Messaggio del Santo Padre Francesco per la 106ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato

migranti lampedusaPubblichiamo di seguito il testo del Messaggio del Santo Padre Francesco per la 106a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che sarà celebrata domenica 27 settembre 2020, sul tema: “Come Gesù Cristo, costretti a fuggire. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare gli sfollati interni”.

Messaggio del Santo Padre

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
per la 106ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato
27 settembre 2020

Come Gesù Cristo, costretti a fuggire.
Accogliere, proteggere, promuovere e integrare gli sfollati interni.

All’inizio di questo anno, nel mio discorso ai membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, ho annoverato tra le sfide del mondo contemporaneo il dramma degli sfollati interni: «Le conflittualità e le emergenze umanitarie, aggravate dagli sconvolgimenti climatici, aumentano il numero di sfollati e si ripercuotono sulle persone che già vivono in stato di grave povertà. Molti dei Paesi colpiti da queste situazioni mancano di strutture adeguate che consentano di venire incontro ai bisogni di quanti sono stati sfollati» (9 gennaio 2020).

La Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale ha pubblicato gli “Orientamenti Pastorali sugli Sfollati Interni” (Città del Vaticano, 5 maggio 2020), un documento che si propone di ispirare e animare le azioni pastorali della Chiesa in questo particolare ambito.

Per tali ragioni ho deciso di dedicare questo Messaggio al dramma degli sfollati interni, un dramma spesso invisibile, che la crisi mondiale causata dalla pandemia COVID-19 ha esasperato. Questa crisi, infatti, per la sua veemenza, gravità ed estensione geografica, ha ridimensionato tante altre emergenze umanitarie che affliggono milioni di persone, relegando iniziative e aiuti internazionali, essenziali e urgenti per salvare vite umane, in fondo alle agende politiche nazionali. Ma «non è questo il tempo della dimenticanza. La crisi che stiamo affrontando non ci faccia dimenticare tante altre emergenze che portano con sé i patimenti di molte persone» (Messaggio Urbi et Orbi, 12 aprile 2020).

Alla luce dei tragici eventi che hanno segnato il 2020, estendo questo Messaggio, dedicato agli sfollati interni, a tutti coloro che si sono trovati a vivere e tuttora vivono esperienze di precarietà, di abbandono, di emarginazione e di rifiuto a causa del COVID-19.

Vorrei partire dall’icona che ispirò Papa Pio XII nel redigere la Costituzione Apostolica Exsul Familia (1 agosto 1952). Nella fuga in Egitto il piccolo Gesù sperimenta, assieme ai suoi genitori, la tragica condizione di sfollato e profugo «segnata da paura, incertezza, disagi (cfr Mt 2,13-15.19-23). Purtroppo, ai nostri giorni, milioni di famiglie possono riconoscersi in questa triste realtà. Quasi ogni giorno la televisione e i giornali danno notizie di profughi che fuggono dalla fame, dalla guerra, da altri pericoli gravi, alla ricerca di sicurezza e di una vita dignitosa per sé e per le proprie famiglie» (Angelus, 29 dicembre 2013). In ciascuno di loro è presente Gesù, costretto, come ai tempi di Erode, a fuggire per salvarsi. Nei loro volti siamo chiamati a riconoscere il volto del Cristo affamato, assetato, nudo, malato, forestiero e carcerato che ci interpella (cfr Mt 25,31-46). Se lo riconosciamo, saremo noi a ringraziarlo per averlo potuto incontrare, amare e servire.

Le persone sfollate ci offrono questa opportunità di incontro con il Signore, «anche se i nostri occhi fanno fatica a riconoscerlo: coi vestiti rotti, con i piedi sporchi, col volto deformato, il corpo piagato, incapace di parlare la nostra lingua» (Omelia, 15 febbraio 2019). Si tratta di una sfida pastorale alla quale siamo chiamati a rispondere con i quattro verbi che ho indicato nel Messaggio per questa stessa Giornata nel 2018: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Ad essi vorrei ora aggiungere sei coppie di verbi che corrispondono ad azioni molto concrete, legate tra loro in una relazione di causa-effetto.

Bisogna conoscere per comprendere. La conoscenza è un passo necessario verso la comprensione dell’altro. Lo insegna Gesù stesso nell’episodio dei discepoli di Emmaus: «Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo» (Lc 24,15-16). Quando si parla di migranti e di sfollati troppo spesso ci si ferma ai numeri. Ma non si tratta di numeri, si tratta di persone! Se le incontriamo arriveremo a conoscerle. E conoscendo le loro storie riusciremo a comprendere. Potremo comprendere, per esempio, che quella precarietà che abbiamo sperimentato con sofferenza a causa della pandemia è un elemento costante della vita degli sfollati.

È necessario farsi prossimo per servire. Sembra scontato, ma spesso non lo è. «Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò a un albergo e si prese cura di lui» (Lc 10,33-34). Le paure e i pregiudizi – tanti pregiudizi – ci fanno mantenere le distanze dagli altri e spesso ci impediscono di “farci prossimi” a loro e di servirli con amore. Avvicinarsi al prossimo spesso significa essere disposti a correre dei rischi, come ci hanno insegnato tanti dottori e infermieri negli ultimi mesi. Questo stare vicini per servire va oltre il puro senso del dovere; l’esempio più grande ce lo ha lasciato Gesù quando ha lavato i piedi dei suoi discepoli: si è spogliato, si è inginocchiato e si è sporcato le mani (cfr Gv 13,1-15).

Per riconciliarsi bisogna ascoltare. Ce lo insegna Dio stesso, che, inviando il suo Figlio nel mondo, ha voluto ascoltare il gemito dell’umanità con orecchi umani: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, […] perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,16-17). L’amore, quello che riconcilia e salva, incomincia con l’ascoltare. Nel mondo di oggi si moltiplicano i messaggi, però si sta perdendo l’attitudine ad ascoltare. Ma è solo attraverso un ascolto umile e attento che possiamo arrivare a riconciliarci davvero. Durante il 2020, per settimane il silenzio ha regnato nelle nostre strade. Un silenzio drammatico e inquietante, che però ci ha offerto l’occasione di ascoltare il grido di chi è più vulnerabile, degli sfollati e del nostro pianeta gravemente malato. E, ascoltando, abbiamo l’opportunità di riconciliarci con il prossimo, con tanti scartati, con noi stessi e con Dio, che mai si stanca di offrirci la sua misericordia.

Per crescere è necessario condividere. La prima comunità cristiana ha avuto nella condivisione uno dei suoi elementi fondanti: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune» (At 4,32). Dio non ha voluto che le risorse del nostro pianeta fossero a beneficio solo di alcuni. No, questo non l’ha voluto il Signore! Dobbiamo imparare a condividere per crescere insieme, senza lasciare fuori nessuno. La pandemia ci ha ricordato come siamo tutti sulla stessa barca. Ritrovarci ad avere preoccupazioni e timori comuni ci ha dimostrato ancora una volta che nessuno si salva da solo. Per crescere davvero dobbiamo crescere insieme, condividendo quello che abbiamo, come quel ragazzo che offrì a Gesù cinque pani d’orzo e due pesci… E bastarono per cinquemila persone (cfr Gv 6,1-15)!

Bisogna coinvolgere per promuovere. Così infatti ha fatto Gesù con la donna samaritana (cfr Gv 4,1-30). Il Signore si avvicina, la ascolta, parla al suo cuore, per poi guidarla alla verità e trasformarla in annunciatrice della buona novella: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?» (v. 29). A volte, lo slancio di servire gli altri ci impedisce di vedere le loro ricchezze. Se vogliamo davvero promuovere le persone alle quali offriamo assistenza, dobbiamo coinvolgerle e renderle protagoniste del proprio riscatto. La pandemia ci ha ricordato quanto sia essenziale la corresponsabilità e che solo con il contributo di tutti – anche di categorie spesso sottovalutate – è possibile affrontare la crisi. Dobbiamo «trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, e di solidarietà» (Meditazione in Piazza San Pietro, 27 marzo 2020).

È necessario collaborare per costruire. Questo è quanto l’Apostolo Paolo raccomanda alla comunità di Corinto: «Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire» (1 Cor 1,10). Costruire il Regno di Dio è un impegno comune a tutti i cristiani e per questo è necessario che impariamo a collaborare, senza lasciarci tentare da gelosie, discordie e divisioni. E nel contesto attuale va ribadito: «Non è questo il tempo degli egoismi, perché la sfida che stiamo affrontando ci accomuna tutti e non fa differenza di persone» (Messaggio Urbi et Orbi, 12 aprile 2020). Per preservare la casa comune e farla somigliare sempre più al progetto originale di Dio, dobbiamo impegnarci a garantire la cooperazione internazionale, la solidarietà globale e l’impegno locale, senza lasciare fuori nessuno.

Vorrei concludere con una preghiera suggerita dall’esempio di San Giuseppe, in particolare a quando fu costretto a fuggire in Egitto per salvare il Bambino.

Padre, Tu hai affidato a San Giuseppe ciò che avevi di più prezioso: il Bambino Gesù e sua madre, per proteggerli dai pericoli e dalle minacce dei malvagi.

Concedi anche a noi di sperimentare la sua protezione e il suo aiuto. Lui, che ha provato la sofferenza di chi fugge a causa dell’odio dei potenti, fa’ che possa confortare e proteggere tutti quei fratelli e quelle sorelle che, spinti dalle guerre, dalla povertà e dalle necessità, lasciano la loro casa e la loro terra per mettersi in cammino come profughi verso luoghi più sicuri.

Aiutali, per la sua intercessione, ad avere la forza di andare avanti, il conforto nella tristezza, il coraggio nella prova.

Dona a chi li accoglie un po’ della tenerezza di questo padre giusto e saggio, che ha amato Gesù come un vero figlio e ha sorretto Maria lungo il cammino.

Egli, che guadagnava il pane col lavoro delle sue mani, possa provvedere a coloro a cui la vita ha tolto tutto, e dare loro la dignità di un lavoro e la serenità di una casa.

Te lo chiediamo per Gesù Cristo, tuo Figlio, che San Giuseppe salvò fuggendo in Egitto, e per intercessione della Vergine Maria, che egli amò da sposo fedele secondo la tua volontà. Amen.

Roma, San Giovanni in Laterano, 13 maggio 2020, Memoria della B.V. Maria di Fatima

FRANCESCO

 

Traduzione in lingua francese

MESSAGE DU SAINT-PÈRE
pour la 106ème Journée Mondiale du Migrant et du Réfugié

27 septembre 2020

Contraints de fuir comme Jésus-Christ.
Accueillir, protéger, promouvoir et intégrer les déplacés internes.

Au commencement de l’année, dans mon discours aux membres du Corps diplomatique accrédité près le Saint-Siège, j’ai mentionné parmi les défis du monde contemporain le drame des personnes déplacées à l’intérieur de leur propre pays : « Les conflits et les urgences humanitaires, aggravées par les bouleversements climatiques, augmentent le nombre des personnes déplacées et se répercutent sur les personnes qui vivent déjà dans un état de grande pauvreté. Un grand nombre de pays touchés par ces situations manquent de structures adéquates permettant de subvenir aux besoins de tous ceux qui ont été déplacés » (9 janvier 2020).

La Section Migrants et Réfugiés du Dicastère pour le Service du Développement Humain Intégral a publié les «Orientations pastorales sur les Déplacées internes» (Cité du Vatican, 5 mai 2020), un document qui se propose d’inspirer et d’animer les actions pastorales de l’Église dans ce domaine particulier.

Pour ces raisons, j’ai décidé de dédier ce Message au drame des personnes déplacées internes, un drame souvent invisible que la crise mondiale causée par la pandémie du COVID-19 a exacerbé. De fait, par sa véhémence, sa gravité et son extension géographique, cette crise a redimensionné beaucoup d’autres urgences humanitaires qui affligent des millions de personnes, reléguant initiatives et aides internationales, essentielles et urgentes pour sauver des vies humaines, au fin fond des agendas politiques nationaux. Or, « ce temps n’est pas le temps de l’oubli. Que la crise que nous affrontons ne nous fasse pas oublier tant d’autres urgences qui portent avec elles les souffrances de nombreuses personnes » (Message Urbi et Orbi, 12 avril 2020).

À la lumière des tragiques événements qui ont marqué l’année 2020, j’étends ce Message, dédié aux personnes déplacées internes, à tous ceux qui ont vécu et continuent de vivre des situations de précarité, d’abandon, d’exclusion et de rejet à cause du COVID-19.

Je voudrais partir de l’image qui inspira le Pape Pie XII à pour rédiger la Constitution apostolique Exsul Familia (1er août 1952). Lors de la fuite en Égypte, l’Enfant Jésus fait l’expérience, avec ses parents, de la condition tragique de personne déplacée et de réfugié « caractérisée par la peur, l’incertitude, les désagréments (cf. Mt 2, 13-15.19-23). De nos jours, hélas, des millions de familles peuvent se reconnaître dans cette triste réalité. Presque chaque jour, la télévision et les journaux donnent des nouvelles de réfugiés qui fuient la faim, la guerre, d’autres graves dangers, à la recherche de la sécurité et d’une vie digne, pour eux-mêmes et pour leurs familles » (Angélus, 29 décembre 2013). En chacun d’eux, Jésus est présent, contraint de fuir pour se sauver, comme à l’époque d’Hérode. Sur leurs visages, nous sommes appelés à reconnaître le visage du Christ affamé, assoiffé, nu, malade, étranger et prisonnier, qui nous interpelle (cf. Mt 25, 31-46). Si nous le reconnaissons, c’est nous qui le remercierons d’avoir pu le rencontrer, l’aimer et le servir.

Les personnes déplacées nous offrent cette occasion de rencontre avec le Seigneur, « même si nos yeux peinent à le reconnaître : avec les vêtements déchirés, les pieds sales, le visage déformé, le corps blessé, incapable de parler notre langue » (Homélie, 15 février 2019). Il s’agit d’un défi pastoral auquel nous sommes appelés à répondre par les quatre verbes que j’ai indiqués dans le Message de cette même Journée en 2018 : accueillir, protéger, promouvoir et intégrer. Je voudrais maintenant leur ajouter six paires de verbes qui correspondent à des actions très concrètes, liés entre eux dans une relation de cause à effet.

Il faut connaître pour comprendre. La connaissance est une étape nécessaire vers la compréhension de l’autre. Jésus lui-même nous l’enseigne dans l’épisode des disciples d’Emmaüs : « Et il advint, comme ils conversaient et discutaient ensemble, que Jésus en personne s’approcha, et il faisait route avec eux; mais leurs yeux étaient empêchés de le reconnaître » (Lc 24, 15-16). Quand on parle de migrants et de personnes déplacées, trop souvent on s’arrête aux chiffres. Mais il ne s’agit pas de chiffres, il s’agit de personnes ! Si nous les rencontrons, nous parviendrons à les connaître. Et en connaissant leurs histoires, nous parviendrons à comprendre. Par exemple, nous pourrons comprendre que cette précarité dont nous avons fait l’expérience dans la souffrance à cause de la pandémie est un élément constant de la vie des personnes déplacées.

Il est nécessaire de se rendre le prochain pour servir. Cela semble évident, mais souvent ça ne l’est pas. « Mais un Samaritain, qui était en voyage, arriva près de lui, le vit et fut pris de pitié. Il s’approcha, banda ses plaies, y versant de l’huile et du vin, puis le chargea sur sa propre monture, le mena à l’hôtellerie et prit soin de lui » (Lc 10, 33-34). Les peurs et les préjugés – beaucoup de préjugés – nous font garder nos distances d’avec les autres et nous empêchent souvent de «nous rendre leur prochain» pour les servir avec amour. S’approcher du prochain signifie souvent être disposés à courir des risques, comme nous l’ont enseigné de nombreux médecins, infirmiers et infirmières ces derniers mois. Être proche pour servir va au-delà du pur sens du devoir; Jésus nous en a donné l’exemple le plus grand quand il a lavé les pieds de ses disciples : il s’est dévêtu, s’est agenouillé et s’est sali les mains (cf. Jn 13, 1-15).

Pour se réconcilier il faut écouter. Dieu lui-même nous l’enseigne lorsque, en envoyant son Fils dans le monde, il a voulu écouter les gémissements de l’humanité avec des oreilles humaines : « Car Dieu a tant aimé le monde qu’il a donné son Fils unique, […] pour que le monde soit sauvé par lui » (Jn 3, 16-17). L’amour, celui qui réconcilie et qui sauve, commence par l’écoute. Dans le monde d’aujourd’hui, les messages se multiplient, mais on perd l’attitude de l’écoute. Or, ce n’est qu’à travers une écoute humble et attentive que nous pouvons arriver à véritablement nous réconcilier. Durant l’année 2020, pendant des semaines, le silence a régné dans nos rues. Un silence dramatique et inquiétant qui nous a toutefois fourni l’occasion d’écouter le cri des plus vulnérables, des personnes déplacées et de notre planète gravement malade. Et, en écoutant, nous avons l’opportunité de nous réconcilier avec le prochain, avec beaucoup de ceux qui sont rejetés, avec nous-mêmes et avec Dieu, qui ne se lasse jamais de nous offrir sa miséricorde.

Pour grandir il est nécessaire de partager. Le partage a été l’un des éléments fondateurs de la première communauté chrétienne : « La multitude des croyants n’avait qu’un cœur et qu’une âme. Nul ne disait sien ce qui lui appartenait, mais entre eux tout était commun » (Ac 4, 32). Dieu n’a pas voulu que les ressources de notre planète ne profitent qu’à quelques-uns. Non, le Seigneur n’a pas voulu cela ! Nous devons apprendre à partager pour grandir ensemble, sans laisser personne de côté. La pandémie nous a rappelé que nous sommes tous dans le même bateau. Nous retrouver avec des préoccupations et des craintes communes nous a démontré, une fois encore, que personne ne peut s’en sortir tout seul. Pour grandir vraiment, nous devons grandir ensemble, en partageant ce que nous avons, comme ce garçon qui offrit à Jésus cinq pains d’orge et deux poissons… Et il y en eut assez pour cinq mille personnes (cf. Jn 6, 1-15) !

Il faut impliquer pour promouvoir. C’est ce que Jésus a fait avec la Samaritaine (cf. Jn 4, 1-30). Le Seigneur s’approche d’elle, il l’écoute, parle à son cœur pour ensuite la guider vers la vérité et la transformer en annonciatrice de la bonne nouvelle : «Venez voir un homme qui m’a dit tout ce que j’ai fait. Ne serait-il pas le Christ ?» (v. 29). Parfois, l’élan pour servir les autres nous empêche de voir leurs richesses. Si nous voulons vraiment promouvoir les personnes auxquelles nous offrons assistance, nous devons les impliquer et les rendre protagonistes de leur propre relèvement. La pandémie nous a rappelé combien la coresponsabilité est essentielle et que ce n’est qu’avec la contribution de tous – même des catégories souvent sous-évaluées – qu’il est possible d’affronter la crise. Nous devons « trouver le courage d’ouvrir des espaces où tous peuvent se sentir appelés, et permettre de nouvelles formes d’hospitalité et de fraternité ainsi que de solidarité » (Méditation, place Saint-Pierre, 27 mars 2020).

Il est nécessaire de collaborer pour construire. C’est ce que l’Apôtre Paul recommande à la communauté de Corinthe : « Je vous en prie, frères, par le nom de notre Seigneur Jésus-Christ, ayez tous même langage ; qu’il n’y ait point parmi vous de divisions ; soyez étroitement unis dans le même esprit et dans la même pensée » (1 Co 1, 10). Construire le Royaume de Dieu est un engagement commun à tous les chrétiens et c’est pourquoi il est nécessaire que nous apprenions à collaborer, sans nous laisser tenter par les jalousies, les discordes et les divisions. Et, dans le contexte actuel, il faut réaffirmer : « Ce temps n’est pas le temps des égoïsmes, parce que le défi que nous affrontons nous unit tous et ne fait pas de différence entre les personnes» (Message Urbi et Orbi, 12 avril 2020). Pour préserver la maison commune et faire en sorte qu’elle ressemble toujours davantage au projet originel de Dieu, nous devons nous efforcer de garantir la coopération internationale, la solidarité globale et l’engagement local, sans laisser personne en dehors.

Je voudrais conclure par une prière suggérée par l’exemple de saint Joseph, en particulier lorsqu’il fut contraint de fuir en Égypte pour sauver l’Enfant.

Père, tu as confié à saint Joseph ce que tu avais de plus précieux : l’Enfant Jésus et sa mère, pour les protéger des dangers et des menaces des mauvais.

Accorde-nous aussi de ressentir sa protection et son aide. Lui qui a éprouvé la souffrance de ceux qui fuient à cause de la haine des puissants, fais qu’il puisse réconforter et protéger tous ces frères et sœurs qui, poussés par les guerres, la pauvreté et les nécessités, quittent leur maison et leur terre pour se mettre en chemin et chercher refuge vers des lieux plus sûrs.

Aide-les, par son intercession, à avoir la force d’aller de l’avant, le réconfort dans la tristesse, le courage dans l’épreuve.

Donne à ceux qui les accueillent un peu de la tendresse de ce père juste et sage, qui a aimé Jésus comme un véritable fils et qui a soutenu Marie tout au long du chemin.

Lui, qui gagnait son pain par le travail de ses mains, puisse-t-il pourvoir aux besoins de ceux à qui la vie a tout pris, et leur donner la dignité d’un travail et la sérénité d’une maison.

Nous te le demandons par Jésus Christ, ton Fils, que saint Joseph sauva en fuyant en Égypte, et par l’intercession de la Vierge Marie, qu’il aima en époux fidèle, selon ta volonté. Amen.

Rome, Saint-Jean-de-Latran, 13 mai 2020, Mémoire de Notre-Dame de Fatima

FRANÇOIS

 

Traduzione in lingua inglese

MESSAGE OF HIS HOLINESS POPE FRANCIS
for the 106th World Day of Migrants and Refugees
27 September 2020

Like Jesus Christ, forced to flee.
Welcoming, protecting, promoting and integrating internally displaced persons.

At the beginning of this year, in my Address to the members of the Diplomatic Corps accredited to the Holy See, I pointed to the tragedy of internally displaced people as one of the challenges of our contemporary world: “Situations of conflict and humanitarian emergencies, aggravated by climate change, are increasing the numbers of displaced persons and affecting people already living in a state of dire poverty. Many of the countries experiencing these situations lack adequate structures for meeting the needs of the displaced” (9 January 2020).

The Migrants and Refugees Section of the Dicastery for Promoting Integral Human Development has issued the document “Pastoral Orientations on Internally Displaced People” (Vatican City, 5 May 2020), which aims to inspire and encourage the pastoral work of the Church in this specific area.

For these reasons, I have decided to devote this Message to the drama of internally displaced persons, an often unseen tragedy that the global crisis caused by the COVID-19 pandemic has only exacerbated. In fact, due to its virulence, severity and geographical extent, this crisis has impacted on many other humanitarian emergencies that affect millions of people, which has relegated to the bottom of national political agendas those urgent international efforts essential to saving lives. But “this is not a time for forgetfulness. The crisis we are facing should not make us forget the many other crises that bring suffering to so many people” (Urbi et Orbi Message, 12 April 2020).

In the light of the tragic events that have marked 2020, I would like this Message, although concerned with internally displaced persons, to embrace all those who are experiencing situations of precariousness, abandonment, marginalization and rejection as a result of COVID-19.

I would like to start with the image that inspired Pope Pius XII in his Apostolic Constitution Exsul Familia (1 August 1952). During the flight into Egypt, the child Jesus experienced with his parents the tragic fate of the displaced and refugees, “which is marked by fear, uncertainty and unease (cf.Mt 2:13-15, 19-23). Unfortunately, in our own times, millions of families can identify with this sad reality. Almost every day the television and papers carry news of refugees fleeing from hunger, war and other grave dangers, in search of security and a dignified life for themselves and for their families” (Angelus, 29 December 2013). In each of these people, forced to flee to safety, Jesus is present as he was at the time of Herod. In the faces of the hungry, the thirsty, the naked, the sick, strangers and prisoners, we are called to see the face of Christ who pleads with us to help (cf. Mt 25:31-46). If we can recognize him in those faces, we will be the ones to thank him for having been able to meet, love and serve him in them.

Displaced people offer us this opportunity to meet the Lord, “even though our eyes find it hard to recognize him: his clothing in tatters, his feet dirty, his face disfigured, his body wounded, his tongue unable to speak our language” (Homily, 15 February 2019). We are called to respond to this pastoral challenge with the four verbs I indicated in my Message for this Day in 2018: welcome, protect, promote and integrate. To these words, I would now like to add another six pairs of verbs that deal with very practical actions and are linked together in a relationship of cause and effect.

You have to know in order to understand. Knowledge is a necessary step towards understanding others. Jesus himself tells us this in the account of the disciples on the road to Emmaus: “While they were talking and discussing together, Jesus himself drew near and went with them, but their eyes were kept from recognizing him” (Lk 24:15-16). When we talk about migrants and displaced persons, all too often we stop at statistics. But it is not about statistics, it is about real people! If we encounter them, we will get to know more about them. And knowing their stories, we will be able to understand them. We will be able to understand, for example, that the precariousness that we have come to experience as a result of this pandemic is a constant in the lives of displaced people.

It is necessary to be close in order to serve. It may seem obvious, yet often it is the contrary. “But a Samaritan, as he journeyed, came to where the man was; and when he saw him, he had compassion, and went to him and bound up his wounds, pouring on oil and wine; then he set him on his own beast and brought him to an inn, and took care of him” (Lk 10:33-34). Fears and prejudices – all too many prejudices – keep us distant from others and often prevent us from “becoming neighbours” to them and serving them with love. Drawing close to others often means being willing to take risks, as so many doctors and nurses have taught us in recent months. This readiness to draw near and serve goes beyond a mere sense of duty. Jesus gave us the greatest example of this when he washed the feet of his disciples: he took off his cloak, knelt down and dirtied his hands (cf. Jn 13:1-15).

In order to be reconciled, we need to listen. God himself taught us this by sending his Son into the world. He wanted to listen to the plea of suffering humanity with human ears: “For God so loved the world that he gave his only-begotten Son… that the world might be saved through him” (Jn 3:16-17). A love that reconciles and saves begins with listening. In today’s world, messages multiply but the practice of listening is being lost. Yet it is only through humble and attentive listening that we can truly be reconciled. In 2020, silence has reigned for weeks in our streets. A dramatic and troubling silence, but one that has given us the opportunity to listen to the plea of the vulnerable, the displaced and our seriously ill planet. Listening gives us an opportunity to be reconciled with our neighbour, with all those who have been “discarded”, with ourselves and with God, who never tires of offering us his mercy.

In order to grow, it is necessary to share. Sharing was an essential element of the first Christian community: “Now the company of those who believed were of one heart and soul, and no one said that any of the things which he possessed was his own, but they had everything in common” (Acts 4:32). God did not want the resources of our planet to benefit only a few. This was not the Lord’s will! We have to learn to share in order to grow together, leaving no one behind. The pandemic has reminded us how we are all in the same boat. Realizing that we have the same concerns and fears has shown us once more that no one can be saved alone. To grow truly, we must grow together, sharing what we have, like the boy who offered Jesus five barley loaves and two fish… yet they proved enough for five thousand people (cf. Jn 6:1-15)!

We need to be involved in order to promote. As Jesus was with the Samaritan woman (cf. Jn 4:1-30). The Lord approaches her, listens to her, speaks to her heart, and then leads her to the truth and makes her a herald of the Good News: “Come, see a man who told me all that I ever did! Can this be the Christ?” (v. 29). Sometimes the impulse to serve others prevents us from seeing their real riches. If we really want to promote those whom we assist, we must involve them and make them agents in their own redemption. The pandemic has reminded us of how essential co-responsibility is, and that only with the contribution of everyone – even of those groups so often underestimated – can we face this crisis. We must find “the courage to create spaces where everyone can recognize that they are called, and to allow new forms of hospitality, fraternity and solidarity” (Meditation in Saint Peter’s Square, 27 March 2020).

It is necessary to cooperate in order to build. That is what the Apostle Paul tells the community of Corinth: “I appeal to you, brethren, by the name of our Lord Jesus Christ, that all of you agree and that there be no dissensions among you, but that you be united in the same mind and the same judgement” (1 Cor 1:10). Building the Kingdom of God is a duty common to all Christians, and for this reason it is necessary that we learn to cooperate, without yielding to the temptation to jealousy, discord and division. In the present context it should be reiterated: “This is not a time for self-centredness, because the challenge we are facing is shared by all, without distinguishing between persons” (Urbi et Orbi Message, 12 April 2020). To preserve our common home and make it conform more and more to God’s original plan, we must commit ourselves to ensuring international cooperation, global solidarity and local commitment, leaving no one excluded.

I would like to conclude with a prayer suggested by the example of Saint Joseph at the time he was forced to flee to Egypt to save the child Jesus.

Father, you entrusted to Saint Joseph what you held most precious: the child Jesus and his Mother, in order to protect them from the dangers and threats of the wicked.

Grant that we may experience his protection and help. May he, who shared in the sufferings of those who flee from the hatred of the powerful, console and protect all our brothers and sisters driven by war, poverty and necessity to leave their homes and their lands to set out as refugees for safer places.

Help them, through the intercession of Saint Joseph, to find the strength to persevere, give them comfort in sorrows and courage amid their trials.

Grant to those who welcome them some of the tender love of this just and wise father, who loved Jesus as a true son and sustained Mary at every step of the way.

May he, who earned his bread by the work of his hands, watch over those who have seen everything in life taken away and obtain for them the dignity of a job and the serenity of a home.

We ask this through Jesus Christ, your Son, whom Saint Joseph saved by fleeing to Egypt, and trusting in the intercession of the Virgin Mary, whom he loved as a faithful husband in accordance with your will. Amen.

Rome, Saint John Lateran, 13 May 2020, Memorial of the Blessed Virgin Mary of Fatima.

FRANCIS

 

Traduzione in lingua tedesca

BOTSCHAFT DES HEILIGEN VATERS
zum 106. Welttag des Migranten und Flüchtlings
27. September 2020

Wie Jesus Christus, zur Flucht gezwungen
Aufnahme, Schutz, Förderung und Integration der Binnenvertriebenen

Zu Beginn dieses Jahres nannte ich in meiner Ansprache an die Mitglieder des beim Heiligen Stuhl akkreditierten Diplomatischen Korps das Drama der Binnenvertriebenen eine der Herausforderungen der heutigen Welt: »Die Konfliktsituationen und die humanitären Notlagen, verschärft durch klimatisch bedingte Verwüstungen, erhöhen die Zahl der Vertriebenen und wirken sich auf die Menschen aus, die bereits in schwerer Armut leben. Viele der von diesen Situationen betroffenen Länder haben keine angemessenen Strukturen, die es ihnen erlauben würden, den Bedürfnissen der Vertriebenen entgegenzukommen« (9. Januar 2020).

Die Abteilung Migranten und Flüchtlinge des Dikasteriums für den Dienst zugunsten der ganzheitlichen Entwicklung des Menschen hat nun „Leitlinien einer Pastoral für Binnenvertriebene“ (Vatikanstadt, 5. Mai 2020) veröffentlicht, ein Dokument, welches das pastorale Wirken der Kirche in diesem besonderen Bereich anregen und inspirieren soll.

Aus diesen Gründen habe ich beschlossen, diese Botschaft dem Drama der Binnenvertriebenen zu widmen, einem oft unsichtbaren Drama, das die durch die COVID-19-Pandemie ausgelöste weltweite Krise nochmals verschärft hat. Diese Krise ließ aufgrund ihrer Heftigkeit, ihrer Härte und ihrer geografischen Ausdehnung viele andere humanitäre Notsituationen, von denen Millionen von Menschen betroffen sind, kleiner erscheinen und rückte internationale Initiativen und Hilfen, die für die Rettung von Menschenleben unerlässlich und dringend sind, auf den letzten Platz der nationalen politischen Tagesordnungen. Aber »diese Zeit erlaubt kein Vergessen. Die Krise, in der wir uns augenblicklich befinden, lasse uns nicht die zahlreichen anderen Nöte vergessen, unter denen viele Menschen leiden« (Osterbotschaft Urbi et Orbi, 12. April 2020).

Im Lichte der tragischen Ereignisse des Jahres 2020 dehne ich diese Botschaft, die den Binnenvertriebenen gewidmet ist, auf all jene aus, die aufgrund von COVID-19 in Ungewissheit, Verlassenheit, Ausgrenzung und Ablehnung geraten sind und sich immer noch darin befinden.

Ich möchte mit der Szene beginnen, die Papst Pius XII. bei der Ausarbeitung der Apostolischen Konstitution Exsul Familia (1. August 1952) inspiriert hat. Auf der Flucht nach Ägypten erlebt das Jesuskind zusammen mit seinen Eltern die dramatische Situation der Vertriebenen und Flüchtlinge, »die von Angst, Ungewissheit und Not gezeichnet ist (vgl. Mt 2,13-15.19-23). Leider können sich in unseren Tagen Millionen von Familien in dieser traurigen Realität wiedererkennen. Fast jeden Tag berichten Fernsehen und Zeitungen von Flüchtlingen, die vor Hunger, Krieg und anderen ernsten Gefahren flüchten, auf der Suche nach Sicherheit und einem würdigen Leben für sich und ihre Familien«. (Angelus, 29. Dezember 2013). In einem jeden von ihnen ist Jesus gegenwärtig, wie er zur Zeit des Herodes zur Flucht gezwungen war, um sich zu retten. Wir sind aufgerufen in ihren Gesichtern das Antlitz des hungrigen, durstigen, nackten, kranken, fremden und gefangenen Christus zu erkennen, der uns fragend anblickt (vgl. Mt 25,31-46). Wenn wir ihn erkennen, sind wir es, die ihm dafür danken werden, dass wir ihn treffen, ihn lieben und ihm dienen durften.

Die Vertriebenen bieten uns die Gelegenheit zur Begegnung mit dem Herrn, »auch wenn unsere Augen Mühe haben, ihn zu erkennen: mit zerrissenen Kleidern, schmutzigen Füßen, entstelltem Gesicht, verwundetem Leib, nicht in der Lage, unsere Sprache zu sprechen« (Homilie 15. Februar 2019). Wir sind gerufen, auf diese pastorale Herausforderung mit den vier Verben zu antworten, die ich in der Botschaft zu eben diesem Welttag im Jahr 2018 aufgezeigt habe: aufnehmen, schützen, fördern und integrieren. Diese möchte ich nun um sechs Paare von Verben ergänzen, die sehr konkreten Handlungen entsprechen, die in einer Ursache-Wirkungs-Beziehung zueinander stehen.

Man muss etwas kennen, um es zu verstehen. Wissen ist ein notwendiger Schritt zum Verständnis des anderen. Jesus selbst offenbart dies bei der Begebenheit mit den Emmausjüngern: »Während sie redeten und ihre Gedanken austauschten, kam Jesus selbst hinzu und ging mit ihnen. Doch ihre Augen waren gehalten, sodass sie ihn nicht erkannten« (Lk 24:15-16). Wenn man über Migranten und Flüchtlinge spricht, bleibt man allzu oft bei den Zahlen stehen. Aber es geht nicht um Zahlen, es geht um Menschen! Wenn wir sie treffen, werden wir sie kennenlernen. Und wenn wir ihre Geschichten kennen, werden wir sie verstehen können. Wir werden zum Beispiel verstehen können, dass diese Ungewissheit, die wir infolge der Pandemie leidvoll erfahren haben, ein dauernder Bestandteil im Leben der Vertriebenen ist.

Es ist notwendig, dass man jemandem zum Nächsten wird, um ihm dienen zu können. Das scheint offensichtlich, oft jedoch ist das nicht gleich klar. »Ein Samariter aber, der auf der Reise war, kam zu ihm; er sah ihn und hatte Mitleid, ging zu ihm hin, goss Öl und Wein auf seine Wunden und verband sie. Dann hob er ihn auf sein eigenes Reittier, brachte ihn zu einer Herberge und sorgte für ihn« (Lk 10, 33-34). Ängste und Vorurteile – viele Vorurteile – führen dazu, dass wir uns von anderen distanzieren, und hindern uns oft daran, ihnen „zu Nächsten zu werden“ und ihnen mit Liebe zu dienen. Auf andere zuzugehen bedeutet oft Risikobereitschaft, wie wir in den letzten Monaten am Beispiel vieler Ärzte und Krankenschwestern sehen konnten. Diese Nähe, die es ermöglicht anderen zu dienen, geht über ein reines Pflichtgefühl hinaus; das beste Beispiel dafür hat Jesus uns hinterlassen, als er seinen Jüngern die Füße wusch: Er entkleidete sich, kniete sich nieder und machte sich die Hände schmutzig (vgl. Joh 13,1-15).

Um sich versöhnen zu können, muss man zuhören. Das sehen wir an Gott selbst, der das Seufzen der Menschheit mit menschlichen Ohren hören wollte, und dazu seinen Sohn in die Welt sandte: »Denn Gott hat die Welt so sehr geliebt, dass er seinen einzigen Sohn hingab, [...] damit die Welt durch ihn gerettet wird« (Joh 3,16-17). Die Liebe, die versöhnt und rettet, beginnt mit dem Zuhören. In der heutigen Welt gibt es immer mehr Botschaften, aber die Haltung des Zuhörens geht verloren. Dabei jedoch gelangen wir nur über ein demütiges und aufmerksames Zuhören zu echter Versöhnung. In diesem Jahr 2020 herrschte in unseren Straßen wochenlang Stille. Es war eine dramatische und beunruhigende Stille, die uns aber die Möglichkeit geboten hat, die Schreie der Schwächsten, der Vertriebenen und unseres schwer kranken Planeten zu hören. Und wenn wir zuhören, haben wir die Möglichkeit, uns mit unserem Nächsten, mit den vielen Ausgesonderten, mit uns selbst und mit Gott zu versöhnen, der niemals müde wird, uns seine Barmherzigkeit anzubieten.

Um zu wachsen, ist es notwendig zu teilen. Das Teilen war eines der grundlegenden Elemente der ersten christlichen Gemeinschaft. »Die Menge derer, die gläubig geworden waren, war ein Herz und eine Seele. Keiner nannte etwas von dem, was er hatte, sein Eigentum, sondern sie hatten alles gemeinsam« (Apg 4,32). Gott wollte nicht, dass die Ressourcen unseres Planeten nur einigen wenigen zugutekommen. Nein, das war nicht der Wille des Herrn! Wir müssen lernen zu teilen, um gemeinsam zu wachsen. Dabei dürfen wir niemand außen vor lassen. Die Pandemie hat uns daran erinnert, dass wir alle im selben Boot sitzen. Dass wir uns alle mit ganz ähnlichen Sorgen und Ängsten konfrontiert sehen, hat uns einmal mehr gezeigt, dass niemand sich selbst retten kann. Um wirklich zu wachsen, müssen wir gemeinsam wachsen und das teilen, was wir haben, wie der Junge, der Jesus fünf Gerstenbrote und zwei Fische anbot ... Und es reichte für fünftausend Menschen (vgl. Joh 6,1-15)!

Man muss jemanden miteinbeziehen, um ihn zu fördern. Das ist es, was Jesus mit der Samariterin tat (vgl. Joh 4,1-30). Der Herr geht auf sie zu, er hört ihr zu und spricht zu ihrem Herzen, um sie dann zur Wahrheit zu führen und in eine Verkünderin der Frohen Botschaft zu verwandeln: »Kommt her, seht, da ist ein Mensch, der mir alles gesagt hat, was ich getan habe: Ist er vielleicht der Christus?« (V. 29). Manchmal übersehen wir in übereifriger Hilfsbereitschaft die reichen Ressourcen unserer Mitmenschen. Wenn wir die Menschen, denen wir unsere Hilfe anbieten, wirklich fördern wollen, müssen wir sie miteinbeziehen und sie zu Protagonisten ihrer Erlösung machen. Die Pandemie hat uns daran erinnert, wie wichtig Mitverantwortung ist und dass wir der Krise nur mit dem Beitrag aller – auch jener, die oft unterbewertet werden – begegnen können. Wir müssen den Mut »finden, Räume zu öffnen, in denen sich alle berufen fühlen, und neue Formen der Gastfreundschaft, Brüderlichkeit und Solidarität zuzulassen« (Ansprache auf dem Petersplatz, 27. März 2020).

Um etwas aufzubauen ist es notwendig zusammenzuarbeiten. Dies empfiehlt der Apostel Paulus der Gemeinde von Korinth: »Ich ermahne euch aber, Brüder und Schwestern, im Namen unseres Herrn Jesus Christus: Seid alle einmütig und duldet keine Spaltungen unter euch; seid vielmehr eines Sinnes und einer Meinung« (1 Kor 1,10). Der Aufbau des Reiches Gottes ist eine Aufgabe, die allen Christen gemeinsam ist, und aus diesem Grund ist es notwendig, dass wir lernen zusammenzuarbeiten, ohne dass wir uns von Eifersucht, Zwietracht und Spaltung davon abbringen lassen. Und im gegenwärtigen Kontext sollte noch einmal bekräftigt werden: »Diese Zeit erlaubt keinen Egoismus, denn die Herausforderung, vor der wir stehen, ist uns allen gemeinsam und macht keine Unterschiede« (Osterbotschaft Urbi et Orbi, 12. April 2020). Um das gemeinsame Haus zu bewahren und es dem ursprünglichen Plan Gottes immer ähnlicher werden zu lassen, müssen wir uns verpflichten, internationale Zusammenarbeit, globale Solidarität und lokales Engagement zu gewährleisten und dabei niemanden außen vor zu lassen.

Inspiriert vom Beispiel des heiligen Josef, der nach Ägypten fliehen musste, um das Jesuskind zu retten, möchte ich nun mit folgendem Gebet schließen:

Vater, du hast dem heiligen Josef das Kostbarste anvertraut, nämlich das Jesuskind und seine Mutter, um sie vor der Gefahr und der Bedrohung böser Menschen zu schützen.

Lass auch uns seinen Schutz und seine Hilfe erfahren. Er, der das Leid derer erlebt hat, die wegen des Hasses der Mächtigen fliehen mussten, möge alle unsere Brüder und Schwestern trösten und beschützen, die aufgrund von Krieg, Armut und Not ihre Heimat und ihr Land verlassen, um als Flüchtlinge an sicherere Orte zu gelangen.

Hilf ihnen auf seine Fürsprache und gibt ihnen die Kraft weiterzumachen, tröste sie in der Trauer und verleihe ihnen Mut in aller Bedrängnis.

Gib denen, die sie aufnehmen, etwas von der Sanftmut dieses gerechten und weisen Vaters, der Jesus wie einen eigenen Sohn liebte und Maria auf ihrem Weg immer beistand.

Lass ihn, der mit seiner Hände Arbeit seinen Lebensunterhalt verdiente, für diejenigen sorgen, denen das Leben alles genommen hat. Er gebe ihnen eine würdige Arbeit und ein unbeschwertes Zuhause.

Darum bitten wir dich durch Jesus Christus, deinen Sohn, den der heilige Josef durch die Flucht nach Ägypten gerettet hat, und auf die Fürsprache der Jungfrau Maria, die er deinem Willen entsprechend als treuer Bräutigam geliebt hat. Amen.

Rom, St. Johannes im Lateran, am 13. Mai 2020, dem Gedenktag Unserer Lieben Frau von Fatima.

FRANZISKUS

 

Traduzione in lingua spagnola

MENSAJE DEL SANTO PADRE
para la 106ª Jornada Mundial del Migrante y del Refugiado
27 de septiembre de 2020

Como Jesucristo, obligados a huir.
Acoger, proteger, promover e integrar a los desplazados internos.

A principios de año, en mi discurso a los miembros del Cuerpo Diplomático acreditado ante la Santa Sede, señalé entre los retos del mundo contemporáneo el drama de los desplazados internos: «Las fricciones y las emergencias humanitarias, agravadas por las perturbaciones del clima, aumentan el número de desplazados y repercuten sobre personas que ya viven en un estado de pobreza extrema. Muchos países golpeados por estas situaciones carecen de estructuras adecuadas que permitan hacer frente a las necesidades de los desplazados» (9 enero 2020).

La Sección Migrantes y Refugiados del Dicasterio para el Servicio del Desarrollo Humano Integral ha publicado las “Orientaciones Pastorales sobre Desplazados Internos” (Ciudad del Vaticano, 5 mayo 2020) un documento que desea inspirar y animar las acciones pastorales de la Iglesia en este ámbito concreto.

Por ello, decidí dedicar este Mensaje al drama de los desplazados internos, un drama a menudo invisible, que la crisis mundial causada por la pandemia del COVID-19 ha agravado. De hecho, esta crisis, debido a su intensidad, gravedad y extensión geográfica, ha empañado muchas otras emergencias humanitarias que afligen a millones de personas, relegando iniciativas y ayudas internacionales, esenciales y urgentes para salvar vidas, a un segundo plano en las agendas políticas nacionales. Pero «este no es tiempo del olvido. Que la crisis que estamos afrontando no nos haga dejar de lado a tantas otras situaciones de emergencia que llevan consigo el sufrimiento de muchas personas» (Mensaje Urbi et Orbi, 12 abril 2020).

A la luz de los trágicos acontecimientos que han caracterizado el año 2020, extiendo este Mensaje, dedicado a los desplazados internos, a todos los que han experimentado y siguen aún hoy viviendo situaciones de precariedad, de abandono, de marginación y de rechazo a causa del COVID-19.

Quisiera comenzar refiriéndome a la escena que inspiró al papa Pío XII en la redacción de la Constitución Apostólica Exsul Familia (1 agosto 1952). En la huida a Egipto, el niño Jesús experimentó, junto con sus padres, la trágica condición de desplazado y refugiado, «marcada por el miedo, la incertidumbre, las incomodidades (cf. Mt 2,13-15.19-23). Lamentablemente, en nuestros días, millones de familias pueden reconocerse en esta triste realidad. Casi cada día la televisión y los periódicos dan noticias de refugiados que huyen del hambre, de la guerra, de otros peligros graves, en busca de seguridad y de una vida digna para sí mismos y para sus familias» (Ángelus, 29 diciembre 2013). Jesús está presente en cada uno de ellos, obligado —como en tiempos de Herodes— a huir para salvarse. Estamos llamados a reconocer en sus rostros el rostro de Cristo, hambriento, sediento, desnudo, enfermo, forastero y encarcelado, que nos interpela (cf. Mt 25,31-46). Si lo reconocemos, seremos nosotros quienes le agradeceremos el haberlo conocido, amado y servido.

Los desplazados internos nos ofrecen esta oportunidad de encuentro con el Señor, «incluso si a nuestros ojos les cuesta trabajo reconocerlo: con la ropa rota, con los pies sucios, con el rostro deformado, con el cuerpo llagado, incapaz de hablar nuestra lengua» (Homilía, 15 febrero 2019). Se trata de un reto pastoral al que estamos llamados a responder con los cuatro verbos que señalé en el Mensaje para esta misma Jornada en 2018: acoger, proteger, promover e integrar. A estos cuatro, quisiera añadir ahora otras seis parejas de verbos, que se corresponden a acciones muy concretas, vinculadas entre sí en una relación de causa-efecto.

Es necesario conocer para comprender. El conocimiento es un paso necesario hacia la comprensión del otro. Lo enseña Jesús mismo en el episodio de los discípulos de Emaús: «Mientras conversaban y discutían, Jesús en persona se acercó y se puso a caminar con ellos. Pero sus ojos no eran capaces de reconocerlo» (Lc 24,15-16). Cuando hablamos de migrantes y desplazados, nos limitamos con demasiada frecuencia a números. ¡Pero no son números, sino personas! Si las encontramos, podremos conocerlas. Y si conocemos sus historias, lograremos comprender. Podremos comprender, por ejemplo, que la precariedad que hemos experimentado con sufrimiento, a causa de la pandemia, es un elemento constante en la vida de los desplazados.

Hay que hacerse prójimo para servir. Parece algo obvio, pero a menudo no lo es. «Pero un samaritano que iba de viaje llegó adonde estaba él y, al verlo, se compadeció, y acercándose, le vendó las heridas, echándoles aceite y vino, y, montándolo en su propia cabalgadura, lo llevó a una posada y lo cuidó» (Lc 10,33-34). Los miedos y los prejuicios —tantos prejuicios—, nos hacen mantener las distancias con otras personas y a menudo nos impiden “acercarnos como prójimos” y servirles con amor. Acercarse al prójimo significa, a menudo, estar dispuestos a correr riesgos, como nos han enseñado tantos médicos y personal sanitario en los últimos meses. Este estar cerca para servir, va más allá del estricto sentido del deber. El ejemplo más grande nos lo dejó Jesús cuando lavó los pies de sus discípulos: se quitó el manto, se arrodilló y se ensució las manos (cf. Jn 13,1-15).

Para reconciliarse se requiere escuchar. Nos lo enseña Dios mismo, que quiso escuchar el gemido de la humanidad con oídos humanos, enviando a su Hijo al mundo: «Porque tanto amó Dios al mundo, que entregó a su Unigénito, para que todo el que cree en él […] tenga vida eterna» (Jn 3,16-17). El amor, el que reconcilia y salva, empieza por una escucha activa. En el mundo de hoy se multiplican los mensajes, pero se está perdiendo la capacidad de escuchar. Sólo a través de una escucha humilde y atenta podremos llegar a reconciliarnos de verdad. Durante el 2020, el silencio se apoderó por semanas enteras de nuestras calles. Un silencio dramático e inquietante, que, sin embargo, nos dio la oportunidad de escuchar el grito de los más vulnerables, de los desplazados y de nuestro planeta gravemente enfermo. Y, gracias a esta escucha, tenemos la oportunidad de reconciliarnos con el prójimo, con tantos descartados, con nosotros mismos y con Dios, que nunca se cansa de ofrecernos su misericordia.

Para crecer hay que compartir. Para la primera comunidad cristiana, la acción de compartir era uno de sus pilares fundamentales: «El grupo de los creyentes tenía un solo corazón y una sola alma: nadie llamaba suyo propio nada de lo que tenía, pues lo poseían todo en común» (Hch 4,32). Dios no quiso que los recursos de nuestro planeta beneficiaran únicamente a unos pocos. ¡No, el Señor no quiso esto! Tenemos que aprender a compartir para crecer juntos, sin dejar fuera a nadie. La pandemia nos ha recordado que todos estamos en el mismo barco. Darnos cuenta que tenemos las mismas preocupaciones y temores comunes, nos ha demostrado, una vez más, que nadie se salva solo. Para crecer realmente, debemos crecer juntos, compartiendo lo que tenemos, como ese muchacho que le ofreció a Jesús cinco panes de cebada y dos peces… ¡Y fueron suficientes para cinco mil personas! (cf. Jn 6,1-15).

Se necesita involucrar para promover. Así hizo Jesús con la mujer samaritana (cf. Jn 4,1-30). El Señor se acercó, la escuchó, habló a su corazón, para después guiarla hacia la verdad y transformarla en anunciadora de la buena nueva: «Venid a ver a un hombre que me ha dicho todo lo que he hecho; ¿será este el Mesías?» (v. 29). A veces, el impulso de servir a los demás nos impide ver sus riquezas. Si queremos realmente promover a las personas a quienes ofrecemos asistencia, tenemos que involucrarlas y hacerlas protagonistas de su propio rescate. La pandemia nos ha recordado cuán esencial es la corresponsabilidad y que sólo con la colaboración de todos —incluso de las categorías a menudo subestimadas— es posible encarar la crisis. Debemos «motivar espacios donde todos puedan sentirse convocados y permitir nuevas formas de hospitalidad, de fraternidad y de solidaridad» (Meditación en la Plaza de San Pedro, 27 marzo 2020).

Es indispensable colaborar para construir. Esto es lo que el apóstol san Pablo recomienda a la comunidad de Corinto: «Os ruego, hermanos, en nombre de nuestro Señor Jesucristo, a que digáis todos lo mismo y que no haya divisiones entre vosotros. Estad bien unidos con un mismo pensar y un mismo sentir» (1 Co 1,10). La construcción del Reino de Dios es un compromiso común de todos los cristianos y por eso se requiere que aprendamos a colaborar, sin dejarnos tentar por los celos, las discordias y las divisiones. Y en el actual contexto, es necesario reiterar que: «Este no es el tiempo del egoísmo, porque el desafío que enfrentamos nos une a todos y no hace acepción de personas» (Mensaje Urbi et Orbi, 12 abril 2020). Para preservar la casa común y hacer todo lo posible para que se parezca, cada vez más, al plan original de Dios, debemos comprometernos a garantizar la cooperación internacional, la solidaridad global y el compromiso local, sin dejar fuera a nadie.

Quisiera concluir con una oración sugerida por el ejemplo de san José, de manera especial cuando se vio obligado a huir a Egipto para salvar al Niño:

Padre, Tú encomendaste a san José lo más valioso que tenías: el Niño Jesús y su madre, para protegerlos de los peligros y de las amenazas de los malvados.

Concédenos, también a nosotros, experimentar su protección y su ayuda. Él, que padeció el sufrimiento de quien huye a causa del odio de los poderosos, haz que pueda consolar y proteger a todos los hermanos y hermanas que, empujados por las guerras, la pobreza y las necesidades, abandonan su hogar y su tierra, para ponerse en camino, como refugiados, hacia lugares más seguros.

Ayúdalos, por su intercesión, a tener la fuerza para seguir adelante, el consuelo en la tristeza, el valor en la prueba.

Da a quienes los acogen un poco de la ternura de este padre justo y sabio, que amó a Jesús como un verdadero hijo y sostuvo a María a lo largo del camino.

Él, que se ganaba el pan con el trabajo de sus manos, pueda proveer de lo necesario a quienes la vida les ha quitado todo, y darles la dignidad de un trabajo y la serenidad de un hogar.

Te lo pedimos por Jesucristo, tu Hijo, que san José salvó al huir a Egipto, y por intercesión de la Virgen María, a quien amó como esposo fiel según tu voluntad. Amén.

Roma, San Juan de Letrán, 13 de mayo de 2020, Memoria de la Bienaventurada Virgen María de Fátima.

FRANCISCO

 

Traduzione in lingua portoghese

MENSAGEM DO SANTO PADRE
para o 106º Dia Mundial do Migrante e do Refugiado
27 de setembro de 2020

Forçados, como Jesus Cristo, a fugir.
Acolher, proteger, promover e integrar os deslocados internos.

No discurso que dirigi, nos primeiros dias deste ano, aos membros do Corpo Diplomático acreditado junto da Santa Sé, mencionei entre os desafios do mundo contemporâneo o drama dos deslocados dentro da própria nação: «Os conflitos e as emergências humanitárias, agravadas pelas convulsões climáticas, aumentam o número dos deslocados e repercutem-se sobre as pessoas que já vivem em grave estado de pobreza. Muitos dos países atingidos por estas situações carecem de estruturas adequadas que permitam atender às necessidades daqueles que foram deslocados» (9/I/2020).

A Secção «Migrantes e Refugiados» do Dicastério para o Serviço do Desenvolvimento Humano Integral publicou as Orientações Pastorais sobre as Pessoas Deslocadas Internamente (5/V/2020), um documento que visa inspirar e animar as ações pastorais da Igreja nesta área em particular.

Por tais razões, decidi dedicar esta Mensagem ao drama dos deslocados dentro da nação, um drama – muitas vezes invisível – que a crise mundial causada pela pandemia do Covid-19 exacerbou. De facto, esta crise, devido à sua veemência, gravidade e extensão geográfica, redimensionou tantas outras emergências humanitárias que afligem milhões de pessoas, relegando para um plano secundário, nas Agendas políticas nacionais, iniciativas e ajudas internacionais, essenciais e urgentes para salvar vidas. Mas, «este não é tempo para o esquecimento. A crise que estamos a enfrentar não nos faça esquecer muitas outras emergências que acarretam sofrimentos a tantas pessoas» (Francisco, Mensagem Urbi et Orbi, 12/IV/2020).

À luz dos acontecimentos dramáticos que têm marcado o ano de 2020 quero, nesta Mensagem dedicada às pessoas deslocadas internamente, englobar todos aqueles que atravessaram e ainda vivem experiências de precariedade, abandono, marginalização e rejeição por causa do vírus Covid-19.

E, como ponto de partida, gostaria de tomar o mesmo ícone que inspirou o Papa Pio XII ao redigir a constituição apostólica Exsul Familia (1/VIII/1952): na sua fuga para o Egito, o menino Jesus experimenta, juntamente com seus pais, a dramática condição de deslocado e refugiado «marcada por medo, incerteza e dificuldades (cf. Mt 2, 13-15.19-23). Infelizmente, nos nossos dias, há milhões de famílias que se podem reconhecer nesta triste realidade. Quase todos os dias, a televisão e os jornais dão notícias de refugiados que fogem da fome, da guerra e doutros perigos graves, em busca de segurança e duma vida digna para si e para as suas famílias» (Francisco, Angelus, 29/XII/2013). Em cada um deles, está presente Jesus, forçado – como no tempo de Herodes – a fugir para Se salvar. Nos seus rostos, somos chamados a reconhecer o rosto de Cristo faminto, sedento, nu, doente, forasteiro e encarcerado que nos interpela (cf. Mt 25, 31-46). Se O reconhecermos, seremos nós a agradecer-Lhe por O termos podido encontrar, amar e servir.

As pessoas deslocadas proporcionam-nos esta oportunidade de encontrar o Senhor, «mesmo que os nossos olhos sintam dificuldade em O reconhecer: com as vestes rasgadas, com os pés sujos, com o rosto desfigurado, o corpo chagado, incapaz de falar a nossa língua» (Francisco, Homilia, 15/II/2019). É um desafio pastoral ao qual somos chamados a responder com os quatro verbos que indiquei na Mensagem para este mesmo Dia de 2018: acolher, proteger, promover e integrar. A eles, gostaria agora de acrescentar seis pares de verbos que traduzem ações muito concretas, interligadas numa relação de causa-efeito.

É preciso conhecer para compreender. O conhecimento é um passo necessário para a compreensão do outro. Assim no-lo ensina o próprio Jesus no episódio dos discípulos de Emaús: «Enquanto [estes] conversavam e discutiam, aproximou-Se deles o próprio Jesus e pôs-Se com eles a caminho; os seus olhos, porém, estavam impedidos de O reconhecer» (Lc 24, 15-16). Frequentemente, quando falamos de migrantes e deslocados, limitamo-nos à questão do seu número. Mas não se trata de números; trata-se de pessoas! Se as encontrarmos, chegaremos a conhecê-las. E conhecendo as suas histórias, conseguiremos compreender. Poderemos compreender, por exemplo, que a precariedade, que estamos dolorosamente a experimentar por causa da pandemia, é um elemento constante na vida dos deslocados.

É necessário aproximar-se para servir. Parece óbvio, mas muitas vezes não o é. «Um samaritano, que ia de viagem, chegou ao pé dele [do homem espancado e deixado meio-morto] e, vendo-o, encheu-se de compaixão. Aproximou-se, ligou-lhe as feridas, deitando nelas azeite e vinho, colocou-o sobre a sua própria montada, levou-o para uma estalagem e cuidou dele» (Lc 10, 33-34). Os receios e os preconceitos – tantos preconceitos – mantêm-nos afastados dos outros e, muitas vezes, impedem de «nos aproximarmos» deles para os servir com amor. Abeirar-se do próximo frequentemente significa estar dispostos a correr riscos, como muitos médicos e enfermeiros nos ensinaram nos últimos meses. Aproximar-se para servir vai além do puro sentido do dever; o maior exemplo disto, deixou-no-lo Jesus, quando lavou os pés dos seus discípulos: tirou o manto, ajoelhou-Se e pôs mãos ao humilde serviço (cf. Jo 13, 1-15).

Para reconciliar-se é preciso escutar. No-lo ensina o próprio Deus que quis escutar o gemido da humanidade com ouvidos humanos, enviando o seu Filho ao mundo: «Tanto amou Deus o mundo, que lhe entregou o seu Filho Unigénito, (…) para que o mundo seja salvo por Ele» (Jo 3, 16.17). O amor, que reconcilia e salva, começa pela escuta. No mundo de hoje, multiplicam-se as mensagens, mas vai-se perdendo a atitude de escutar. É somente através da escuta humilde e atenta que podemos chegar verdadeiramente a reconciliar-nos. Durante semanas neste ano de 2020, reinou o silêncio nas nossas ruas; um silêncio dramático e inquietante, mas que nos deu ocasião para ouvir o clamor dos mais vulneráveis, dos deslocados e do nosso planeta gravemente enfermo. E, escutando, temos a oportunidade de nos reconciliar com o próximo, com tantas pessoas descartadas, connosco e com Deus, que nunca Se cansa de nos oferecer a sua misericórdia.

Para crescer é necessário partilhar. A primeira comunidade cristã teve, na partilha, um dos seus elementos basilares: «A multidão dos que haviam abraçado a fé tinha um só coração e uma só alma. Ninguém chamava seu ao que lhe pertencia, mas entre eles tudo era comum» (At 4, 32). Deus não queria que os recursos do nosso planeta beneficiassem apenas alguns. Não, o Senhor não queria isso! Devemos aprender a partilhar para crescermos juntos, sem deixar ninguém de fora. A pandemia veio-nos recordar que estamos todos no mesmo barco. O facto de nos depararmos com preocupações e temores comuns demonstrou-nos mais uma vez que ninguém se salva sozinho. Para crescer verdadeiramente, devemos crescer juntos, partilhando o que temos, como aquele rapazito que ofereceu a Jesus cinco pães de cevada e dois peixes (cf. Jo 6, 1-15); e foram suficientes para cinco mil pessoas…

É preciso coenvolver para promover. Efetivamente, assim procedeu Jesus com a mulher samaritana (cf. Jo 4, 1-30). O Senhor aproxima-Se, escuta-a, fala-lhe ao coração, para então a guiar até à verdade e torná-la anunciadora da boa nova: «Vinde ver um homem que me disse tudo o que eu fiz! Não será Ele o Messias?» (4, 29). Por vezes, o ímpeto de servir os outros impede-nos de ver a sua riqueza íntima. Se queremos verdadeiramente promover as pessoas a quem oferecemos ajuda, devemos coenvolvê-las e torná-las protagonistas da sua promoção. A pandemia recordou-nos como é essencial a corresponsabilidade, pois só foi possível enfrentar a crise com a contribuição de todos, mesmo de categorias frequentemente subestimadas. Devemos «encontrar a coragem de abrir espaços onde todos possam sentir-se chamados e permitir novas formas de hospitalidade, de fraternidade e de solidariedade» (Francisco, Meditação na Praça de São Pedro, 27/III/2020).

É necessário colaborar para construir. Isto mesmo recomenda o apóstolo Paulo à comunidade de Corinto: «Peço-vos, irmãos, em nome de Nosso Senhor Jesus Cristo, que estejais todos de acordo e que não haja divisões entre vós; permanecei unidos num mesmo espírito e num mesmo pensamento» (1 Cor 1, 10). A construção do Reino de Deus é um compromisso comum a todos os cristãos e, para isso, é necessário que aprendamos a colaborar, sem nos deixarmos tentar por invejas, discórdias e divisões. No contexto atual, não posso deixar de reiterar que «este não é tempo para egoísmos, pois o desafio que enfrentamos nos une a todos e não faz distinção de pessoas» (Francisco, Mensagem Urbi et Orbi, 12/IV/2020). Para salvaguardar a Casa Comum e torná-la cada vez mais parecida com o plano original de Deus, devemos empenhar-nos em garantir a cooperação internacional, a solidariedade global e o compromisso local, sem deixar ninguém de fora.

Quero concluir com uma oração inspirada no exemplo de São José, particularmente quando foi forçado a fugir para o Egito a fim de salvar o Menino:

«Pai, confiastes a São José o que tínheis de mais precioso: o Menino Jesus e sua mãe, para os proteger de perigos e ameaças dos malvados.

Concedei-nos, também a nós, a graça de experimentar a sua proteção e ajuda. Tendo ele provado o sofrimento de quem foge por causa do ódio dos poderosos, fazei que possa confortar e proteger todos os irmãos e irmãs que, forçados por guerras, pobreza e carências, deixam a sua casa e a sua terra a fim de se lançarem ao caminho como refugiados rumo a lugares mais seguros.

Ajudai-os, pela sua intercessão, a terem força para prosseguir, conforto na tristeza, coragem na provação.

Dai a quem os recebe um pouco da ternura deste pai justo e sábio, que amou Jesus como um verdadeiro filho e amparou Maria ao longo do caminho.

Ele, que ganhou o pão com o trabalho das suas mãos, possa prover àqueles a quem a vida tudo levou, dando-lhes a dignidade dum trabalho e a serenidade duma casa.

Nós Vo-lo pedimos por Jesus Cristo, vosso Filho, que São José salvou fugindo para o Egito, e por intercessão da Virgem Maria, a quem ele amou como esposo fiel segundo a vossa vontade. Amen».

Roma, em São João de Latrão, na Memória de Nossa Senhora de Fátima, 13 de maio de 2020.

FRANCISCO

 

Traduzione in lingua polacca

ORĘDZIE OJCA ŚWIĘTEGO
na 106. Światowy Dzień Migranta i Uchodźcy
27 września 2020 r.

Jak Jezus Chrystus, zmuszeni do ucieczki.
Przyjąć, chronić, promować i integrować przesiedleńców wewnętrznych.

Na początku tego roku, w moim przemówieniu do członków Korpusu Dyplomatycznego akredytowanego przy Stolicy Apostolskiej, do wyzwań współczesnego świata zaliczyłem dramat przesiedleńców wewnętrznych: „Konflikty i kryzysy humanitarne, zaostrzane przez zawirowania klimatyczne, powiększają liczbę przesiedleńców i oddziałują na osoby, które już żyją w poważnym ubóstwie. W wielu krajach dotkniętych tymi sytuacjami brakuje odpowiednich struktur, które pozwoliłby zaspokoić potrzeby wysiedlonych” (9 stycznia 2020 r.).

Sekcja ds. Migrantów i Uchodźców Dykasterii ds. Integralnego Rozwoju Człowieka opublikowała „Wytyczne duszpasterskie na temat osób przesiedlonych wewnętrznie” (Watykan, 5 maja 2020 r.), dokument, który ma na celu inspirowanie i animowanie działań duszpasterskich Kościoła w tym szczególnym obszarze.

Z tych powodów postanowiłem poświęcić niniejsze orędzie dramatowi osób przesiedlonych wewnętrznie, dramatowi często niedostrzeganemu, zaostrzonemu przez światowy kryzys spowodowany pandemią COVID-19. Kryzys ten, ze względu na swoją gwałtowność, powagę i zasięg geograficzny, nadał nowe wymiary wielu innym kryzysom humanitarnym, które dotykają milionów ludzi, odsuwając inicjatywy i pomoc międzynarodową, niezbędną i pilną dla ratowania życia, na dalszy plan krajowych programów politycznych. Ale „nie jest to czas na zapominanie. Kryzys, z którym się zmagamy, nie powinien sprawić, byśmy zapominali o wielu innych sytuacjach kryzysowych, które niosą ze sobą cierpienie wielu osób” (Orędzie Urbi et Orbi, 12 kwietnia 2020 r.).

W świetle tragicznych wydarzeń, które naznaczyły rok 2020, obejmuję tym orędziem, poświęconym osobom przesiedlonym wewnętrznie, także tych wszystkich, którzy przeżywają i nadal doświadczają niepewności, opuszczenia, marginalizacji i odrzucenia z powodu COVID-19.

Zacznę od obrazu, który pobudził papieża Piusa XII do opracowania Konstytucji Apostolskiej Exsul Familia (1 sierpnia 1952 r.). Podczas ucieczki do Egiptu Dzieciątko Jezus doświadczyło wraz z rodzicami tragicznego stanu bycia wysiedlonym i uchodźcą, „naznaczonego lękiem, niepewnością, trudnościami” (por. Mt 2, 13-15.19-23). Niestety, w naszych czasach miliony rodzin mogą rozpoznać siebie w tej rzeczywistości. „Prawie każdego dnia telewizja i gazety informują o uchodźcach, uciekających przed głodem, wojną i innymi poważnymi zagrożeniami, w poszukiwaniu bezpieczeństwa i godnego życia dla siebie i swoich rodzin” (Anioł Pański, 29 grudnia 2013). W każdym z nich jest obecny Jezus zmuszony, jak w czasach Heroda, do ucieczki, aby siebie ocalić. Jesteśmy wezwani, by w ich twarzach rozpoznać oblicze Chrystusa głodnego, spragnionego, nagiego, chorego, obcego i więźnia, który jest dla nas wyzwaniem (por. Mt 25, 31-46). Jeśli Go rozpoznamy, to my będziemy Mu dziękować za to, że mogliśmy Go spotkać, miłować i służyć Mu.

Osoby przesiedlone dają nam tę możliwość spotkania z Panem, „choć naszym oczom niełatwo jest Go rozpoznać – w podartym ubraniu, z brudnymi stopami, z twarzą zniekształconą, z ciałem poranionym, nieumiejącego mówić naszym językiem...” (Homilia, 15 lutego 2019). Chodzi o wyzwanie duszpasterskie, na które winniśmy odpowiedzieć czterema czasownikami, jakie wskazałem w moim orędziu na tenże dzień w 2018 roku: przyjmować, chronić, promować i integrować. Chciałbym teraz do nich dodać sześć par czasowników, które odpowiadają bardzo konkretnym działaniom, połączonych ze sobą w związku przyczynowo-skutkowym.

Trzeba znać, żeby zrozumieć. Poznanie jest niezbędnym krokiem wiodącym do zrozumienia drugiego. Sam Jezus naucza tego w wydarzeniu z uczniami z Emaus: „Gdy tak rozmawiali i rozprawiali z sobą, sam Jezus przybliżył się i szedł z nimi. Lecz oczy ich były niejako na uwięzi, tak że Go nie poznali” (Łk 24, 15-16). Kiedy mówimy o migrantach i wysiedlonych, zbyt często zatrzymujemy się na liczbach. A tu nie chodzi o liczby, tylko o osoby! Jeśli się z nimi spotkamy, to dojdziemy do ich poznania. I znając ich historie, będziemy w stanie ich zrozumieć. Będziemy mogli na przykład zrozumieć, że niepewność, jakiej doświadczyliśmy w związku z cierpieniem w wyniku pandemii, jest stałym elementem w życiu osób przesiedlonych.

Trzeba zbliżyć się, aby służyć. Wydaje się to oczywiste, ale często tak nie jest. „Pewien zaś Samarytanin, będąc w podróży, przechodził również obok niego. Gdy go zobaczył, wzruszył się głęboko: podszedł do niego i opatrzył mu rany, zalewając je oliwą i winem; potem wsadził go na swoje bydlę, zawiózł do gospody i pielęgnował go” (Łk 10, 33-34). Lęki i uprzedzenia – bardzo wiele uprzedzeń – sprawiają, że trzymamy się z dala od innych i często uniemożliwiają nam „zbliżenie się” i służenie im z miłością. Podejście do bliźniego często oznacza gotowość do podejmowania ryzyka, czego nauczyło nas w ostatnich miesiącach wielu lekarzy i pielęgniarek. Ta bliskość w służbie wykracza poza czyste poczucie obowiązku; najwspanialszy wzór tej postawy pozostawił nam Jezus, kiedy umywał nogi swoim uczniom: zdjął szatę, ukląkł i pobrudził sobie ręce (por. J 13, 1-15).

Trzeba słuchać, żeby się pojednać. Uczy nas tego sam Bóg, który, posyłając swego Syna na świat, zechciał słuchać jęku ludzkości ludzkimi uszami: „Tak bowiem Bóg umiłował świat, że Syna swego Jednorodzonego dał, [...] by świat został przez Niego zbawiony”(J 3, 16-17). Miłość, która jedna i zbawia, zaczyna się od słuchania. W dzisiejszym świecie mnożą się przesłania, ale zatraca się postawa słuchania. A tylko przez pokorne i uważne słuchanie możemy naprawdę się pojednać. W roku 2020 na naszych ulicach tygodniami panowało milczenie. Było to milczenie dramatyczne i niepokojące, ale dało nam ono możliwość usłyszenia krzyku najbardziej bezbronnych, osób wysiedlonych i naszej poważnie chorej planety. A słuchając, mamy szansę na pojednanie się z bliźnim, z jakże wieloma odrzuconymi, z samymi sobą i z Bogiem, który niestrudzenie obdarza nas swoim miłosierdziem.

Trzeba się dzielić, żeby się rozwijać. Jednym z fundamentalnych elementów pierwszej wspólnoty chrześcijańskiej było dzielenie się: „Jeden duch i jedno serce ożywiały wszystkich wierzących. Żaden nie nazywał swoim tego, co posiadał, ale wszystko mieli wspólne” (Dz 4, 32). Bóg nie chciał, aby zasoby naszej planety przynosiły korzyści tylko niektórym. Nie, tego nie chciał Pan! Musimy nauczyć się dzielić, aby razem się rozwijać, nie pomijając nikogo. Pandemia przypomniała nam, że wszyscy jesteśmy w tej samej łodzi. Zadnie sobie sprawy, że mamy wspólne troski i obawy, ukazało nam po raz kolejny, że nikt nie może ocalić się sam. Aby naprawdę się rozwijać, musimy rozwijać się razem, dzieląc się tym, co posiadamy, jak ten chłopiec, który ofiarował Jezusowi pięć chlebów jęczmiennych i dwie ryby... I to wystarczyło dla pięciu tysięcy osób (por. J 6, 1-15)!

Trzeba angażować, żeby promować. Tak właśnie uczynił Jezus z Samarytanką (por. J 4, 1-30). Pan zbliża się do niej, słucha jej, mówi do jej serca, aby następnie doprowadzić ją do prawdy i przemienić w zwiastunkę Dobrej Nowiny: „Pójdźcie, zobaczcie człowieka, który mi powiedział wszystko, co uczyniłam: Czyż On nie jest Mesjaszem?” (w. 29). Czasami zapał, by służyć innym nie pozwala nam dostrzec ich bogactwa. Jeśli naprawdę chcemy promować osoby, którym oferujemy pomoc, musimy je zaangażować i sprawić, aby odgrywały pierwszoplanową rolę w swoim wybawieniu. Pandemia przypomniała nam jak ważna jest współodpowiedzialność, i że tylko przy udziale wszystkich – także tych, którzy są często niedoceniani – możemy stawić czoło kryzysowi. Musimy „odnaleźć odwagę do otwarcia przestrzeni, gdzie wszyscy mogą się poczuć powołani i zezwolić na nowe formy gościnności, braterstwa i solidarności” (Rozważanie na Placu św. Piotra, 27 marca 2020).

By budować trzeba współpracować. Właśnie to zaleca św. Paweł Apostoł wspólnocie w Koryncie: „przeto upominam was, bracia, w imię Pana naszego Jezusa Chrystusa, abyście byli zgodni, i by nie było wśród was rozłamów; byście byli jednego ducha i jednej myśli” (1 Kor 1, 10). Budowanie królestwa Bożego jest zaangażowaniem wspólnym dla wszystkich chrześcijan i dlatego trzeba, abyśmy nauczyli się współpracować, nie ulegając pokusie zazdrości, niezgody i podziałów. A w aktualnym kontekście należy powtórzyć: „Nie jest to czas na egoizmy, ponieważ wyzwanie, przed którym stajemy, jest wspólne dla nas wszystkich i nie czyni różnic między ludźmi” (Orędzie Urbi et Orbi, 12 kwietnia 2020 r.). Aby chronić wspólny dom i sprawić, by coraz bardziej przystawał do pierwotnego planu Boga, musimy starać się o zapewnienie współpracy międzynarodowej, globalnej solidarności i lokalnego zaangażowania, nikogo nie pomijając.

Chciałbym zakończyć modlitwą zainspirowaną przykładem św. Józefa, zwłaszcza gdy musiał uciekać do Egiptu, aby ocalić Dzieciątko Jezus.

Ojcze, powierzyłeś świętemu Józefowi to, co miałeś najdroższego: Dzieciątko Jezus i jego Matkę, aby ich chronił przed niebezpieczeństwami i groźbami nikczemnych.

Daj nam również doświadczyć jego ochrony i pomocy. Spraw, aby ten, który doświadczył cierpienia osób uciekających z powodu nienawiści możnych, pocieszył i chronił wszystkich tych braci i siostry, którzy z powodu wojny, ubóstwa i potrzeb opuszczają swoje domy i swoją ziemię, aby wyruszyć jako uchodźcy w miejsca bezpieczniejsze.

Pomóż im, za jego wstawiennictwem, aby mieli siłę iść naprzód, pociechę w smutku, męstwo w trudnym doświadczeniu.

Daj tym, którzy ich przyjmują nieco czułości tego sprawiedliwego i mądrego ojca, który miłował Jezusa jak prawdziwego syna i wspierał Maryję w drodze.

Niech ten, który zarabiał na chleb pracą rąk własnych, zapewni tym, którym życie odebrało wszystko, godność pracy i niezakłócony spokój domu.

Prosimy Cię o to przez Jezusa Chrystusa, Twojego Syna, którego święty Józef ocalił uciekając do Egiptu, i przez wstawiennictwo Dziewicy Maryi, którą zgodnie z Twoją wolą miłował jako wierny oblubieniec. Amen.

Rzym, u św. Jana na Lateranie, 13 maja 2020 r., Wspomnienie Matki Bożej Fatimskiej.

FRANCISZEK

 

Traduzione in lingua araba

رسالة قداسة البابا فرنسيس

بمناسبة اليوم العالمي المئة والسادس للمهاجرين واللاجئين

27 سبتمبر/أيلول 2020

مثل يسوع المسيح، مُجبَرون على الهروب.

استقبال النازحين وحمايتهم ودعمهم ودمجهم

أيها الإخوة والأخوات الأعزاء،

ذكرت في مطلع هذا العام، ضمن الكلمة التي وجّهتها إلى أعضاء السلك الدبلوماسي المعتمدين لدى الكرسي الرسولي، مأساةَ النازحين من بين تحدّيات العالم المعاصر: "النزاعات وحالات الطوارئ الإنسانية التي تفاقمت بسبب الاضّطرابات المناخية والتي تزيد من عدد المشرّدين وتنعكس على الأشخاص الذين يعيشون في فقر فادح. فالعديد من البلدان المتضرّرة من هذه الحالات تفتقر إلى الهيكليّات المناسبة التي تسمح بتلبية احتياجات النازحين" (9 يناير/كانون الثاني 2020).

وقد نشر قسم المهاجرين واللاجئين التابع لدائرة التنمية البشرية المتكاملة "المبادئ التوجيهية الرعوية بشأن النازحين" (الفاتيكان، 5 مايو/أيار 2020)، وهي وثيقة تهدف إلى إلهام وإحياء الأعمال الرعوية للكنيسة في هذا المجال بالذات.

لهذه الأسباب، قرّرت أن أكرّس هذه الرسالة لمأساة النازحين، وهي مأساة غالبًا ما تكون خفيّة، وقد تفاقمت أكثر بفعل الأزمة العالمية التي تسبّبها جائحة فيروس الكورونا. في الواقع، هي الأزمة التي بفعل شدّتها وخطورتها ومداها الجغرافي، قد قلّصت العديدَ من حالات الطوارئ الإنسانية الأخرى التي أصابت ملايين الناس، مما أدّى إلى وضع المبادرات والمساعدات الدولية، الضرورية والعاجلة لإنقاذ الأرواح، في آخر البرامج السياسية الوطنية. لكن "ليس الوقت وقت النسيان. إنّ الأزمة التي نواجهها الآن، لا يجب أن تُنسينا العديد من حالات الطوارئ الأخرى التي تحمل معها معاناة الكثير من الناس" (رسالة البابا إلى مدينة روما والعالم، 12 أبريل/نيسان 2020).

في ضوء الأحداث المأساوية التي ميّزت العام 2020، أوجّه هذه الرسالة، المخصّصة للنازحين، أيضًا إلى جميع الذين عاشوا وما زالوا يعيشون خبرة عدم الاستقرار والتخلّي والتهميش والرفض بسبب فيروس الكورونا.

أودّ أن أبدأ من الأيقونة التي ألهمت البابا بيوس الثاني عشر في صياغة الدستور الرسولي عائلة الناصرة في المنفى (1 أغسطس/آب 1952). أثناء هروبهم إلى مصر، اختبر الطفل يسوع، مع والديه، حالة النازحين واللاجئين المأساوية "التي اتّسمت بالخوف وعدم اليقين والمصاعب (را. متى 2، 13- 15 .19- 23). للأسف إنّ ملايين العائلات، في أيامنا هذه، تستطيع التعرّف على نفسها في هذا الواقع المحزن. ينقل التلفاز والصحف، كلّ يوم تقريبًا، أخبارًا عن اللاجئين الذين يهربون من الجوع والحرب ومن أخطار أخرى بحثًا عن الأمن والحياة الكريمة لأنفسهم ولأسرهم" (صلاة التبشير الملائكي، 29 ديسمبر/كانون الأول 2013). إنّ يسوع هو حاضر في كلّ واحد منهم، ومُجبرٌ، كما في زمن هيرودس، على الفرار كي ينقذ حياته. ونحن مدعوّون للتعرّف، في وجوههم، على وجه المسيح الجائع، والعطشان، والعريان، والمريض، والغريب، والسجين، الذي يستحثّنا (را. متى 25، 31- 46). وإذا تعرّفنا عليه، فسوف نشكره لأننا استطعنا أن نقابله، ونحبّه ونخدمه.

إنّ النازحين يقدّمون لنا فرصةَ اللقاء بالربّ يسوع، "حتى لو وجَدَت أعيننا صعوبة في التعرّف عليه: بملابسه الممزّقة، وأقدامه المتّسخة، ووجهه المشوّه، وجسده المجروح، غير قادر على التحدّث بلغتنا" (عظة البابا، 15 فبراير/شباط 2019). إنه تحدٍّ رعوي نحن مدعوّون للردّ عليه بالأفعال الأربعة التي أشرت إليها في الرسالة بمناسبة هذا اليوم نفسه لعام 2018: استقبال، وحماية، ودعم، ودمج. وأودّ الآن أن أضيف عليها ستة أزواج من الأفعال التي هي أفعال ملموسة للغاية، مرتبطة ببعضها البعض في علاقة سببيّة.

علينا أن نعرف الآخر كي نفهمه. معرفة الآخر هي خطوة ضرورية نحو فهمه. هذا ما قام به يسوع نفسه في رواية تلميذي عمواس: "وبَينَما هُما يَتَحَدَّثانِ ويَتَجادَلان، إِذا يسوعُ نَفْسُه قد دَنا مِنهُما وأَخذَ يَسيرُ معَهما، على أَنَّ أَعيُنَهُما حُجِبَت عن مَعرِفَتِه" (لو 24، 15- 16). عندما نتحدّث عن المهاجرين والنازحين، غالبًا ما نتوقّف عند الأرقام. لكن الأمر لا يتعلّق بالأرقام، بل بالأشخاص! إذا التقينا بهم فسوف نتوصّل لمعرفتهم. وإذا عرفنا قصصهم فسوف نتمكّن من فهمهم. وسنفهم، على سبيل المثال، أن عدم اليقين الذي عانينا منه بسبب الجائحة هو عنصر ثابت في حياة النازحين.

من الضروري أن نتقرّب منهم كي نخدمهم. يبدو الأمر وكأنه من المسلّمات، ولكنه غالبًا ما يكون غير ذلك. "وَصَلَ إِلَيه سَامِرِيٌّ مُسافِر ورَآهُ فأَشفَقَ علَيه، فدَنا منه وضَمَدَ جِراحَه، وصَبَّ علَيها زَيتًا وخَمرًا، ثُمَّ حَمَلَه على دابَّتِه وذَهَبَ بِه إِلى فُندُقٍ واعتَنى بِأَمرِه" (لو 10، 33- 34). إن المخاوف والأحكام المسبقة -العديد من الأحكام المسبقة- تبقينا بعيدين عن الآخرين وغالبًا ما تمنعنا من أن "نتقرّب" منهم وأن نخدمهم بمحبّة. فالتقرّب من الآخرين غالبًا ما يعني أن نكون على استعداد للمخاطرة، كما علّمنا العديد من الأطبّاء والممرّضين في الأشهر الأخيرة. وهذا التقرّب بهدف الخدمة، يتجاوز مجرّد الشعور بالواجب؛ فقد ترك لنا يسوع أعظم مثال عندما غسل أقدام تلاميذه: خلع ملابسه وركع وأوسخ يديه (را. يو 13، 1- 15).

كي نتصالح يجب أن نصغي. هذا ما يعلّمنا إياه الله نفسه الذي أراد، من خلال إرسال ابنه إلى العالم، أن يصغي إلى أنين البشرية بأذني الإنسان: "إِنَّ اللهَ أَحبَّ العالَمَ حتَّى إِنَّه جادَ بِابنِه الوَحيد لِكَي لا يَهلِكَ كُلُّ مَن يُؤمِنُ بِه بل تكونَ له الحياةُ الأَبدِيَّة فإِنَّ اللهَ لَم يُرسِلِ ابنَه إِلى العالَم لِيَدينَ العالَم بل لِيُخَلَّصَ بِه العالَم" (يو 3، 16- 17). إنّ الحبّ، الذي يصالِح ويخلِّص، يبدأ بالإصغاء. لقد تكاثرت الرسائل في عالم اليوم، لكننا نفقد القدرة على الإصغاء. ولكننا لا نستطيع أن نتصالح حقًّا إلّا من خلال الإصغاء المتواضع واليقظ. خلال عام 2020، ساد الصمتُ في شوارعنا مدّة أسابيع. صمتٌ مأساوي ومثير للقلق، لكنه قد أتاح لنا الفرصة للإصغاء إلى صرخة الضعفاء والنازحين وكوكبنا السقيم للغاية. ومن خلال الإصغاء، لدينا فرصة للمصالحة مع القريب، ومع العديد من الأشخاص المستبعدين، ومع أنفسنا ومع الله، الذي لا يتعب أبدًا من منحنا رحمته.

كي ننمو من الضروري أن نشارِك. إن أحد العناصر التأسيسيّة للجماعة المسيحيّة الأولى كان المشاركة: "كانَ جَماعَةُ الَّذينَ آمَنوا قَلبًا واحِدًا ونَفْسًا واحِدة، لا يَقولُ أَحدٌ مِنهم إِنَّه يَملِكُ شَيئًا مِن أَموالِه، بل كانَ كُلُّ شَيءٍ مُشتَرَكًا بَينَهم" (رسل 4، 32). لم يُرد الله أن تفيد مواردُ كوكبنا البعضَ فقط. لا، لم يرد الربّ هذا! يجب أن نتعلّم المشاركة لكي ننمو معًا، دون أن نترك أحدًا خارجًا. لقد ذكّرتنا الجائحة كيف أننا جميعًا على نفس القارب. وقد بيّنت لنا مجددًا الهمومُ والمخاوفُ المشتركة أنه ما من أحد ينقذ نفسه بنفسه. كي ننمو حقًا، يجب أن ننمو معًا، ونتشارك ما لدينا، مثل ذلك الصبي الذي قدّم إلى يسوع خمسة أرغفة من شعير وسمكتين... فأشبع خمسة آلاف شخص (را. يو 6، 1- 15)!

يجب أن نُشرِك الآخرين كي نساعدهم. هكذا فعل يسوع في الواقع مع المرأة السامرية (را. يو 4، 1- 30). اقترب الربّ يسوع منها، واستمع إليها، وحدّث قلبَها، كي يقودها من ثمّ إلى الحقيقة ويحوّلها إلى مبشّرة بالخبر السارّ: "هَلُمُّوا فَانْظُروا رَجُلاً قالَ لي كُلَّ ما فَعَلتُ. أَتُراهُ المَسيح؟" (آية 29). إنّ اندفاعنا لخدمة الآخرين يمنعنا أحيانًا من رؤية غناهم. إذا أردنا حقًا تعزيز الأشخاص الذين نقدّم لهم المساعدة، فيجب علينا أن نجعلهم يشاركون ويلعبون دورًا أساسيًّا في إنقاذهم الشخصي. فقد ذكّرتنا الجائحة بمدى أهمّية المسؤولية المشتركة، وأنه فقط من خلال مساهمة الجميع -حتى من الفئات التي غالبًا ما نقلّل من شأنها- يمكننا مواجهة الأزمة: علينا "التحلّي بالشجاعة من أجل إيجاد مساحات يستطيع الجميع فيها أن يشعر أنه مدعوّ، ومن أجل خلق أشكال جديدة من الضيافة والأخوّة والتضامن" (صلاة البابا في ساحة القديس بطرس، 27 مارس/آذار 2020).

من الضروري أن نتعاون كي نبني. هذا ما يوصي به بولس الرسول إلى أهل قورنتس: "أُناشِدُكُم، أَيُّها الإِخوُة، باِسمِ رَبِّنا يسوعَ المسيح، أَن تقولوا جَميعا قَولاً واحِدًا وأَلاَّ يَكونَ بَينَكُمُ خِلاقات، بل كُونوا على وِئامٍ تامّ في رُوحٍ واحِدٍ وفِكرٍ واحِد" (1 قور 1، 10). إنّ بناء ملكوت الله هو عمل مشترك لجميع المسيحيين، ولهذا فمن الضروريّ أن نتعلّم كيف نتعاون، دون أن نسمح للغيرة والخلافات والانقسامات بأن تجرّبنا. وفي السياق الحالي، يجب إعادة التأكيد على أنه "ليس الوقت وقت الأنانية، لأن التحدّي الذي نواجهه يُوحِدنا جميعًا ولا يفرّق بين الناس" (رسالة البابا إلى مدينة روما والعالم، 12 أبريل/نيسان 2020). وكي نحافظ على بيتنا المشترك ونجعله يشبه أكثر فأكثر تدبير الله الأصلي، يجب أن نعمل على ضمان التعاون الدولي والتضامن العالمي والالتزام المحلّي، دون استبعاد أيّ شخص.

أودّ أن أختتم بصلاة مستوحاة من مثال القدّيس يوسف، خاصّة عندما اضطرّ للهروب إلى مصر كي ينقذ الطفل.

أيها الآب، لقد عهدت إلى القديس يوسف بأثمن ما كان لديك، بـ"الطفل وأمه"، لحمايتهما من الأخطار ومن شرّ الأشرار.

امنحنا نحن أيضًا أن نحظى بحمايته وعونه. هو الذي اختبر معاناة الذين يهربون بسبب كراهية الطغاة، أعطه أن يعين ويحمي جميع الإخوة والأخوات الذين يُضطرّون، بسبب كراهية الحروب والفقر والعوز، إلى ترك منازلهم وأوطانهم والرحيل كلاجئين إلى أراضٍ أكثر أمانًا.

ساعدهم، بشفاعته، حتى يجدوا القوّة على المضيّ قدمًا، والعزاء في الحزن، والشجاعة في المحنة.

امنح الذين يستقبلونهم نفس حنان هذا الأب البار والحكيم الذي أحبَّ يسوع كما لو كان ابنه، وعضد مريم على طول الطريق.

عسى أن يكون القدّيس يوسف، الذي هو شفيع الفقراء، عونًا للذين حرَمَتْهم الحياة من كلّ شيء، فيمنحهم عزاء المحبّة، وطمأنينة الدار.

نلتمسه منك بشفاعة يسوع الذي أنقذه القدّيس يوسف بهروبه إلى مصر، وبشفاعة مريم التي، حبًّا بها، تركَ كلّ شيء من أجل أن يتمّم مشيئتك. آمين!

أعطي في روما، قرب القدّيس يوحنا اللاتيراني، 13 مايو/أيار 2020، في ذكرى الطوباوية مريم العذراء سيّدة فاطمة.

فرنسيس

© http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino.html - 15 maggio 2020

Assunzione della B.V. Maria, solennità

S. Tarcisio, accolito della Chiesa di Roma e martire († 257)

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