famiglie e persone migranti, saranno trasferiti da Cipro in Italia grazie ad un accordo tra la Segreteria di Stato, le Autorità italiane e quelle cipriote, e la collaborazione con la Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale della Santa Sede e la Comunità di Sant’Egidio.

Pubblichiamo di seguito il discorso che il Santo Padre ha pronunciato nel corso del momento di preghiera ecumenica nella Chiesa di Santa Croce di Nicosia:

Discorso del Santo Padre

Cari fratelli e sorelle!

È una grande gioia trovarmi qui con voi e concludere la mia visita a Cipro con questo incontro di preghiera. Ringrazio i Patriarchi Pizzaballa e Béchara Raï, come pure la Signora Elisabeth della Caritas. Saluto con affetto e riconoscenza i Rappresentanti delle diverse confessioni cristiane presenti a Cipro.

Un grande “grazie” dal cuore desidero dire a voi, giovani migranti, che avete dato le vostre testimonianze. Le avevo ricevute in anticipo circa un mese fa e mi avevano colpito tanto, e anche oggi mi hanno commosso, un’altra volta, a sentirle. Ma non è solo emozione, è molto di più: è la commozione che viene dalla bellezza della verità. Come quella di Gesù quando esclamò: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti, ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25). Anch’io rendo lode al Padre celeste perché questo accade oggi, qui – come pure in tutto il mondo –: ai piccoli Dio rivela il suo Regno, Regno di amore, di giustizia e di pace.

Dopo aver ascoltato voi, comprendiamo meglio tutta la forza profetica della Parola di Dio che, attraverso l’apostolo Paolo, dice: «Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi, familiari di Dio» (Ef 2,19). Parole scritte ai cristiani di Efeso – non lontano da qui! –; molto distanti nel tempo, ma parole vicinissime, più attuali che mai, come scritte oggi per noi: “Voi non siete stranieri, ma concittadini”. Questa è la profezia della Chiesa: una comunità che – con tutti i limiti umani – incarna il sogno di Dio. Perché anche Dio sogna, come te, Mariamie, che vieni dalla Repubblica Democratica del Congo e ti sei definita “piena di sogni”. Come te Dio sogna un mondo di pace, in cui i suoi figli vivono come fratelli e sorelle. Dio vuole questo, Dio sogna questo. Siamo noi a non volerlo.

La vostra presenza, fratelli e sorelle migranti, è molto significativa per questa celebrazione. Le vostre testimonianze sono come uno “specchio” per noi, comunità cristiane. Quando tu, Thamara, che vieni dallo Sri Lanka, dici: “Spesso mi viene chiesto chi sono”: la brutalità della migrazione mette in gioco la propria identità. “Ma io sono questo? Non lo so… Dove sono le mie radici? Chi sono?”. E quando dici questo, ci ricordi che anche a noi a volte viene posta questa domanda: “Chi sei tu?”. E purtroppo spesso si intende dire: “Da che parte stai? A quale gruppo appartieni?”. Ma come ci hai detto tu, non siamo numeri, non siamo individui da catalogare; siamo “fratelli”, “amici”, “credenti”, “prossimi” gli uni degli altri. Ma quando gli interessi di gruppo o gli interessi politici, anche delle Nazioni, spingono, tanti di noi si trovano messi da parte, senza volerlo, schiavi. Perché l’interesse sempre schiavizza, sempre crea schiavi. L’amore, che è largo, che è contrario all’odio, l’amore ci fa liberi.

Quando tu, Maccolins, che vieni dal Camerun, dici che nel corso della tua vita sei stato “ferito dall’odio”, tu stai parlando di questo, di queste ferite degli interessi; e ci ricordi che l’odio ha inquinato anche le nostre relazioni tra cristiani. E questo, come hai detto tu, lascia il segno, un segno profondo, che dura a lungo. È un veleno. Sì, l’hai fatto sentire tu, con la tua passione: l’odio è un veleno da cui è difficile disintossicarsi. E l’odio è una mentalità distorta, che invece di farci riconoscere fratelli, ci fa vedere come avversari, come rivali, quando non come oggetti da vendere o da sfruttare.

Quando tu, Rozh, che vieni dall’Iraq, dici che sei “una persona in viaggio”, ci ricordi che anche noi siamo comunità in viaggio, siamo in cammino dal conflitto alla comunione. Su questa strada, che è lunga ed è fatta di salite e discese, non devono farci paura le differenze tra noi, ma piuttosto sì, devono farci paura le nostre chiusure, i nostri pregiudizi, che ci impediscono di incontrarci veramente e di camminare insieme. Le chiusure e i pregiudizi ricostruiscono tra noi quel muro di separazione che Cristo ha abbattuto, cioè l’inimicizia (cfr Ef 2,14). E allora il nostro viaggio verso la piena unità può fare dei passi avanti nella misura in cui, tutti insieme, teniamo lo sguardo fisso su Gesù, su di Lui, che è «la nostra pace» (ibid.), che è la «pietra d’angolo» (v. 20). E Lui, il Signore Gesù, ci viene incontro con il volto del fratello emarginato e scartato. Con il volto del migrante disprezzato, respinto, ingabbiato, sfruttato… Ma anche – come hai detto tu – del migrante che è in viaggio verso qualcosa, verso una speranza, verso una convivenza più umana.

E così Dio ci parla attraverso i vostri sogni. Il pericolo è che tante volte non lasciamo entrare i sogni, in noi, e preferiamo dormire e non sognare. È tanto facile guardare da un’altra parte. E in questo mondo ci siamo abituati a quella cultura dell’indifferenza, a quella cultura del guardare da un’altra parte, e addormentarci così, tranquilli. Ma per questa strada mai si può sognare. È duro. Dio parla attraverso i vostri sogni. Dio non parla attraverso le persone che non possono sognare niente, perché hanno tutto o perché il loro cuore si è indurito. Dio chiama anche noi a non rassegnarci a un mondo diviso, a non rassegnarci a comunità cristiane divise, ma a camminare nella storia attratti dal sogno di Dio, cioè un’umanità senza muri di separazione, liberata dall’inimicizia, senza più stranieri ma solo concittadini, come ci diceva Paolo nel brano che ho citato. Diversi, certo, e fieri delle nostre peculiarità; fieri di essere diversi, di queste peculiarità che sono dono di Dio. Diversi, fieri di esserlo, ma sempre riconciliati, sempre fratelli.

Possa quest’isola, segnata da una dolorosa divisione – sto guardando il muro, lì [attraverso il portale aperto della chiesa] – possa diventare con la grazia di Dio laboratorio di fraternità. Io ringrazio tutti coloro che lavorano per questo. Pensare che quest’Isola è generosa, ma non può fare tutto, perché il numero di gente che arriva è superiore alle sue possibilità di inserire, di integrare, di accompagnare, di promuovere. La sua vicinanza geografica facilita…, ma non è facile. Dobbiamo capire i limiti a cui i governanti di quest’Isola sono legati. Ma sempre c’è in questa Isola, e l’ho visto nei responsabili che ho visitato, [l’impegno] di diventare, con la grazia di Dio, laboratorio di fraternità. E lo potrà essere a due condizioni. La prima è l’effettivo riconoscimento della dignità di ogni persona umana (cfr Enc. Fratelli tutti, 8). La nostra dignità non si vende, non si affitta, non va perduta. La fronte alta: io sono degno figlio di Dio. L’effettivo riconoscimento della dignità di ogni persona umana: questo è il fondamento etico, un fondamento universale che è anche al centro della dottrina sociale cristiana. La seconda condizione è l’apertura fiduciosa a Dio Padre di tutti; e questo è il “lievito” che siamo chiamati a portare come credenti (cfr ibid., 272).

A queste condizioni è possibile che il sogno si traduca in un viaggio quotidiano, fatto di passi concreti dal conflitto alla comunione, dall’odio all’amore, dalla fuga all’incontro. Un cammino paziente che, giorno dopo giorno, ci fa entrare nella terra che Dio ha preparato per noi, la terra dove, se ti domandano: “Chi sei?”, puoi rispondere a viso aperto: “Guarda, sono tuo fratello: non mi conosci?”. E andare così, lentamente.

Ascoltando voi, guardandovi in faccia, la memoria va oltre, va alle sofferenze. Voi siete arrivati qui: ma quanti dei vostri fratelli e delle vostre sorelle sono rimasti per strada? Quanti disperati iniziano il cammino in condizioni molto difficili, anche precarie, e non sono potuti arrivare? Possiamo parlare di questo mare che è diventato un grande cimitero. Guardando voi, guardo le sofferenze del cammino, tanti che sono stati rapiti, venduti, sfruttati…, ancora sono in cammino, non sappiamo dove. È la storia di una schiavitù, una schiavitù universale. Noi guardiamo cosa succede, e il peggio è che ci stiamo abituando a questo. “Ah, sì, oggi è affondato un barcone, lì… tanti dispersi…”. Ma guarda che questo abituarsi è una malattia grave, è una malattia molto grave e non c’è antibiotico per questa malattia! Dobbiamo andare contro questo vizio dell’abituarsi a leggere queste tragedie nei giornali o sentirli in altri media. Guardando voi, penso a tanti che sono dovuti tornare indietro perché li hanno respinti e sono finiti nei lager, veri lager, dove le donne sono vendute, gli uomini torturati, schiavizzati… Noi ci lamentiamo quando leggiamo le storie dei lager del secolo scorso, quelli dei nazisti, quelli di Stalin, ci lamentiamo quando vediamo questo e diciamo: “ma come mai è successo questo?”. Fratelli e sorelle: sta succedendo oggi, nelle coste vicine! Posti di schiavitù. Ho guardato alcune testimonianze filmate di questo: posti di tortura, di vendita di gente. Questo lo dico perché è responsabilità mia aiutare ad aprire gli occhi. La migrazione forzata non è un’abitudine quasi turistica: per favore! E il peccato che abbiamo dentro ci spinge a pensarla così: “Mah, povera gente, povera gente!”. E con quel “povera gente” cancelliamo tutto. È la guerra di questo momento, è la sofferenza di fratelli e sorelle che noi non possiamo tacere. Coloro che hanno dato tutto quello che avevano per salire su un barcone, di notte, e poi… senza sapere se arriveranno… E poi, tanti respinti per finire nei lager, veri posti di confinamento e di tortura e di schiavitù.

Questa è la storia di questa civiltà sviluppata, che noi chiamiamo Occidente. E poi – scusatemi, ma vorrei dire quello che ho nel cuore, almeno per pregare l’uno per l’altro e fare qualcosa – poi, i fili spinati. Uno lo vedo qui: questa è una guerra di odio che divide un Paese. Ma i fili spinati, in altre parti dove ci sono, si mettono per non lasciare entrare il rifugiato, quello che viene a chiedere libertà, pane, aiuto, fratellanza, gioia, che sta fuggendo dall’odio e si trova davanti a un odio che si chiama filo spinato. Che il Signore risvegli la coscienza di tutti noi davanti a queste cose.

E scusatemi se ho detto le cose come sono, ma non possiamo tacere e guardare dall’altra parte, in questa cultura dell’indifferenza.

Che il Signore benedica tutti voi! Grazie.

[01684-IT.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

Chers frères et sœurs!

C’est une grande joie de me trouver ici avec vous et de finir ma visite à Chypre avec cette rencontre de prière. Je remercie les Patriarches Pizzaballa et Béchara Raï, ainsi que Madame Elisabeth de la Caritas. Je salue avec affection et reconnaissance les Représentants des différentes confessions chrétiennes présentes à Chypre.

Je voudrais dire un grand “merci” du fond du cœur à vous, jeunes migrants, qui avez donné vos témoignages. Je les avais reçus à l’avance il y a environ un mois et ils m’avaient beaucoup touché, et, aujourd’hui encore, ils m’ont ému en les entendant. Mais ce n’est pas seulement de l’émotion, c’est bien plus: c’est de l’émotion qui vient de la beauté de la vérité. Comme celle de Jésus lorsqu’il s’est exclamé: «Père, Seigneur du ciel et de la terre, je proclame ta louange: ce que tu as caché aux sages et aux savants, tu l’as révélé aux tout-petits» (Mt 11, 25). Moi aussi, je loue le Père céleste parce que cela se passe aujourd’hui, ici – comme aussi partout dans le monde –: aux petits, Dieu révèle son Royaume, Royaume d’amour, de justice et de paix.

Après vous avoir écoutés, nous comprenons mieux toute la puissance prophétique de la Parole de Dieu qui, à travers l’apôtre Paul, dit: «Vous n’êtes plus des étrangers ni des gens de passage, vous êtes concitoyens des saints, vous êtes membres de la famille de Dieu» (Ep 2, 19). Des paroles écrites aux chrétiens d’Éphèse – non loin d’ici! –; des paroles très lointaines dans le temps, mais très proches, plus actuelles que jamais, comme si elles avaient été écrites aujourd’hui pour nous : “Vous n’êtes pas des étrangers, mais des concitoyens”. C’est la prophétie de l’Église: une communauté qui – avec toutes les limites humaines – incarne le rêve de Dieu. Car Dieu rêve aussi, comme toi, Mariamie, qui viens de la République Démocratique du Congo et qui t’es définie comme “pleine de rêves”. Comme toi, Dieu rêve d’un monde de paix, dans lequel ses enfants vivent comme des frères et sœurs. Dieu veut cela, Dieu rêve de cela. C’est nous qui ne voulons pas.

Votre présence, frères et sœurs migrants, est très significative pour cette célébration. Vos témoignages sont comme un “miroir” pour nous, communautés chrétiennes. Lorsque toi, Thamara qui viens du Sri Lanka, tu dis: “On me demande souvent qui je suis”: la brutalité des migrations met en jeu l’identité même. Mais moi, je suis cela? Je ne sais pas… Où sont mes racines? Qui suis-je. Et lorsque tu dis cela tu nous rappelles qu’on nous pose aussi parfois cette question: “Qui es-tu?”. Et malheureusement cela signifie souvent: “De quel parti es-tu? À quel groupe appartiens-tu?” Mais comme tu nous l’as dit, nous ne sommes pas des numéros, nous ne sommes pas des individus à cataloguer. Nous sommes “frères”, “amis”, “croyants”, “proches” les uns des autres. Mais lorsque les intérêts de groupe ou les intérêts politiques, même ceux des nations, poussent, beaucoup d’entre nous se trouvent mis à part, sans le vouloir, esclaves. Car toujours l’intérêt asservit, toujours il fait des esclaves. L’amour, qui est large, qui est le contraire de la haine, l’amour nous rend libre.

Lorsque toi, Maccolins, qui viens du Cameroun, tu dis qu’au cours de ta vie tu as été “blessé par la haine”, tu parles de cela, de ces blessures des intérêts; et tu nous rappelles que la haine a aussi pollué nos relations entre chrétiens. Et cela, comme tu l’as dit, laisse sa marque, une marque profonde qui dure longtemps. C’est un poison. Oui, tu l’as fait sentir, avec ta passion: la haine est un poison dont il est difficile de se désintoxiquer. Et la haine est une mentalité une mentalité tordue, qui au lieu de nous faire reconnaître comme des frères, nous fait voir comme des adversaires, comme des rivaux quand ce n’est pas comme des objets à vendre ou à exploiter.

Lorsque toi, Rozh, qui viens d’Iraq, tu dis que tu es “une personne en voyage”, tu nous rappelles que nous sommes aussi des communautés en voyage, nous sommes sur le chemin du conflit à la communion. Sur ce long chemin fait de montées et de descentes, il ne faut pas avoir peur des différences entre nous, mais plutôt, oui, de nos fermetures et de nos préjugés qui nous empêchent de nous rencontrer vraiment et de marcher ensemble. Les fermetures et les préjugés reconstruisent entre nous ce mur de séparation que le Christ a abattu, celui de l’inimitié (cf. Ep 2, 14). Ainsi notre voyage vers la pleine unité peut se poursuivre dans la mesure où, tous ensemble, nous gardons le regard fixé sur Jésus qui est «notre paix» (ibid.), qui est la «pierre angulaire» (v. 20). Et lui, le Seigneur Jésus, vient à notre rencontre avec le visage du frère marginalisé et rejeté. Avec le visage du migrant méprisé, rejeté, mis en cage, exploité... Mais aussi – comme tu l’as dit – du migrant qui voyage vers quelque chose, vers une espérance, vers une coexistence plus humaine...

Et ainsi Dieu nous parle à travers vos rêves. Le danger est que souvent nous ne laissons pas entrer les rêves en nous, et que nous préférons dormir au lieu de rêver. Il est si facile de regarder ailleurs. Et en ce monde nous nous sommes habitués à cette culture de l’indifférence, à cette culture du regarder ailleurs et nous endormir tranquilles. Mais sur cette route on ne peut jamais rêver. Elle est dure. Dieu parle à travers vos rêves. Dieu ne parle pas à travers les personnes qui ne rêvent de rien parce qu’elles ont tout ou parce que leur cœur s’est endurci. Dieu nous appelle, nous aussi, à ne pas nous résigner à un monde divisé, à ne pas nous résigner à une communauté chrétienne divisée, mais à marcher dans l’histoire attirés par le rêve de Dieu, c’est à dire une humanité sans murs de séparation, libérée de l’inimitié, avec non plus des étrangers mais seulement des concitoyens, comme le disait Paul dans le passage que j’ai cité. Différents, certes, et fiers de nos particularités, fiers d’être différents, de ces particularités qui sont un don de Dieu. Différents et fiers de l’être mais toujours réconciliés, toujours frères.

Puisse cette île, marquée par une douloureuse division, - je vois le mur, là [à travers la porte ouverte de l’église] – puisse-t-elle devenir, par la grâce de Dieu, un laboratoire de fraternité. Je remercie tous ceux qui travaillent à cela. Penser que cette île est généreuse mais ne peut pas tout faire, car le nombre de personnes qui arrivent est supérieur à ses possibilités d’insertion, d’intégration, d’accompagnement, de promotion. Sa proximité géographique facilite…, mais ce n’est pas facile. Nous devons comprendre les limites auxquelles les gouvernants de cette île sont liés. Mais il y a toujours sur cette île, et je l’ai vu chez les responsables que j’ai rencontrés, [l’engagement] de devenir, avec la grâce de Dieu, un laboratoire de fraternité. Et elle pourra l’être à deux conditions. La première est la reconnaissance effective de la dignité de toute personne humaine (cf. Enc. Fratelli tutti, n. 8). Notre dignité n’est pas à vendre, elle n’est pas à louer, elle ne doit pas être perdue. La tête haute: je suis digne fils de Dieu. La reconnaissance effective de la dignité de toute personne humaine: c’est le fondement éthique, un fondement universel qui est aussi au cœur de la doctrine sociale chrétienne. La deuxième condition est l’ouverture confiante à Dieu, le Père de tous. Et cela est le “levain” que nous sommes appelés à apporter en tant que croyants (cf. ibid., n. 272).

À ces conditions, il est possible que le rêve se transforme en un voyage quotidien, fait de pas concrets allant du conflit à la communion, de la haine à l’amour, de la fuite à la rencontre. Un cheminement patient qui, jour après jour, nous fait entrer dans la terre que Dieu a préparée pour nous, la terre où, si on te demande: “Qui es-tu?”, tu peux répondre ouvertement: “Vois, Je suis ton frère: tu ne me connais pas?”. Et aller ainsi, lentement.

En vous écoutant, en vous regardant en face, la mémoire va au-delà, elle va aux souffrances. Vous êtes arrivés ici: mais combien de vos frères et de vos sœurs sont-ils restés en route? Combien de désespérés commencent le voyage dans des conditions très difficiles, mêmes précaires, et ne peuvent pas arriver? Nous pouvons parler de cette mer qui est devenue un grand cimetière. En vous voyant, je vois les souffrances du chemin. Nombreux de ceux qui ont été enlevés, vendus, exploités… sont encore en route, on ne sait pas où. C’est l’histoire d’un esclavage, un esclavage universel. Nous voyons ce qui se passe, et le pire c’est que nous sommes en train de nous habituer à cela. “Oui, aujourd’hui une embarcation a coulé, là, beaucoup de disparus…” Mais ce fait de s’habituer est une maladie grave, c’est une maladie très grave, et il n’y a pas d’antibiotique pour cette maladie! Nous devons aller contre ce vice de l’habitude de lire ces tragédies dans les journaux ou de les entendre dans d’autres médias. En vous voyant, je pense à beaucoup qui ont dû retourner parce qu’ils ont été repoussés et ont fini dans les camps, de vrais camps où les femmes sont vendues, les hommes torturés, faits esclaves… Nous nous lamentons lorsque nous lisons les histoires des camps du siècle dernier, nazis, ceux de Staline, nous nous lamentons lorsque nous voyons cela et nous disons: “mais comment cela a-t-il pu arriver?” Frères et sœurs, cela arrive aujourd’hui, sur les côtes voisines! Des lieux d’esclavage. J’ai vu des témoignages filmés de cela: des lieux de torture, de vente de personnes. Je dis cela parce que c’est ma responsabilité d’aider à ouvrir les yeux. La migration forcée n’est pas une pratique touristique: s’il vous plait! Et le péché que nous avons en nous nous pousse à penser: “pauvres gens, pauvres gens!” et avec ce “pauvre gens” nous effaçons tout. C’est la guerre de cette époque, c’est la souffrance de frères et sœurs que nous ne pouvons pas taire. Ceux qui ont donné tout ce qu’ils avaient pour monter sur une embarcation, de nuit, et ensuite… sans savoir s’ils arriveront… Et ensuite repoussés pour finir dans les camps, vrais lieux de confinement, de torture et d’esclavage.

Cela, c’est l’histoire de cette civilisation développée que nous appelons Occident. Et ensuite – excusez-moi, mais je voudrais dire ce que j’ai sur le cœur, au moins afin de prier l’un pour l’autre et faire quelque chose – et ensuite, les fils de fer barbelés. On peut le voir ici: c’est une guerre de haine qui divise un pays. Mais les barbelés, en d’autres lieux, sont mis pour ne pas laisser entrer le réfugié, celui qui vient demander la liberté, du pain, de l’aide, de la fraternité, de la joie, qui, fuyant la haine se retrouve devant une haine qui s’appelle fil de fer barbelé. Que le Seigneur réveille la conscience de chacun de nous devant toutes ces choses.

Et pardonnez-moi si j’ai dit les choses comme elles sont, mais nous ne pouvons pas taire et regarder ailleurs, dans cette culture de l’indifférence.

Que le Seigneur vous bénisse tous! Merci.

[01684-FR.02] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

Dear Brothers and Sisters,

It is a great joy to be here with you and to conclude my visit to Cyprus with this prayer meeting. I thank Patriarchs Pizzaballa and Béchara Raï, and Ms. Elisabeth of Caritas. I greet with affection and gratitude the representatives of the different Christian confessions present in Cyprus.

I want to say, from my heart, a big “thanks” to you, the young migrants who offered your testimonies. I received copies of them in advance, about a month ago. They made a great impression on me then, and again hearing them today. More than just moved, I had the powerful sensation that comes from encountering the beauty of truth. Jesus was moved in that way when he cried out: “I thank you, Father, Lord of heaven and earth, because you have hidden these things from the wise and the intelligent and have revealed them to infants” (Mt 11:25). I too give praise to the heavenly Father because this is happening today, here and throughout the world. God is revealing his Kingdom, his Kingdom of love, justice and peace, to the little ones.

After listening to you, we better understand all the prophetic power of the word of God, who, through the apostle Paul, tells us: “You are no longer strangers and aliens, but you are fellow citizens with the saints and also members of the household of God” (Eph 2:19). Those words were addressed to the Christians of Ephesus, not far from here, centuries ago, yet those words remain as timely as ever, as if they were written for us today: “You are no longer strangers, but fellow citizens”. This is the prophecy of the Church: a community that, for all its human limitations, incarnates God’s dream. For God too dreams, like you, Mariamie, from the Democratic Republic of the Congo, who described yourself as “full of dreams”. Like yourself, God dreams of a world of peace, in which all his children live as brothers and sisters. God wants this, God dreams of this. We are the ones who don’t want it.

Your presence, migrant brothers and sisters, is very significant for this celebration. Your testimonies are like a “mirror” held up to us, to our Christian communities. When you, Thamara, who come from Sri Lanka, told us that people often ask, “Who are you?”: the brutal experience of migration calls our very identity into question. “Is this what I am? I don’t know…Where are my roots? Who am I?” When you ask these questions, you remind us that we too are sometimes asked the same question: “Who are you?” And sadly, all too often, what is really being asked is: “Whose side are you on?”, “What group do you belong to?” Yet as you said, we are not numbers, names on a list; we are “brothers and sisters”, “friends”, “believers”, “neighbours” to one another. Yet when group or political interests, including those of nations, start to push, many of us end up being set aside and without wanting it, become slaves. For interest always enslaves, it always creates slaves. Love, which is expansive and the opposite of hatred, makes us free.

When you, Maccolins, who come from Cameroon, tell us that in the course of your life you have been “wounded by hate”, you spoke about this, about these wounds inflicted by interests: and you reminded us that hate has also poisoned relationships between us Christians. And this as you said, changes us; it leaves a deep and long-lasting mark. It is a poison. Yes, you made us feel this by the passion with which you spoke. Hate is a poison hard to remove, a twisted mind-set that, instead of letting us see ourselves as brothers and sisters, makes us see one another as enemies, as rivals, or even as objects to be sold or exploited.

When you, Rozh, who come from Iraq, say that you are someone “on a journey”, you remind us that we ourselves are a community on a journey; we are journeying from conflict to communion. On this road, which is long and has its ups and downs, we should not be afraid of our differences, but afraid of the close-mindedness and prejudice that can prevent us from truly encountering one another and journeying together. Close-mindedness and prejudice re-erect the wall of division, the hostility between us, that Christ tore down (cf. Eph 2:14). Our journey towards full unity can only advance to the extent that, together, we keep our eyes fixed on Jesus, on him who is “our peace” (ibid.), the “cornerstone” (v. 20). It is he, the Lord Jesus, whom we encounter in the faces of our marginalized and discarded brothers and sisters. In the face of the migrant who is despised, rejected, put in a cage, exploited… But at the same time – as you said – the face of the migrant journeying to a goal, to a hope, to greater human companionship…

In all these ways, God speaks to us through your dreams. The danger is that many times we do not let our dreams in, we would rather sleep and not dream. It is easy to look the other way. And in this world we have grown accustomed to a culture of indifference, a culture of looking the other way and thus sleeping peacefully. Yet that way it is impossible to dream. God speaks through your dreams. God does not speak through people who are dreamless, because they have everything or because their hearts are hardened. God calls us not to be content with a divided world, content with divided Christian communities, but to journey through history drawn by his own dream: the dream of a humanity freed of walls of division, freed of hostility, where there are no longer strangers, but only fellow citizens, as we heard Paul say in the passage I just mentioned. Fellow citizens who are diverse, yet proud of that diversity and individuality, which are God’s gifts. Diverse, proud to be diverse, but always reconciled, always brothers and sisters.

May this island, marked by a painful division – from here I can see that wall – become by God’s grace a workshop of fraternity. I thank all those who are working to make that happen. We must realize that this island is generous, but it cannot do everything, since the number of people arriving is greater than their possibilities of insertion, integrating, accompanying and promoting. Its geographical closeness may make it easier… but it is not easy. We must understand the limits to which the island’s leaders are bound. But on this island, and I have seen this in the leaders I have met, a commitment to become, by God’s grace, a workshop of freedom. And it will, if two things can happen. First, an effective recognition of the dignity of every human person (cf. Fratelli Tutti, 8). Our dignity is not up for sale; it cannot be rented out; it must not be squandered. Hold your head high and say: I am a child of God; I have my dignity. The effective recognition of this dignity is the ethical foundation, a universal foundation, which is also at the core of Christian social doctrine. Second, a trusting openness to God the Father of all; this is the “leaven” that we, as believers, are called to offer (cf. ibid., 272).

If these two things can happen, the dream can translate into a daily journey, made up of concrete steps from conflict to communion, from hate to love, from escape to encounter. A patient journey, which day by day leads us to the land God has prepared for us. The land where, when people ask “Who are you?”, you can readily respond, “Look, I am your brother, your sister. Don’t you recognize me?” And then, go your way in peace.

As I listen to you and see your faces, I am reminded of another thing: your suffering. You arrived here, but how many of your brothers and sisters are still making the journey? How many desperate people have set out in difficult and precarious conditions, but did not arrive? We can think about this sea, which has become a great cemetery. Looking at you, I see the suffering caused by your journey; I see all those people who were kidnapped, sold, exploited… and who are still on the journey, we know not where. We are speaking of slavery, of universal enslavement. We see what is happening, and the worst thing is that we are becoming used to it. “Oh yes, today another boat capsized… so many lives were lost….” This “becoming used” to things is a grave illness, a very grave illness, and there is no antibiotic for it! We have to resist this vice of getting used to reading about these tragedies in the newspapers or hearing about them on other media.

Looking at you, I think too of all those people who had to return because they were turned away and ended up in concentration camps, real concentration camps, where the women have been sold, and men tortured and enslaved… We are appalled when we read stories of the concentration camps of the last century, those of the Nazis or those of Stalin, and we say: “How could this possibly have happened?” Brothers and sisters, it is happening today, on nearby coasts! Places of enslavement. I have seen some filmed testimonies about this: places of torture and human trafficking. I say all this because it is my responsibility to help open people’s eyes to this reality. Forced migration is not a kind of “tourism”! And our sinfulness leads us to think: “Those poor people, those poor people!”, and with those words, “poor people”, we blot everything out. This is today’s war: the suffering of our brothers and sisters, which we cannot pass over in silence. Brothers and sisters who left everything behind to get on a boat, in the dark of night, and then… without knowing if they would ever arrive. And all those who were turned away and ended up in the concentration camps, true places of torture and enslavement.

Such is the story of this developed civilization that we call the West. And then – forgive me, but here I would like to say what is in my heart, at least so that we can pray for one another and do something – and then, there is the barbed wire. We see it here: it is part of a war of hatred dividing a country. Yet in other places, barbed wire is set up to prevent the entrance of refugees, those who come in search of freedom, food, assistance, fraternity, joy, those fleeing from hatred but then find themselves facing a form of hatred called barbed wire. May the Lord awaken the conscience of us all before these realities.

Excuse me if I have spoken of things as they really are, but we cannot remain silent and look the other way amid this culture of indifference.

May the Lord bless all of you! Thank you.

[01684-EN.02] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

…….

[01684-DE.02] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

Queridos hermanos y hermanas:

Es una gran alegría estar aquí con ustedes y concluir mi visita a Chipre con este encuentro de oración. Agradezco a los Patriarcas Pizzaballa y Béchara Raï, así como también a la señora Elisabeth de Cáritas. Saludo con afecto y gratitud a los Representantes de las diversas confesiones cristianas presentes en Chipre.

A ustedes, jóvenes migrantes que han dado sus testimonios, deseo decirles un enorme “gracias” de corazón. Había recibido los testimonios con anticipación, hace aproximadamente un mes, y me habían emocionado mucho, y también hoy me han conmovido nuevamente al escucharlos. Pero no es sólo emoción, es mucho más, es la conmoción que viene de la belleza de la verdad, como la de Jesús cuando exclamó: «Yo te alabo, Padre, Señor del cielo y de la tierra, porque has revelado todo esto a los pequeños y lo has ocultado a los sabios y a los astutos» (Mt 11,25). También yo alabo al Padre celestial porque esto sucede hoy, aquí —como también en todo el mundo—, Dios revela su Reino a los pequeños: Reino de amor, de justicia y de paz.

Después de escucharlos a ustedes comprendemos mejor toda la fuerza profética de la Palabra de Dios que, por medio del apóstol Pablo, dice: «Ustedes ya no son extraños ni forasteros, sino conciudadanos de los santos y familia de Dios» (Ef 2,19). Fueron palabras escritas a los cristianos de Éfeso —no lejos de aquí—; muy distantes en el tiempo, pero palabras tan cercanas, que son más actuales que nunca, como si hubieran sido escritas hoy para nosotros: “Ustedes no son forasteros, sino conciudadanos”. Esta es la profecía de la Iglesia, una comunidad que encarna —con todos los límites humanos— el sueño de Dios. Porque también Dios sueña, como tú, Mariamie, que vienes de la República Democrática del Congo y te has definido “llena de sueños”. Como tú, Dios sueña un mundo de paz, en el que sus hijos viven como hermanos y hermanas. Dios quiere esto, Dios sueña esto. Somos nosotros los que no lo queremos.

Su presencia, hermanos y hermanas migrantes, es muy significativa en esta celebración. Sus testimonios son como un “espejo” para nosotros, comunidades cristianas. Cuando tú, Thamara, que vienes de Sri Lanka, dices: “A menudo me preguntan quién soy”: la brutalidad de la migración pone en juego la propia identidad. “Pero, ¿este soy yo? No lo sé. ¿Dónde están mis raíces? ¿Quién soy?”. Y cuando dices esto, nos recuerdas que también a nosotros se nos hace a veces esta pregunta: “¿Quién eres tú?”. Y, lamentablemente, con frecuencia lo que se quiere decir es: “¿De qué parte estás? ¿A qué grupo perteneces?”. Pero como tú nos has dicho, no somos números, no somos individuos que haya que catalogar: somos “hermanos”, “amigos”, “creyentes” y “prójimos” los unos de los otros. Pero cuando los intereses de grupo o los intereses políticos, también de las naciones, presionan, muchos de entre nosotros son apartados y, sin quererlo, se ven esclavos. Porque el interés siempre esclaviza, siempre crea esclavos. El amor que es amplio y que es contrario al odio, nos hace libres.

Cuando tú, Maccolins, que vienes de Camerún, dices que a lo largo de tu vida has sido “herido por el odio”, tú estás hablando de esto, de estas heridas de los intereses; y nos recuerdas que el odio también ha contaminado nuestras relaciones entre cristianos. Y esto, como tú has dicho, deja una marca, una marca profunda que dura mucho tiempo: es un veneno. Sí, lo has expresado con tu pasión: el odio es un veneno del que resulta difícil desintoxicarse. Y el odio es una mentalidad distorsionada que, en vez de hacer que nos reconozcamos hermanos, lleva a que nos veamos como adversarios, como rivales, o si no como objetos que se venden o se explotan.

Cuando tú, Rozh, que vienes de Irak, dices que eres “una persona en camino”, nos recuerdas que también nosotros somos una comunidad en camino, que estamos en marcha del conflicto a la comunión. En este camino, que es largo y está formado por subidas y bajadas, no nos deben asustar las diferencias entre nosotros, sino más bien, sí deben darnos miedo nuestras cerrazones, nuestros prejuicios, que impiden que nos encontremos realmente y que caminemos juntos. Las cerrazones y los prejuicios vuelven a construir entre nosotros ese muro de separación que Cristo ha derribado, es decir, la enemistad (cf. Ef 2,14). Y entonces nuestro viaje hacia la unidad plena podrá avanzar en la medida en que tengamos todos juntos la mirada fija en Jesús, en Él, que es «nuestra paz» (ibíd.), que es la «piedra principal» (v. 20). Y Él, el Señor Jesús, viene a nuestro encuentro en el rostro del hermano marginado y descartado, en el rostro del migrante despreciado, rechazado, oprimido, explotado. Pero también —como has dicho tú—, en el rostro del migrante que está en camino hacia algo, hacia una esperanza, hacia una convivencia más humana.

Y así Dios nos habla a través de sus sueños. El peligro es que muchas veces no dejamos entrar los sueños dentro de nosotros, preferimos dormir y no soñar. Es más fácil mirar a otra parte. Y en este mundo nos acostumbramos a la cultura de la indiferencia, a la cultura de mirar a otro lado, y dormirnos así, tranquilos. Pero por este camino nunca se puede soñar. Es duro. Dios habla por medio de sus sueños. Dios no habla por medio de las personas que no pueden soñar nada, porque tienen todo o porque su corazón se ha endurecido. Dios también a nosotros nos llama a no resignarnos a vivir en un mundo dividido, a no resignarnos a comunidades cristianas divididas, sino a caminar en la historia atraídos por el sueño de Dios, que es una humanidad sin muros de separación, liberada de la enemistad, sin más forasteros sino sólo conciudadanos, como nos decía Pablo en el pasaje que he citado. Diferentes, es verdad, y orgullosos de nuestras peculiaridades; orgullosos de ser diferentes, de estas peculiaridades que son un don de Dios, Diferentes, orgullosos de serlo, pero siempre reconciliados, siempre hermanos.

Que esta isla, marcada por una dolorosa división ­­—estoy mirando el muro, allí [a través de la puerta abierta de la Iglesia]—, pueda convertirse con la gracia de Dios en taller de fraternidad. Yo agradezco a todos los que trabajan por esto. Pensar que esta isla es generosa, pero no puede hacerlo todo, porque el número de gente que llega es superior a sus posibilidades de incorporar, de integrar, de acompañar, de promover. Su cercanía geográfica facilita, pero no es fácil. Debemos entender los límites que tienen los gobernantes de esta isla. Pero siempre está presente en esta isla, y lo he visto en los responsables que he visitado, [el compromiso] de convertirse, con la gracia de Dios, en taller de fraternidad. Y podrá serlo con dos condiciones: la primera es el reconocimiento efectivo de la dignidad de cada persona humana (cf. Carta enc. Fratelli tutti, 8). Nuestra dignidad no se vende, no se alquila, no se pierde. La frente alta: yo soy digno hijo de Dios. El reconocimiento efectivo de la dignidad de toda persona humana: este es el fundamento ético, un fundamento universal que está también en el centro de la doctrina social cristiana. La segunda condición es la apertura confiada a Dios, Padre de todos, y este es el “fermento” que estamos llamados a ser como creyentes (cf. ibíd., 272).

Con estas condiciones es posible que el sueño se traduzca en un viaje cotidiano, hecho de pasos concretos que van del conflicto a la comunión, del odio al amor, de la huida al encuentro. Un camino paciente que, día tras día, nos hace entrar en la tierra que Dios ha preparado para nosotros, la tierra donde, si te preguntan: “¿Quién eres?”, puedes responder a cara descubierta: “Mira, soy tu hermano, ¿no me conoces?”. Y andar así, lentamente.

Escuchándolos a ustedes, mirándolos a la cara, la memoria va más allá, va a los sufrimientos. Ustedes llegaron aquí, pero, ¿cuántos de sus hermanos y hermanas se quedaron en el camino? ¿Cuántos, desesperados, empezaron el viaje en condiciones muy difíciles, incluso precarias, y no pudieron llegar? Podemos decir que este mar se ha convertido en un gran cementerio. Mirándolos a ustedes veo los sufrimientos del camino, tantos que han sido secuestrados, vendidos, explotados; todavía están en camino, no sabemos dónde. Es la historia de una esclavitud, una esclavitud universal. Nosotros miramos lo que sucede, y lo peor es que nos estamos acostumbrando a esto: “Ah, sí, hoy se hundió un barco, allí, muchos desaparecidos”. Pero mira que este acostumbrarse es una enfermedad grave, es una enfermedad muy grave y no hay antibiótico para esta enfermedad. Debemos reaccionar contra este vicio de acostumbrarse a leer estas tragedias en los periódicos o escucharlas en otros medios de comunicación. Mirándolos a ustedes, pienso en tantos que tuvieron que regresar porque los rechazaron y terminaron en los campos de refugiados, verdaderos campos de concentración, donde las mujeres son vendidas, los hombres torturados, esclavizados. Nosotros nos lamentamos cuando leemos las historias de los campos de concentración del siglo pasado, los de los nazis, los de Stalin, nos lamentamos cuando vemos eso y decimos: “Pero, ¿cómo es posible que haya sucedido eso?”. Hermanos y hermanas: está sucediendo hoy, en las costas cercanas. Lugares de esclavitud. He visto algunos testimonios grabados de eso: lugares de tortura, de venta de personas. Esto lo digo porque es mi responsabilidad ayudar a que abramos los ojos. La migración forzada no es una costumbre casi turística, ¡por favor! Y el pecado que tenemos dentro nos impulsa a pensar así: “Pobre gente, pobre gente”. Y con ese “pobre gente” borramos todo. Es la guerra de este momento, es el sufrimiento de hermanos y hermanas que nosotros no podemos callar. Aquellos que han dado todo lo que tenían para subir a un barco, de noche sin saber si llegarían. Y después, tantos de ellos son rechazados y terminan en los campos de concentración, verdaderos lugares de confinamiento, de tortura y de esclavitud.

Esta es la historia de esta civilización desarrollada, que nosotros llamamos Occidente. Y después —perdónenme, pero quisiera decir lo que tengo en el corazón­, al menos para rezar unos por otros y hacer algo—, después los alambres de púas. Uno lo veo aquí: esta es una guerra de odio que divide a un país. Pero los alambres de púas, en otros lugares donde están, se ponen para no dejar entrar al refugiado, al que viene a pedir libertad, pan, ayuda, hermandad, alegría, que está huyendo del odio y se encuentra ante un odio que se llama alambre de púas. Que el Señor despierte las conciencias de todos nosotros frente a estas cosas.

Y perdónenme si he dicho las cosas como son, pero no podemos callar y mirar a otro lado, en esta cultura de la indiferencia.

Que el Señor los bendiga a todos. Gracias.

[01684-ES.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

……

[01684-PO.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua polacca

Drodzy Bracia i Siostry!

Wielką radością jest dla mnie znaleźć się tutaj z wami i zwieńczyć moją wizytę na Cyprze tym spotkaniem modlitewnym. Dziękuję patriarchom Pizzaballa i Béchara Raï, jak również pani Gosia z Caritas. Serdecznie i z wdzięcznością pozdrawiam przedstawicieli różnych wyznań chrześcijańskich obecnych na Cyprze.

Pragnę z serca podziękować wam, młodzi migranci, którzy podzieliliście się swoimi świadectwami. Otrzymałem je z wyprzedzeniem, mniej więcej miesiąc temu, i wówczas bardzo mnie poruszyły, a dzisiaj również mnie wzruszyły, kolejny raz, gdy je usłyszałem. Ale nie są to tylko emocje, ale coś znacznie większego: to wzruszenie, które pochodzi z piękna prawdy, podobne do tego, które towarzyszyło Jezusowi, gdy wołał: „Wysławiam Cię, Ojcze, Panie nieba i ziemi, że zakryłeś te rzeczy przed mądrymi i roztropnymi, a objawiłeś je prostaczkom” (Mt 11, 25). Również ja wychwalam naszego Ojca niebieskiego, ponieważ to samo dzieje się właśnie dzisiaj, tutaj, jak również na całym świecie: Bóg objawia maluczkim swoje królestwo, królestwo miłości, sprawiedliwości i pokoju.

Wysłuchawszy was, lepiej rozumiemy pełną proroczą moc Słowa Bożego, które za pośrednictwem apostoła Pawła mówi: „nie jesteście już obcymi i przychodniami, ale jesteście współobywatelami świętych i domownikami Boga” (Ef 2, 19). Słowa te zostały napisane do chrześcijan z Efezu – niedaleko stąd! – i choć bardzo odległe w czasie, ale słowa bardzo bliskie, bardziej aktualne niż kiedykolwiek, jakby napisane dla nas dzisiaj: „Nie jesteście obcymi, lecz współobywatelami”. Oto proroctwo Kościoła: wspólnoty, która – przy wszystkich ludzkich ograniczeniach – ucieleśnia marzenie Boga. Bo Bóg też marzy, tak jak ty, Mariamie, która pochodzisz z Demokratycznej Republiki Konga i określiłaś siebie jako „pełną marzeń”. Bóg, tak jak ty, marzy o świecie pokoju, w którym Jego dzieci żyłyby jako bracia i siostry. Bóg chce tego, Bóg o tym marzy. To my tego nie pragniemy.

Wasza obecność, bracia i siostry migranci, jest bardzo znacząca dla tego nabożeństwa. Wasze świadectwa są jak „zwierciadło” dla nas, wspólnot chrześcijańskich. Kiedy ty, Thamaro, która pochodzisz ze Sri Lanki, mówisz: „Często mnie pytają o to, kim jestem”: brutalność migracji wystawia na próbę osobistą tożsamość. „Czy ja jestem tym? Nie wiem… Gdzie są moje korzenie? Kim jestem?”. Gdy to mówisz, przypominasz nam, że nam też czasem zadawane jest to pytanie: „Kim jesteś?”. I niestety często rozumie się przez nie: „Po czyjej jesteś stronie? Do której grupy należysz?”. Ale, jak ty nam powiedziałeś, nie jesteśmy numerami, jednostkami do skatalogowania; jesteśmy „braćmi”, „przyjaciółmi”, „wierzącymi”, „bliźnimi” jedni dla drugich. Ale kiedy naciskają interesy grupowe lub polityczne, nawet narodów, wielu z nas, nie chcąc tego, zostaje odsuniętych na bok, jako niewolnicy. Bo interes zawsze zniewala, zawsze tworzy niewolników. Miłość, która jest szeroka, która jest przeciwieństwem nienawiści, miłość nas wyzwala.

Kiedy ty, Maccolinsie, który pochodzisz z Kamerunu, mówisz, że w ciągu twojego życia zostałeś „zraniony nienawiścią”, mówisz o tym, o tych ranach zadawanych przez interesy; i przypominasz nam, że nienawiść skaziła także nasze relacje między chrześcijanami. A to, jak powiedziałeś, pozostawia swój ślad, głęboki ślad, który utrzymuje się przez długi czas. Jest to trucizna. Tak, pozwoliłeś to odczuć ty, z twoją pasją: nienawiść jest trucizną, od której trudno się uwolnić. I nienawiść to mentalność wypaczona, która zamiast sprawiać, byśmy uznawali się za braci, powoduje, że postrzegamy siebie nawzajem jako przeciwników, jako rywali, jeśli nie jako przedmioty do sprzedania albo wykorzystania.

Kiedy ty, Rozh, pochodząca z Iraku, mówisz, że jesteś „osobą w podróży”, przypominasz nam, że my także jesteśmy wspólnotą w podróży, że jesteśmy w drodze od konfliktu do komunii. Podążając tą drogą, długą i pełną wzlotów i upadków, nie powinniśmy obawiać się różnic między nami, ale raczej, tak, powinny napełniać nas lękiem nasze zamknięcia i uprzedzenia, które uniemożliwiają nam prawdziwe spotkanie i wspólne wędrowanie. Zamknięcia i uprzedzenia odbudowują między nami ten mur oddzielenia, który zburzył Chrystus, mianowicie: wrogość (por. Ef 2, 14). I tak nasza droga do pełnej jedności może się rozwijać, o ile wszyscy razem będziemy wpatrywać się w Jezusa, w Niego, który jest „naszym pokojem” (tamże), który jest „kamieniem węgielnym” (w. 20). A On, Pan Jezus, wychodzi nam na spotkanie z obliczem brata zepchniętego na margines i odrzuconego. Z obliczem migranta pogardzanego, odrzuconego, zniewolonego, wykorzystanego... Ale także – jak powiedziałaś - migranta, który jest w podróży ku czemuś, ku nadziei, ku bardziej ludzkiemu współistnieniu...

W ten sposób Bóg przemawia do nas przez wasze marzenia. Niebezpieczeństwo polega na tym, że wiele razy nie pozwalamy snom wejść do nas i wolimy spać, a nie śnić. Tak łatwo jest odwrócić wzrok. I w tym świecie przyzwyczailiśmy się do tej kultury obojętności, do tej kultury odwracania wzroku i, w ten sposób, do spokojnego zasypiania. Ale na tej ścieżce nigdy nie można marzyć. To trudne. Bóg przemawia przez twoje marzenia. Bóg nie przemawia przez ludzi, którzy nie mogą marzyć o niczym, ponieważ mają wszystko albo ponieważ ich serca są zatwardziałe. Bóg wzywa także nas, abyśmy nie godzili się na świat podzielony, abyśmy nie godzili się na podzielone wspólnoty chrześcijańskie, ale abyśmy szli przez historię urzeczeni marzeniem Boga o ludzkości bez murów podziału, wolnej od wrogości, w której nie ma cudzoziemców, a jedynie współobywatele, jak mówił Paweł w cytowanym przeze mnie fragmencie. Oczywiście różniący się i dumni z tych cech, które są dla nas charakterystyczne; dumni z tego, że się różnimy, dumni z tych odmiennych cech, które są darem Bożym. Różni, dumni z tego, że tacy jesteśmy, ale zawsze pojednani, zawsze bracia.

Niech ta wyspa, naznaczona bolesnymi podziałami – patrzę na mur, tam [przez otwarte drzwi kościoła] – oby z pomocą Bożej łaski, stał się laboratorium braterstwa. Dziękuję wszystkim, którzy na to pracują. Pomyśleć, że ta wyspa jest hojna, ale nie może zrobić wszystkiego, ponieważ liczba przybywających osób jest większa niż jej zdolność do włączenia, integracji, towarzyszenia, promocji. Jego bliskość geograficzna ułatwia…, ale nie jest to łatwe. Musimy zrozumieć granice, jakimi związani są rządzący na tej wyspie. Ale na tej wyspie zawsze jest, i widziałem to w przywódcach, których odwiedzałem, [zaangażowanie], aby stała się, z łaską Bożą, laboratorium braterstwa. A może się to udać pod dwoma warunkami. Pierwszym z nich jest rzeczywiste uznanie godności każdej osoby ludzkiej (por. Enc. Fratelli tutti, 8). Nasza godność nie jest na sprzedaż, nie jest na wynajem, nie można jej utracić. Z podniesionym czołem: jestem godnym dzieckiem Bożym. Skuteczne uznanie godności każdej osoby ludzkiej: to jest fundament etyczny, uniwersalny, który znajduje się również w centrum chrześcijańskiej nauki społecznej. Drugim warunkiem jest ufne otwarcie się na Boga, Ojca wszystkich; i to jest „zaczyn”, do niesienia którego jesteśmy powołani jako ludzie wierzący (por. tamże, 272).

W tych warunkach możliwe jest przełożenie marzenia na codzienną podróż, na którą składają się konkretne kroki od konfliktu do komunii, od nienawiści do miłości, ucieczka ku spotkaniu. Jest to cierpliwe pielgrzymowanie, które dzień po dniu prowadzi nas do ziemi, którą Bóg dla nas przygotował, do ziemi, gdzie na pytanie: „Kim jesteś?”, możesz odpowiedzieć otwarcie: „Zobacz, jestem twoim bratem: nie znasz mnie?” I tak iść, powoli.

Słuchając was, patrząc wam w twarz, pamięć wykracza dalej, idzie do cierpień. Przybyliście tutaj: ale ilu waszych braci i sióstr zostało w drodze? Ilu zdesperowanych ludzi rozpoczyna swoją podróż w bardzo trudnych warunkach, nawet niepewnych, i nie mogło przybyć? Możemy mówić o tym morzu, że stało się wielkim cmentarzem. Patrząc na was, patrzę na cierpienia podróży, tak wielu porwanych, sprzedanych, wyzyskiwanych…, wciąż są w drodze, nie wiemy dokąd. To historia niewolnictwa, niewolnictwa powszechnego. Obserwujemy, co się dzieje, a najgorsze jest to, że się do tego przyzwyczajamy. „Ach tak, dzisiaj zatonęła łódź, tam… tak wielu zaginionych…”. Ale spójrz, to przyzwyczajenie się to poważna choroba, to bardzo poważna choroba i nie ma na nią antybiotyku! Musimy sprzeciwić się temu nawykowi przyzwyczajania się do czytania o tych tragediach w gazetach lub słuchania o nich w innych mediach. Patrząc na was, myślę o wielu, którzy musieli zawrócić, bo ich odrzucili i trafili do łagrów, prawdziwych łagrów, gdzie sprzedawane są kobiety, mężczyźni torturowani, zniewalani… Narzekamy, kiedy czytamy historie o łagrach ubiegłego wieku, tych nazistowskich, stalinowskich, narzekamy, kiedy to widzimy i mówimy: „ale dlaczego tak się stało?”. Bracia i siostry: dzieje się to dzisiaj na pobliskich wybrzeżach! Miejsca niewolnictwa. Przyjrzałem się kilku sfilmowanym świadectwom tego: miejsca tortur, handlu ludźmi. Mówię to, ponieważ moim obowiązkiem jest pomóc otworzyć oczy. Przymusowa migracja nie jest zwyczajem prawie turystycznym: proszę! A grzech, który mamy w sobie, skłania nas do myślenia w ten sposób: „Cóż, biedni ludzie, biedni ludzie!”. A z tym „biedni ludzie” wszystko wymazujemy. To wojna tej chwili, to cierpienie braci i sióstr, którego nie możemy przemilczać. Ci, którzy dali wszystko, co mieli, aby dostać się na łódź, w nocy, a potem… nie wiedząc, czy dotrą… A potem wielu odepchniętych, aby skończyć w łagrach, prawdziwych miejscach odosobnienia, i tortury i niewolnictwa.

Oto historia tej rozwiniętej cywilizacji, którą nazywamy Zachodem. A potem – przepraszam, ale chciałbym powiedzieć, co mam na sercu, żeby przynajmniej pomodlić się za siebie nawzajem i coś zrobić – wtedy drut kolczasty. Widzę tu jedno: to wojna nienawiści, która dzieli kraj. Ale druty kolczaste, w innych miejscach, gdzie istnieją, są umieszczone, aby nie wpuścić uchodźcy, który przychodzi prosić o wolność, chleb, pomoc, braterstwo, radość, który ucieka przed nienawiścią i staje w obliczu nienawiści, która nazywa się drut kolczasty. Niech Pan obudzi sumienie nas wszystkich w obliczu tych rzeczy.

I przepraszam, że powiedziałem o tych rzeczach takich, jakimi są, ale nie możemy milczeć i patrzeć w drugą stronę, w tej kulturze obojętności.

Niech Pan wam wszystkim błogosławi! Dziękuję.

© http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino.html - 3 dicembre 2021


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