di ALBERTO FABIO AMBROSIO È una storia davvero appassionante quella di Thornton Wilder, vincitore del Premio Pulitzer nel 1928 per The Bridge of San Luis R e y. Tradotto in italiano (Il ponte di San Luis Rey, Roma, Elliot Edizioni, 2013, pagine 151, euro 16) per la seconda volta dopo l’edizione del 1929 (Milano, Modernissima), l’impatto letterario è ancora oggi indubbio e questo viene sapientemente esplicitato da Tappan Wilder che chiude il libro con un’interessante postfazione. Fr a ’ Ginepro, voce principale, è un francescano del XVIIIsecolo che desidera comprendere il senso della provvidenza attraverso una sua scienza tutta nuova, un misto di critica storico-scientifica e sapienza umana.
Quest’uomo, un po’ inquieto a dir la verità, cerca di comprendere il perché di una sventura: la morte di alcune persone causata dal crollo del mitico ponte San Luis Rey, che per più di mezzo secolo aveva garantito il collegamento tra Lima e Cuzco. Quel crollo improvviso è l’occasione che lo induce a mettersi alla caccia delle tracce di vita concreta dei malcapitati. Il francescano infatti, che si accingeva anche lui ad attraversarlo, rimane travolto dal senso della tragedia in cui avrebbe potuto soccombere. «Inizia a porsi delle domande che assumono sempre più un carattere morale e religioso: si è trattato di una terribile fatalità o di un disegno divino? Chi erano quei cinque e perché si trovavano proprio in quel luogo e a quell’ora?». Cinque persone, cinque vite che si sfiorano. Ma Fra’ Ginepro non si dà pace, vuole ricostruire tutte queste esistenze per capire se le vicende personali dei cinque conducono a una nuova soluzione di un eterno problema: il destino comune. Fra’ Ginepro cerca di razionalizzare quanto sfugge al desiderio umano di capire. Afferma la voce narrante che il frate, dopo aver ricostruito con dovizia di particolari le cinque esistenze, «si convince che era giunta l’ora di dare una prova al mondo, una prova sinottica, della certezza luminosa e appassionante che dimorava dentro di sé». La sua modalità è però del tutto fantastica e non rende ragione se non dell’eterna intelligenza che permane pur sempre misteriosa.
Così, infatti, il narratore: «Vi risparmierò le generalizzazioni di Fra’ Ginepro. Sono anche le nostre, quelle di sempre. Egli era convinto di vedere in quella sciagura i cattivi castigati dalla distruzione e i buoni chiamati in Cielo anzitempo. Era convinto di vedere la ricchezza e l’orgoglio sconfitti come esempio per il mondo, ed era convinto di vedere l’umiltà incoronata e ricompensata per la costruzione della città». Il libro che Fra’ Ginepro lasciò in eredità ai posteri fu giudicato eretico perché l’interpretazione del francescano non era in linea con la dottrina classica. Leggendo la postfazione si capiscono i retroscena e la formazione di Wilder: la sua passione per la letteratura francese, ma non solo, e per i numerosi trattati scientifici dell’epoca così come anche la passione per la vita che sapeva sempre conquistarlo. Tappan Wilder cita in proposito l’autore del romanzo: «L’arte della letteratura nasce da due curiosità, quella sugli esseri umani, estremizzata fino a farla somigliare all’amore, e quella sull’amore per alcuni capolavori letterari talmente avvincenti da contenere tutti gli elementi più intensi della curiosità».
© Osservatore Romano - 15 giugno 2013