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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

lavanda dei piedi dipinto ccCirca un mese fa, il 13 ottobre, S. Ecc. za Mons. Francesco Savino ha rilasciato una intervista alla Redazione Diritto di Cronaca presente nel loro canale YouTube a questo indirizzo https://youtu.be/PZAAnfCCpXU?si=bDiTN1ROuZUTfeh-

L’intervista merita di essere analizzata nella dimensione comunicativa e nei contenuti per comprendere il pensiero ivi espresso del vice-presidente della CEI.

Tuttavia essendo assai ampia ci limiteremo solo ad alcune parti.

Premessa

Occorre certamente qualche necessaria premessa. Quando un Vescovo si espone pubblicamente in questo modo non lo fa certamente, almeno nella sostanza, per vanità ma mosso da sante intenzioni e desideri di servire il Regno. E, servire il Regno, significa servire le Persone alla Luce di Cristo. Sarebbe dunque un esercizio distorto quello di giudicarne aprioristicamente le intenzionalità che sono, di sicuro, buone.

Altra necessaria premessa è che questa è una intervista, non è una catechesi, non è una prolusione, un corso di formazione e non è uno studio. Pertanto la colloquialità è la cifra di tale momento. Purtuttavia, a mio avviso, rimane fondamentale, anche in questi contesti, essere precisi nelle definizioni. Purtroppo in questi anni siamo stati “abituati” a reiterate interviste, persino del Santo Padre, e questa non è sempre stata una scelta felice perché in tali contesti non sono stati sempre rispettati i criteri di chiarezza comunicativa e di servizio alla Verità; ma, nella migliore delle ipotesi, si è iniziato un cammino di empatia e di gradualità che, purtroppo, poi è ristagnato in terribili semplificazioni su argomenti importanti dal punto di vista etico, morale, politico.

E le semplificazioni, purtroppo, non aprono alla trascendenza anzi aprono ad una secolarizzazione che è tutt’altro che “nuova evangelizzazione” così come voluto dal magistero di tutti i recenti pontefici. Ricorda correttamente Marco Invernizzi, analizzando le parole recenti di S. Em.za il Card. Matteo Zuppi sul tema “cristianità” e “cristianesimo”:

“Credo sia proprio questo il punto: siamo convinti e siamo preparati per fare questa proposta, oppure siamo succubi del “pensiero dominante”, che ci vuole sottomessi al “politicamente corretto” al punto dall’avere dimenticato la bellezza del nostro patrimonio cristiano?”.

Anzi, sovente, diverse lodevoli buone intenzioni pastorali diventano “buoni intenzionismi” che tradiscono i cinque punti che, come le dita di una mano, vanno tutti assieme “Accogliere, Ascoltare, Accompagnare, Discernere ed Integrare” (EG. 25) alla Luce e nella Grazia di Cristo.

Procediamo dunque con l’analisi della dimensione comunicativa.

L’intervista ha come sottofondo una musica non solo rassicurante ma anche “consacrante”, i contenuti.

Questo è molto importante dal punto di vista fono-simbolico.

Se la musica accompagna le intenzionalità, essa si pone su un piano intenzionale ed emotivo e rischia di essere dissonante con i contenuti, perché tali contenuti, appunto, potrebbero non essere autentici da un punto di vista morale e prima ancora evangelico.

È quindi assai importante sottolineare che non sempre, in alcuni contesti, la musica si sposa alla veridicità dei contenuti ma piuttosto va a sostenere una idea che potrebbe essere più o meno gravemente erronea. Si rischierebbe di capitolare in un fono-simbolismo degradato veicolante uan vendibilità.

Entriamo ora nell’analisi di ciò che viene detto, pur tenendo conto delle precedenti premesse.

Esistono Persone LGBTQ+?

L’intervistatore entra subito nel vivo toccando la dimensione pastorale che vede S. Ecc.za protagonista nel Celebrare a San Pietro il giubileo “del popolo LGBTQ+”.

L’affermazione “popolo LGBTQ+” o affermazioni simili sono, in un’ottica personalistica, profondamente erronee ed imprecise. Ne ho parlato chiaramente ne “Indicazioni teologico-pastorali per la Pastorale delle Persone con omo-affettività”:

“… Se desideriamo veramente servire i fratelli e le sorelle non sarà senza prezzo lo sforzo di modificare anzitutto linguaggi e terminologie che creano uno sguardo e una mens dinsinclusiva. Un primo modo comune da rettificare e che viene usato, per comodità (psichica e sociologica) per identificare una determinata realtà è quella di “ghettizzare” e “circoscrivere” tale realtà. Cominciamo col dire che non esistono Cristiani LGBTQ+ ma Persone (ed è qui il punto) che sperimentano, in forma più o meno radicata ed intensa, una spinta omo-affettiva oppure vivono difficoltà, anche drammatiche, di auto-riconoscimento del loro essere sessuato “anatomico” e “biologico”. Chiamare tali Persone come “Cristiani LGBTQ+” o “Cattolici LGBTQ+” capitola in una forma pietistica di ghettizzazione che ottiene il contrario dell’inclusione, di cui, piuttosto, tutti abbiamo veramente bisogno ...”

Da un pastore, ci si aspetta che possa rettificare chiaramente l’impostazione del tema posto dall’intervistatore proponendo l’antropologia personalistica del Vangelo. Ci si aspetterebbe, in altre parole, una luce evangelica chiara sul Principio di Persona al fine di chiarire i termini di ciò di cui si sta parlando. Così nell’intervista non è avvenuto ma, ci si è spostati non sul lato del principio, che andrebbe corretto e che introdurrebbe una corretta risposta e delle fondate conseguenze, ad un lato di pancia, esperienziale.

S. Ecc.za, infatti, parte dalla propria esperienza personale e parla di persone che “sono state vittima di giudizi, pregiudizi e di altro…”.  

L’uso dell’espressione “Popolo LGBTQ+” è una forma di ghettizzazione perché circoscrive alcuni fratelli e sorelle e rinforza la loro sofferenza. Inoltre, non armonizzare la propria esperienza con un dato oggettivo che viene dal Vangelo, significa storicizzare un dato che invece è metastorico e trascendente come il Vangelo.

Se partiamo solo dall’esperienza, senza portare al contempo una luce e una chiarezza, non incarniamo il Vangelo e non forniamo quella “verità che rende liberi” ma, piuttosto, ci areniamo. Le nostre buone intenzioni non ci hanno aiutato ad aiutare ma, piuttosto, a legare quello che provano alcuni fratelli e sorelle. In questo modo, volendo abbattere un muro ideologico e ne abbiamo costruito un altro colorato ed appetibile.

Dice S. Ecc.za “bisogna ridare dignità a queste persone a cui la dignità è stata tolta”.

Se questa affermazione è rivolta alla Chiesa, è affermazione crudele perché verso i fratelli e le sorelle con omo-affettività la dignità la Chiesa non l’ha mai tolta, a cominciare dal suo catechismo. La dignità, in quanto persone c’è ma non è tolta, semplicemente, in alcuni casi, nelle comunità, non è stata svelata. È mancata la formazione. I motivi sono diversi (ne accenno qui, con uno studio del 1999) ma certamente l’abbandono grave della logica e della metafisica è uno dei danni del nostro tempo.

In breve, non è “l’accidente” che qualifica una dignità. Una Persona “con” una tendenza non “è” la sua tendenza. Se ho perso un braccio in un incidente non sono meno persona di chi ha entrambe le braccia. La nostra dignità è identica ed anzi la mia “menomazione” fisica potrebbe sviluppare in me delle potenzialità compensative ed adattative che potrebbero far impallidire le abilità della Persona con entrambe le braccia.

Questo è, a mio avviso, il punto su cui le comunità, e prima ancora i pastori, sono chiamati a crescere. Se invece io voglio “ridare” dignità mi pongo in un assetto di superiorità. Non svelo, ma addirittura dono, concedo. Chi dona qui, però, è Uno solo e lo ha già fatto creando la Persona che, appunto, è più importante della sua tendenza, dei suoi “accidenti” e delle sue colpe, ove presenti.

L’Incarnazione e la Redenzione, sono il prezzo infinito che Cristo ha già donato sottolineando la nostra importanza agli occhi del Padre. E questo è atto pneumatico, pienamente spirituale e pienamente concreto di Verità e Carità. Altrimenti il nostro agire pastorale è patinatura ma non Kerygma.

Continua S. Ecc.za: “Capisco che, anche qui, va ripensata l’antropologia, anche noi uomini di Chiesa dobbiamo dialogare con le scienze umane. E le scienze umane non sono statiche, non sono un museo dove ci sono reperti archeologici. Le scienze umane sono dinamiche, sono in progress, per cui dobbiamo capire fino in fondo che cosa sono queste diversità sessuali. E non vorrei scandalizzare ma vogliamo non solo ridare dignità ma vogliamo capire che queste persone sono appunto delle persone, che sono dei cittadini e delle cittadine che hanno diritti e doveri. È arrivata l’ora, a mio avviso, che io definisco l’ora del coraggio, l’ora dell’autenticità, della verità, della trasparenza in cui devono cadere anzitutto, tutta una serie di approcci ideologici al problema. Se noi ci avviciniamo ideologicamente a questo problema è chiaro che questo atteggiamento genera sempre emarginazione. Per usare una frase di don Tonino Bello, lui parlava di Drop out, cioè di coloro che vivono ai margini. Io quando ero parroco avevo aperto una casa di accoglienza nella Parrocchia dove avevamo organizzato con la comunità un bellissimo progetto socio-sanitario dove tra l’altro avevamo messo su una casa di accoglienza dove io ho incontrato, tra i transessuali e prima di incontrare questi transessuali un amico di un quartiere marginale di Bari mi aveva fatto conoscere un ragazzo che per privacy non posso dire ma che a Bitonto è conosciuto da tutti che era Transessuale. Lui era un ragazzo che ahimé aveva subito violenza da quando era bambino. E a causa di questa violenza tutta la sua vita, diciamo di identità è stata tutta una trasformazione progressiva. E lui da transessuale, tra l’altro era molto conosciuto anche nel mondo dei Vip, molto ricercato, anche a livello di relazione intima, lui mi ha aperto gli occhi su un mondo che io non conoscevo. Perché anche qui, in pubblico c’è questo atteggiamento di emarginazione di queste persone. Poi in privato molti si servono sessualmente di queste persone. Allora usciamo fuori dall’ipocrisia da ogni approccio ideologico e facciamo nostro quel bellissimo manifesto dei verbi che devono costituire la vera pedagogia dell’accompagnamento di queste Persone. Soprattutto mi riferisco al cap. VIII dell’Amoris Lætitia di Papa Francesco, quando parlando lì di coppie irregolari diceva di Accogliere, Ascoltare, Accompagnare, Discernere ed Integrare. Queste Persone, che noi definiamo diverse, sono Persone che hanno un’altra identità che va capita, va compresa. A loro non va negata la possibilità di essere amate e di amare, anche a livello intimo, a livello sessuale. Perché negare questo che io definisco un loro diritto. E sono convinto che quella bellissima profezia, quel bellissimo progetto, chiamiamolo così pastorale ma lo chiamerei socio-antropologico di don Tonino Bello, quando parlava della convivialità delle differenze. Noi dobbiamo imparare ad organizzare comunità dove si vive la convivialità delle differenze. Differenze da tanti punti di vista, certo a partire da quella del colore della pelle arrivando a quella della identità sessuale della persona. E ritengo che proprio sulla convivialità, sulla comunione delle diversità si gioca, a mio modesto parere, la civiltà, si gioca una democrazia più matura, si gioca una Chiesa più inclusiva e non una Chiesa che esclude.” 

In questo lungo discorso di S. Ecc.za si evidenzia una gravissima confusione di diversi piani che non andrebbe mai fatta, anche in una intervista. Anzitutto il piano tra le scienze umane e la metafisica.

Le scienze umane sono chiamate, secondo la prospettiva popperiana, alla verifica e alla falsificabilità. Si muovono su un piano diverso da quello della metafisica, che invece riflette sui fondamenti. Anche il piano delle scienze umane, benché non in contrasto con la fede, si muove diversamente dal dato evangelico, che è un dato rivelato e teologico. Per la Tradizione della Chiesa e la Sacra Scrittura, l'antropologia non può essere ripensata, ma semmai approfondita.

Ad esempio, il magistero di San Giovanni Paolo II, partendo dal dato rivelato e trovando risonanza nel dato culturale, ci ha aiutato ad approfondire la bellezza e l'importanza della sessualità come binaria e a sviluppare una profonda teologia del corpo. La scienza ci conferma che tale dato è genetico.

Pertanto, affermare che l'antropologia va ripensata non è solo un dato falso, ma è anche profondamente ideologico e confusionario, e, cosa peggiore, genera confusione. Questa affermazione è appunto impropria, per contesto e sostanza, ed è ideologica.

Il fatto che un Vescovo confonda i piani, sia dell'argomento che del contesto, tra riflessione personale in un contesto protetto e il contesto pubblico, è assai grave, perché alimenta quella confusione tipica dei nostri tempi.

Più che ad una “Chiesa in uscita” siamo davanti a una “Chiesa confusa che genera confusione”. Non dobbiamo generare empatia ma affabilità in Cristo, perché è la vicinanza di Cristo che parla, Lui solo, al cuore del cuore dell’uomo.

Nel contempo, la spinta pastorale, pur animata da lodevoli intenzioni, è segnata anche dalla ricerca clericale e patinata di slogan: “ridare dignitàè l’ora del coraggio”, di sapore selfistico che tocca molto gli ambienti ecclesiastici odierni con quel motto sotterraneo della “Chiesa del nuovo, oltre l’infinito ed oltre” e che, purtroppo, tradisce il senso autentico della“Chiesa in uscita” (Cit. EG. 20ss).

A me, come ho scritto altrove, questo modo di porsi, ricorda molto il narcisismo di Gen. 11, che è monito per ciascuno di noi.

Inoltre, è pur vero che “accogliere non è legittimare”, come viene talvolta ripetuto, ma bisogna vedere la qualità dell’accoglienza, la modalità dell’accoglienza e il cammino che si vuole proporre nello Spirito Santo. Altrimenti ci muoviamo nel terreno delle buone intenzioni che ben presto si arenano perché ci si è mossi non per mandato e nella potenza del Kerygma (1Cor.2,4) ma per spinta volontaristica e superficiale. 

Il discepolo di Gesù accoglie tutti, anzi ciascuno, perché fa memento costante del suo essere accolto ma nel contempo porta il dono che ha ricevuto che è Gesù e tutto quanto deriva da Lui.

Attenzione che il rischio del pelagianesimo non è solo quello di alcuni che fanno risalire la loro bontà nelle opere morali o della dottrina ma anche in coloro che pretendono di impostare una pastorale con superficialità sui volontarismi delle buone intenzioni sopravvalutando l’umano a scapito della Grazia. E di questo si ammanta una certa "neo-dottrina" antropologica.

Ricorda S. Agostino: “Quanto poi al riconoscimento da parte di Pelagio che la possibilità naturale è aiutata dalla grazia di Dio, non è chiaro in questo testo né quale sia la grazia di cui parla, né in quale misura ritenga che da essa sia aiutata la natura, ma, come si può capire in altri passi dove parla con più evidenza, vuole che s'intenda che ad aiutare la possibilità naturale non sia nient'altro che la legge e la dottrina.” (Agostino Vescovo, Opera polemica, Il Peccato originale, Libro primo, 6.8)

L’intreccio tra Grazia, che genera in noi Accoglienza e nel contempo il moto interiore nel fratello e nella sorella di trovare Gesù, necessita che ci sia un accompagnamento, un catecumenato (che dunque non riguarda solo i contenuti, ma l’esperienza cristiana totalizzante) che aiuta la chiarificazione, la guarigione, la trascendenza, l’armonizzazione interiore, la consapevolezza delle proprie colpe con coscienza, il lume gioioso della Speranza e la bellezza della Gioia; insomma una direzione spirituale vera e propria. E questa è fatica.

Primo perché non c’è nulla di scontato e la vita delle Persone non è una casella da riempire con delle informazioni o con delle buone intenzioni.

In secondo luogo perché le ferite in alcuni fratelli e sorelle sono copiosi e non basta certo poterli ospitare nell’ospedale da campo ma occorrono servizi infermieristici e medici adeguati.

In terzo luogo perché la direzione spirituale la pratica chi la vive.

Attenzione a non precipitare negli abusi

Davanti all’esperienza, talvolta drammatica, di alcuni fratelli e alcune sorelle che vivono una tendenza omo-sessuale o una condizione di inadeguatezza soggettiva alla propria corporeità e alla propria sessualità, occorre stare attenti a non tramutare l’ascolto e l’accoglienza in una forma di abuso.

Sì, l’abuso non è solo quello diretto ma anche quello indiretto ed è presente tutte le volte che non comunichiamo, nei dovuti modi e contesti, la Speranza del Vangelo.

Cosa c’è di più rivoluzionario se non dire che Gesù ti ama nonostante ci sia in te qualcosa di dissonante, di rotto o di disordinato. Cristo ti ama nonostante il tuo peccato, ma la stima è anche un moto di rinnovamento e di taglio con ciò che ci fa male (Gv. 8).

E chi di noi può dire di non avere disordini nel cuore e nella mente? Ma se io chiamo il disordine dicendo che è un ordine sto mentendo e sto abusando della debolezza del fratello e della sorella. Faccio alleanza con la sua tendenza non con la Persona. Rinforzo una malattia del sé, rinforzo le sue catene.

Se, ipoteticamente e fuori dal matrimonio, io vivo un rapporto sessuale con una donna che liberamente si concede, senza forzature e “in piena coscienza”, il mio comportamento non mi rende meno abusivo. Abuso di me stesso, abuso di quella donna, abuso dei nostri corpi, abuso del suo abusarsi, abuso della Grazia che sarebbe potuta scaturire dicendo un chiaro e fermo “no!”.

Quanto amore dietro un “no”, quanto vero e profondo “sì” c’è talvolta dietro un “no!”. Quanta somma vicinanza e prossimità c’è talvolta dietro una distanza da una tendenza che avvilisce la sostanza della Persona.

Se, come evidenziato nella storia narrata da S. Ecc.za, una Persona con tendenza Trans, a Bitonto, che ha subito abusi e che quindi all’interno di questo percorso esistenziale e deformante la sessualità ha assunto strategie affettive compensatorie, rinforziamo tali strategie affermando: “A loro non va negata la possibilità di essere amate e di amare, anche a livello intimo, a livello sessuale”, noi stiamo ferendo ulteriormente e gravemente queste Persone.

È un’affermazione e una prassi abusiva. Significa proprio tradire (e non comprendere) quanto affermato da Papa Francesco nei punti di “Accogliere, Ascoltare, Accompagnare, Discernere ed Integrare”.

Diritti inautentici e diritti autentici

Occorre stare severamente attenti a non generare confusione proprio sul piano dei diritti fondanti. Ogni Persona ha certamente bisogno di amare e di essere amata. Il Vangelo illumina grandemente illuminando l’antropologia con la Luce di Cristo, su cosa significhi amare e su cosa significhi sessualità ed affettività: una capacità piena, realizzata e traboccante, nonostante le ferite.

La misura dell’Amore non è data da una tensione ma è legata all’ontologia della Persona come sostanza in relazione, capace di Bene, per sé e per l’altro, alla luce di Gesù.

La sessualità si propone all’interno di questa dimensione ontologica illuminata dalla Verità e dalla Carità di Cristo, non dalle pulsioni affettive e/o sessuali che noi chiamiamo, confusamente, diritti.

La Castità, ad esempio, come Consiglio evangelico per tutti, battesimale, è una strada cristificante che ogni battezzato e tanto più un Vescovo deve proporre con chiarezza e gradualità. E guai se un cristiano non proponesse questo consiglio evangelico.

Se un cristiano Accoglie ed Ascolta ma non Accompagna, nel principio della gradualità (che non è la gradualità del principio, come si evince a tratti da questo lungo discorso del Vescovo, chiamando diritto ciò che non lo è) e non Discerne, rischia di non Integrare né tanto meno di Includere.

Infatti l’Inclusione, etimologicamente e valorialmente, è il passo successivo all’Integrazione. Ma solo ciò che è Integrato può essere Incluso. E solo chi ha integrato accettabilmente le sue energie affettive può aiutare realmente ad integrare. Guai a noi se rinforziamo comportamenti che allontanano la Persona dalla Sua intrinseca dignità in Cristo.

Purtroppo è proprio sul piano del discernimento che si fa confusione perché la formazione permanente è scarsa, se non assente, e tale formazione, per il cristiano, si svolge in un’ottica più completa della sola catechesi e riguarda, come già detto, il catecumenato. Ma se questo non ce l’hanno chiaro i pastori come potranno averlo chiaro i fedeli?

Il punto di non ritorno è Gesù Cristo

Si affaccia poi un altro problema. Il Vescovo, per dare valore e una certa legittimità alla Sua scelta giubilare cita prima un incontro con Papa Francesco e poi con Papa Leone definendo quell’esperienza come “un punto di non ritorno per quanto concerne la pedagogia inclusiva, la pedagogia di approccio a questo mondo”.

E qui è il problema.

Molti di noi già hanno svolto e svolgono una presenza pastorale accanto e con Persone con tendenze omo-sessuale o, come preferisco, con tendenza omo-affettiva ma, appunto, la pastorale si misura in un cammino non solo nella prima fase.

Se non intendiamo bene l’affermazione “Accogliere, Ascoltare, Accompagnare, Discernere ed Integrare” ci si ferma ad una dimensione iniziale, certamente di ricchezza personale ma non si cammina con e, soprattutto non si cammina “per”. Come ho scritto nel saggio che raccoglie la mia esperienza pastorale:

“Ora, e questo è un punto decisivo, Dio ama ed accoglie certamente tutti, anzi, ciascuno, così come siamo. Ma proprio perché ci ama infinitamente non vuole lasciarci lì dove siamo. E ciascuno ha un mirabile ed unico cammino, un ineludibile percorso che è legato strettamente al Noi trinitario e al Noi della Chiesa”.

La Pedagogia di un primo incontro e disarmo del giudizio sulla Persona non significa che non ci sia un giudizio sulle scelte e sui comportamenti. Gesù su questo è sempre stato chiarissimo ed esigente, e quindi, previamente, donante. Gesù dona ciò che chiede e anticipa e sostiene ciò che chiede: “Va’ e non peccare più” (Gv. 8,11). Questo dice la Sua Sposa missionaria, la Chiesa, da sempre. Nel mandato apostolico esteso a tutta la Chiesa di Cristo:

 «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno» (Mc. 16,15).

A stare vicino ad una Persona che vive una tendenza sessualmente distonica o ferita o disordinata dicendole: “Ti voglio bene e tu hai diritto a vivere la tua sessualità come vuoi” ci vuole veramente poco, ma qui non c’è traccia alcuna di Cristo.

Portare piuttosto a Cristo una Persona, con tutto l’amore di cui si è capaci, perché faccia scoprire la preziosità unica ai loro occhi, nella gradualità possibile, di accogliere una tendenza e ri-orientarla nella Grazia, questo invece è assai difficile e serve veramente la ferialità e la pazienza del camminare con Cristo e con il fratello, con Cristo e con la sorella, senza cedere di uno iota sia nella prossimità che nella Verità.  

“Tu sei prezioso agli occhi di Dio e ti voglio bene e quello che in te sperimenti come tendenza non è prezioso come la tua unicità. Questa tendenza in te orienta non al Bene ma tu sei unica e preziosa, prezioso e dietro una contraddizione che sperimenti, sono certo, che Dio, che immensamente ti ama e ti ha voluto, ti mostrerà come viverla trasformandola e, nel caso, guarendola. Io ti sono accanto, come servo. Come servo ti annuncio che Dio ti ama, che tu sei unico ed unica e questa tendenza non aiuta a far emergere la tua più profonda felicità; ed io come servo ti sarò sempre accanto”.

Se la Prossimità e la Verità si distaccano abbiamo fallito. Sin dall’inizio.

Siamo partiti da buone intenzioni e abbiamo rinforzato il disordine e spento la fiamma autentica della Grazia, siamo stati empi. A tal proposito scrivevo:

“Da ricordare che l’empietà è il modo patinatissimo che abbiamo, in quanto credenti, per chiamare bene il male. E questo è un habitus terribile ed ingannatorio che ci rende anestetizzati ai richiami trascendenti della Grazia.  Nella vita affettiva disordinata, ad esempio nell’adulterio o nella pornografia, l’esperienza tende a confermare sé stessa in quel principio auto-validante della percezione liminale. E questa auto-validazione dissocia il sé dal sé e crea un habitus dissociativo sempre più deformato e deformante. Questo è uno degli effetti dell’empietà.”

 

Il matrimonio è solo tra uomo e donna

Due uomini o due donne, uniti civilmente, non sono sposate”, come viene detto nell’intervista da S. Ecc.za, ma hanno una unione riconosciuta civilmente. Come non sono sposati di un uomo e una donna che hanno celebrato un rito civile.

Se un Vescovo le riconosce come “sposate” in comune, anche qui, non solo tradisce il Suo mandato pastorale ma tradisce anche la volontà della Chiesa che, proprio su questo, con Papa Francesco in diverse occasioni, nonostante la confusione talvolta posta sulla questione delle unioni civili (si veda qui), ha affermato chiaramente che il matrimonio è solo tra uomo e donna.

Ricordiamo le parole di Papa Francesco: “Oggi vorrei condividere con voi alcune riflessioni sul matrimonio, perché nella Chiesa e nel mondo c’è un forte bisogno di riscoprire il significato e il valore dell’unione coniugale tra uomo e donna su cui si fonda la famiglia. Infatti, un aspetto certamente non secondario della crisi che colpisce tante famiglie è l’ignoranza pratica, personale e collettiva, circa il matrimonio. La Chiesa ha ricevuto dal suo Signore la missione di annunciare la Buona Notizia ed essa illumina e sostiene anche quel “mistero grande” che è l’amore coniugale e familiare.” (Udienza al Tribunale della Rota Romana in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario, 27 gennaio 2023)

Pertanto come può, lo chiediamo con passione, rispetto e appartenenza, un Vescovo utilizzare la parola “sposate” per descrivere una unione civile tra due uomini o due donne? Questo non è accogliere ed integrare ma generare e perseguire una confusione. Le parole sono importanti, specie per noi cristiani, perché si sintonizzano, per quanto possibile, con la Parola e sul mandato che abbiamo ricevuto.

Per servire il Regno, i manicheismi vanno corretti, dentro e fuori di noi

L’intervistatore poi pone una questione in ottica tipicamente “manichea”:

“La sua esperienza però viene, diciamo, a fronte di una storia che è quella della Chiesa e oggi non tutta la Chiesa la pensa allo stesso modo. Chi è rimasto fedele alla cosiddetta dottrina della Chiesa, il mondo omosessuale ancora lo persegue. Al margine, diciamo, poi di questa avventura, la chiamo io, importantissima del giubileo romano, che cosa è cambiato nel modo di pensare di monsignor Savino?”

Risponde S. Ecc.za: “Guarda, io già avevo maturato questo stile, questa mentalità, questa mia postura di accoglienza, di ascolto, di accompagnamento, dello stare accanto a queste persone di questo mondo e per cui quell'esperienza abbia soltanto confermato, riconfermato che è una scelta giusta, una scelta di verità ed è anche una scelta di dignità, una scelta di giustizia nei confronti di queste persone. Per cui ho soltanto avuto una grande conferma, mi sono sentito ancora di più rinvigorito, rafforzato nella mia convinzione. Tra l'altro io penso che dobbiamo imparare, ecco, chi ha studiato un po', no, e chi per esempio ha studiato il mondo greco sa che quando parliamo di questi problemi, questi problemi sono sempre esistiti, no? Sono sempre stati. Il problema è che c'era bisogno e c'è ancora bisogno di sdoganare culturalmente, antropologicamente, ecclesialmente questo problema. Ma mi permetto di dire che per la Chiesa di Gesù, no, per la Chiesa di Gesù morto e risorto per noi, eh la Chiesa deve essere non può che essere, no, un corpo che include tutti, no? Nel momento in cui noi escludiamo qualcuno, io penso che infliggiamo una ferita al corpo crocifisso di Cristo. Quando Papa Francesco diceva che i poveri, persone fragili, persone vulnerabili, sono un luogo teologico dove noi tocchiamo la carne viva di Cristo, io sono convinto che questo mondo, una volta sdoganato, dobbiamo imparare a convivere seriamente, serenamente, responsabilmente, ripeto, senza assolutamente far sentire eh queste persone escluse. La parola esclusa, la parola esclusione non è una parola che appartiene al Vangelo. Quindi dobbiamo ripartire da qui per cercare di migliorare proprio noi stessi.”

Orbene, quando un interlocutore ci pone una questione in modo manicheo, alimentando fazioni, noi abbiamo il dovere, il sacrosanto dovere, di rettificare questa visione. Non ci sono da una parte i “rigidi tradizionalisti e conservatori” che non sanno accogliere e dall’altra gli “illuminati” sdoganatori che sono maestri di accoglienza. Questa riduzione posta dall’intervistatore non andava rinforzata ma smontata con affabilità e pazienza invece di rinforzarla. Non dobbiamo alimentare le “caricature”.

Le “caricature” spaccano il corpo di Cristo.

Troppe volte, anche con il precedente pontificato siamo capitolati in queste semplificazioni che non aiutano il Regno e alimentano le malattie interne alla comunità ecclesiale. Si è fatto un pessimo servizio alla Chiesa e alle Persone con tendenza omo-affettiva.

Per quanto riguarda la citazione circa l’omosessualità nel mondo greco, in un contributo di anni fa (vd qui) e in cui uso nella corretta accezione il termine “Persona omoaffettiva”, cioè “Persona con omoaffettività”, ebbene in quel contributo ho rettificato chiaramente questo avallo del mondo greco per la tendenza omosessuale:

“La “persona con omo-affettività” ha in sé qualcosa di nobile, ma non come la vulgata diffusa strumentalmente che fa vedere l’omosessualità come ben vista nel mondo greco e tra persone colte. Basti leggere Platone e il teatro greco per vedere come veniva inquadrata l’omosessualità e la sua dimensione “innaturale”. Sì, anche per il mondo greco l’omosessualità era contro natura. […] Per il mondo greco, meno inficiato di scienze positivistiche e più legato ai fondamentali ed alle vere domande dell’uomo, l’omosessualità era decisamente contro-natura.

Cioè l’omosessualità risulta contraria alla finalità stessa del piacere in ordine alla relazione data oggettivamente, come feconda e socialmente feconda, tra un uomo ed una donna.

Platone nelle Leggi (636, c), cita testualmente: «Il piacere di uomini con uomini e donne con donne è contro natura e tale atto temerario nasce dall’incapacità di dominare il piacere». Come si vede il testo di Platone richiama facilmente i primi versetti del cap. 6 del Genesi.

La vulgata creata ad arte della “nobiltà” dell’amore omosessuale, sostenuta a forza dal potere mediatico, oggigiorno, si configura più come una gigantesca operazione di rimozione omo-ossessiva per colorare di “buon intenzionismo” e di “bene” qualcosa che in sé non funziona e porta facilmente alla Tristezza di cui parlavamo nella riflessione precedente. Al Demone della Tristezza.
In questo Demone, in questo Loghismoi, capitolano gli atti sessuali disordinati ed ancor più quegli atti che si connotano come oggettivamente disordinati e contro-natura.

Per cui una colorazione di “nobiltà e di eccellenza” dell’omosessualità come dipinta dall’oncologoco Veronesi e altre personalità radical-chic, non è altro che una proiezione, piuttosto immatura, del voler negare la Tristezza che l’omosessualità porta in sé e che alimenta in sé stessa. Una pessima risposta ad una profonda domanda.

Ricordiamo, come fosse oggi, una proclamazione vigorosa di Franco Grillini a Porta a Porta di qualche anno fa: “Io sono felice, Fe-li-ce!”.

È comprensibile la difesa della propria condizione per gli equilibri del sé e contro vulgate omofobiche, che tradiscono sovente lo spirito del catechismo “.. . Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione”.

Ogni uomo ed ogni donna ha il diritto ed anche il dovere di essere felice. Ma sul criterio della felicità, come sull’amore, molto ci sarebbe da dire. Mentre il desiderio è legittimo ed è un dono di Dio, per ricevere Dio, necessita, parimenti, di aperture non narcisistiche, presenti anche in rapporto etero-affettivi, che di per sé la dimensione omo, cioè uguale, porta in sé.”

C’è forse dunque da sdoganare una neo-antropologia? Se si vuole non essere cristiani, sì e se si vuole essere contro-natura, certamente sì.

Amare ogni Persona, che è un dono-dovere in Cristo, in qualunque condizione, non ci autorizza a creare neo-antropologie (che rinforzano una radicale tristezza) ma scendere in profondità nelle midolla del Vangelo il quale certamente non esclude nessuno ma, realmente ed efficacemente, avvia un processo di trasformazione su cui noi dobbiamo assolutamente essere dei facilitatori e non delle barriere. Se io avallo la tendenza omosessuale di una Persona non sono un facilitatore ma una barriera e, di fatto, escludo quella Persona da sé stessa e da Cristo negandole il diritto alla Felicità che solo Cristo dona, anche in situazioni drammatiche o senza Speranza.

Cristo Gesù è il vero sdoganamento necessario per l’uomo perché dice all’uomo chi è e qual è il destino eterno della sua anima immortale.

La Chiesa non può andare avanti a slogan o a correnti ma solo se vive di Gesù, porta Gesù e si converte in Gesù.

Non si combatte lo gnosticismo con lo gnosticismo. La dimensione storicistica del dogma è modernismo e riassume gli errori del pelagianesimo e dello gnosticismo.

Continua S. Ecc.za: “Diceva, diceva don Lorenzo Milani, noi dobbiamo servire i poveri, io aggiungo gli ultimi, gli emarginati, ma dobbiamo servirci di loro. Per cui anche come Vescovo ho continuato a avere quello stile, quella postura, quella visione di chiesa, quella visione di pastorale. È chiaro che non sono mancate le critiche anche rispetto. Io penso che la critica che più mi fa male è quando è una critica aprioristica, preconcetta e che si basa sulla menzogna. Eh, quando la menzogna prevale sulla verità e quando mi si giudica o mi si fa del male, eh perché ci si basa sulla menzogna, allora sono quelle ferite che mi fanno molto molto male. Poi sono un uomo di fede, è chiaro che penso a Gesù, no? Certo, se Gesù eh fosse stato politicamente corretto nella sua vita, non sarebbe andato in croce proprio perché è stato scorretto, è stato un segno di contraddizione, un segno di rottura. Io vorrei ricordare quel bellissimo brano che noi dimentichiamo spesso, no? Quell'incontro tra Simeone, Giuseppe Maria e Gesù bambino. Quando la famiglia di Nazaret lo portano perché dovevano obbedire alla prescrizione ebraica giudaica, no? c'è quel bellissimo incontro dove c'è un dialogo tra Simeone e Giusto, cioè adesso finalmente posso morire perché ho incontrato finalmente il Salvatore, il Messia, il Goel, il Soter, colui che ho sempre atteso. Adesso posso anche morire, vero che quella preghiera noi recitiamo ogni giorno la sera compiuta prima di addormentarci, insomma, no? E nella visione evangelica, una visione biblica, il sonno è una sorta di metafora della morte, insomma, poi ci svegliamo ed è anche un segno di resurrezione. Va bene. In quell'incontro Simeone rivolgendosi alla Madonna dice una cosa, due cose terribili, ma vere. Questo bambino sarà un segno di rottura, di contraddizione. Poi aggiunge e a te una spada trafiggerà l'anima, cioè tu, madre soffrirà. Ecco, lì c'è tutto il fondamento dell’addolorata della Madonna dello Spasimo che anche qui in Calabria è molto molto eh fondata, no? È celebrata questo amore per la Madonna addolorata, no? E a te una spada lì c'è il fondamento dei dolori della Madonna. Cosa voglio dire? Lì, a mio avviso, c'è una chiave di lettura del cristianesimo. Cos'è il cristianesimo? Non è una filosofia, non è un'ideologia, non è una morale. Il cristianesimo è una persona che è un incontro con Gesù di Nazaret che tu poni al centro della tua vita e nel momento in cui tu incontri lui, lo poni al centro della tua vita, cambia il tuo sguardo sulla vita, cambia il tuo modo di vivere, cambia il tuo modo di esserci nel mondo. Il problema è che purtroppo tu parlavi della dottrina prima, no? Papa Francesco, ma anche Papa Leone, ci mette in guardia sempre da due pericoli, il pericolo del pelagianesimo e il pericolo dello gnosticismo. Il Pelagianesimo, Pelagio era un filosofo con cui si confrontò molto anche animatamente Agostino, e Pelagio pensava che tutta la vita dovesse dipendere dalla nostra etica di responsabilità, dai nostri sforzi. È vero che è importante la responsabilità personale, individuale e collettiva, ma diceva così non basta, no? Ci vuole la grazia di Cristo e lui diceva alla luce della sua esperienza, sappiamo molto bene che vita, diciamo, abbastanza vivace ha vissuto Agostino e poi la conversione che ha vissuto che lui la traduce in un bellissimo libro che io penso che dovremmo leggere prima di morire le Confessioni e poi Papa Francesco diceva state attenti allo gnosticismo. Cos'è lo gnosticismo? Lo rappresento come un'affermazione, ridurre tutto il cristianesimo a dottrina. Ma anche la dottrina non può essere fissista, no, stabile, statica, deve essere anche dinamica. Quando noi parliamo di dogmi e crediamo nei dogmi, i dogmi sono delle verità di fede, vorrei ricordare a me per primo e poi a tutti quelli che vedranno questo video, anche a te, a te Manuele e a te Eugenio, che il dogma è il punto di arrivo di un percorso dinamico di conoscenza, no? Il dogma non è che parte già come dogma, una verità di fede, pensiamo alla all'Immacolata Vergine di Maria, al dogma dell'Immacolatezza di Maria, è stato un punto di arrivo, certo, non un punto di partenza. Cioè c'è un cammino che si chiama diacronico, cioè storico, cioè evolutivo, cioè dinamico. Anche qui sono profondamente convinto che quando noi metteremo mano anche ai nuovi catechismi e anche al catechismo della Chiesa cattolica, senza voler forzare nulla, senza voler negare il magistero o i dogmi, io penso che certe verità di fede o un atteggiamento nei confronti, per esempio, dei fratelli e delle sorelle omosessuali, un atteggiamento va cambiato e quindi anche il catechismo deve evidentemente registrare questo cambiamento di posizione, questa visione altra e alta di questo mondo delle LGBTQ+”.

Un lungo intervento dove si alimenta la dicotomia errata tra Gesù Cristo e la dottrina nonché la leggenda nera secondo la quale, poiché Cristo è una Persona viva da incontrare, gli insegnamenti morali sono in perenne trasformazione. Ciò può accadere perché l’incontro con Cristo non viene correttamente visto come trasformante ma piuttosto come emotivamente confermante.

La dicotomia, piuttosto che la distinzione, su questi temi, genera confusione e, tuttavia, si spende come assai vendibile nel manicheismo del mondo.

Questa perenne migrazione della dottrina ad usum Delphini rischia di capitolare nel modernismo e, tra l’altro, si manifesta come ipertrofia dell’ego, proprio quell’ego tutto narcisistico che più avanti nell’intervista S. Ecc.za condanna.

Purtroppo si nega una dottrina per instaurarne un’altra, un altro paradigma, un’altra antropologia. Si arriva addirittura ad affermare di mettere mano al catechismo  “senza toccare nulla”. Ma come si fa a dar credito al "senza toccare nulla" se prima si è detto che si vuole sdoganare culturalmente, antropologicamente”. Triste ascoltare queste parole confuse da un Vescovo, tra l’altro così sensibile ed attento e, soprattutto, vice-presidente della CEI.

La Dottrina e i Dogmi non cambiano ma certamente evolvono grazie all’azione dello Spirito Santo. È lo Spirito che aiuta ad andare in profondità nei doni di Cristo e nel Principio di Persona scaturito dalla Cristologia e dalla Trinitaria, da San Paolo e da Boezio, e che illumina realmente anche situazioni pastorali impegnative.

Nell’esempio ricordato da S. Ecc.za circa il Dogma dell’Immacolata è importante ricordare che tracce di questa realtà di purezza, come partecipe speciale di Cristo, sono assai antiche, anche se non esplicitate in una chiara autocomprensione. Ben prima del genio teologico ispirato di Duns Scoto. Ogni Dogma, che è un dono dello Spirito Santo, ha in sé un proto-dogma sedimentato nella Traditio orante e riflessiva della Chiesa, sin dai tempi apostolici e sub-apostolici. A tal proposito ci illumina san Vincenzo di Lerins.:

“Qualcuno forse potrà domandarsi: non vi sarà mai alcun progresso della religione nella Chiesa diCristo?

Vi sarà certamente e anche molto grande. Chi infatti può esser talmente nemico degli uomini e ostile a Dio da volerlo impedire? Bisognerà tuttavia stare bene attenti che si tratti di un vero progresso della fede e non di un cambiamento. Il vero progresso avviene mediante lo sviluppo interno. Il cambiamento invece si ha quando una dottrina si trasforma in un’altra.
È necessario dunque che, con il progredire dei tempi, crescano e progrediscano quanto più possibile la comprensione, la scienza e la sapienza così dei singoli come di tutti, tanto di uno solo, quanto di tutta la Chiesa. Devono però rimanere sempre uguali il genere della dottrina, la dottrina stessa, il suo significato e il suo contenuto. La religione delle anime segue la stessa legge che regola la vita dei corpi. Questi infatti, pur crescendo e sviluppandosi con l’andare degli anni, rimangono i medesimi di prima. Vi è certamente molta differenza fra il fiore della giovinezza e la messe della vecchiaia, ma sono gli stessi adolescenti di una volta quelli che diventano vecchi. Si cambia quindi l’età e la condizione, ma resta sempre il solo medesimo individuo. Unica e identica resta la natura, unica e identica la persona.

Le membra del lattante sono piccole, più grandi invece quelle del giovane. Però sono le stesse. Le membra dell’uomo adulto non hanno più le proporzioni di quelle del bambino. Tuttavia quelle che esistono in età più matura esistevano già, come tutti sanno, nell’embrione, sicché quanto a parti del corpo, niente di nuovo si riscontra negli adulti che non sia stato già presente nei fanciulli, sia pure allo stato embrionale.

Non vi è alcun dubbio in proposito. Questa è la vera e autentica legge del progresso organico. Questo è l’ordine meraviglioso disposto dalla natura per ogni crescita. Nell’età matura si dispiega e si sviluppa in forme sempre più ampie tutto quello che la sapienza del creatore aveva formato in antecedenza nel corpicciuolo del piccolo.

Se coll’andar del tempo la specie umana si cambiasse talmente da avere una struttura diversa oppure si arricchisse di qualche membro oltre a quelli ordinari di prima, oppure ne perdesse qualcuno, ne verrebbe di conseguenza che tutto l’organismo ne risulterebbe profondamente alterato o menomato. In ogni caso non sarebbe più lo stesso.

Anche il dogma della religione cristiana deve seguire queste leggi. Progredisce, consolidandosi con gli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l’età. È necessario però che resti sempre assolutamente intatto e inalterato.

I nostri antenati hanno seminato già dai primi tempi nel campo della Chiesa il seme della fede. Sarebbe assurdo e incredibile che noi, loro figli, invece della genuina verità del frumento, raccogliessimo il frutto della frode cioè dell’errore della zizzania.

È anzi giusto e del tutto logico escludere ogni contraddizione tra il prima e il dopo. Noi mietiamo quello stesso frumento di verità che fu seminato e che crebbe fino alla maturazione.

Poiché dunque c’è qualcosa della primitiva seminagione che può ancora svilupparsi con l’andar del tempo, anche oggi essa può essere oggetto di felice e fruttuosa coltivazione.” («Primo Commonitorio» di san Vincenzo di Lerins, sacerdote - Cap. 23; PL 50, 667-668).

Pertanto ogni Dogma ha una dimensione proto-logica, logica ed esplicativa, sempre guidata dallo Spirito Santo. Ma non è possibile ricavare dalla dimensione apostolica o sub-apostolica un pensiero previo, in nuce, di una terza dimensione sessuata tale da ri-fondare (e sdoganare) una antropologia. E non è un problema che la Scienza può definire in un prossimo futuro. Ed è per questo che la Santa Madre Chiesa, sempre, ha detto chiaramente che la Persona è uomo o donna e definisce alcuni orientamenti come tendenze, per quanto radicati:

“Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.” (CCC 2358)

Della delicatezza del Catechismo, poi, cosa si vorrebbe cambiare? Come ho già espresso in altri interventi, personalmente, cambierei solo una cosa, da Persona omosessuale a Persona con tendenza omosessuale (o, meglio, omo-affettiva) proprio per ricordare che la Persona, uomo o donna, sono un dato che necessita di somma attenzione e di cammino pastorale nei termini che qui ci siamo già detti. Per il resto ogni cambiamento che porti a confusione, anche antropologica, è da evitare nel senso più assoluto. Proprio per amore verso le Persone con tendenza omo-affettiva che sono una consegna, un dono che Cristo ci porge alla nostra attenzione e che va vissuto con impegno, rigore e catecumenato. E quindi senza cedere mai in un cammino di gradualità nella Verità e nella Carità.

Ricordava il Card. Ratzinger in un prezioso saggio:

“La Chiesa, infatti, è sé stessa solo a partire da Cristo; essa è al sommo grado di sé, là dove è in Lui e da Lui deriva come da una sorgente. Per questo l’universalità è connessa con i gradi del nucleo cristologico e delle strade concrete che conducono a questo nucleo.” (J. Ratzinger, Dogma e Predicazione, Ed. Queriniana, pag. 35)

Gli apporti della Scienza possono certamente illuminare la pastorale ma non sostituire quanto presente con chiarezza nel dato cristologico e antropologico.

È noto che alcuni vogliano omettere la parte del catechismo inerente “gli atti intrinsecamente disordinati “(CCC 2357) creando un “nuovo paradigma” ma costoro non si accorgono che in tal modo sono i primi che negano di fatto la dimensione simbolica del mistero grande di Ef. 5 della relazione coniugale tra l'uomo e la donna. Vorrebbero dare una zona a sé, una specie di zona per coonestare coloro che vivono una tendenza omo-affettiva trasformando un oggettivo disordine in un via libera ad un diritto che, come abbiamo visto, diritto non è. Costoro, oltre che sovrastimare volutamente il piano del DSM (la cui storia ideologica sull’omosessualità è ben nota, vedi qui) rispetto alle esigenze antropologiche del Vangelo, si comportano, di fatto, come nemici delle Persone con tendenza omo-affettiva perché diventano dei rinforzatori di una tendenza che, sostanzialmente, senza la Verità sulla Persona, non viene mai illuminata, nella sua genesi, dalla Grazia di Cristo.

Rimane alto il monito, per tutti noi e specie per i pastori, che S. Agostino rivolge nel discorso 46.9:

Dopo aver detto che cosa amino questi pastori, [il profeta] ci dice che cosa trascurino. Pecore viziate si trovano infatti per ogni dove, mentre sono pochissime le pecore sane e grasse, cioè nutrite del solido cibo della verità e capaci, per dono di Dio, di cibarsi in buoni pascoli. Ora i cattivi pastori non risparmiano nemmeno queste. Non basta loro trascurare le prime, cioè le malate, le deboli, le fuorviate, le sperdute; per quanto sta in loro, essi ammazzano anche le forti e le grasse. Eppure esse vivono: vivono per un dono della misericordia di Dio, ma, per quel che dipende dai pastori cattivi, essi le uccidono. In che modo, mi chiederai, le uccidono? Vivendo male, dando cattivo esempio”.

Per ora ci fermiamo qui rivolgendo ai nostri Vescovi la domanda del titolo:

Cari padri Vescovi dove state andando? Quanto detto nell’intervista da S. Ecc.za Mons. Francesco Savino è anche il Vostro pensiero?

Paul Freeman


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