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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
mission robert de niroA cura di P. Pietro Messa, ofm

Come il sacrificio così anche l’espiazione è quasi completamente dimenticata; ma pure in questo caso la realtà è testarda e su uno la rimuove puntualmente si ripresenta nella sua complessità e contraddittorietà tanto da apparire persino assurda.

Perché ciò non accada un aiuto è offerto dalle provocazioni che il cardinale Angelo Scola lancia nel libro Ho scommesso sulla libertà che raccoglie le conversazioni dell’arcivescovo emerito di Milano con Luigi Geninazzi (Solferino, Milano 2018) in cui si trovano approfondimenti frutto di una riflessione certamente personale ma sempre nell’appartenenza alla comunità credente. Tali testi sono incentivi a continuare il confronto con l’umanità, soprattutto nella sua dimensione più drammatica e sfuggevole come quella del dolore nella consapevolezza che non ci si trova in strade senza uscita ma in passaggi verso un’ulteriore libertà.  

 

Personalmente, quel che più mi colpisce è il male involontario. Succede spesso di far soffrire delle persone con il proprio comportamento o per un proprio giudizio, ma non te ne rendi conto e nessuno te lo farà notare. Non c'è in gioco la responsabilità diretta come accade nel male consapevole eppure l'effetto è lo stesso, anzi può risultare addirittura più grave. Ho molto riflettuto su quest'aspetto e sono arrivato alla conclusione che nel male involontario si manifesta l'inevitabile solidarietà che ci lega l'uno all'altro. È la dimostrazione che la famiglia umana è davvero solidale: in negativo per il peccato originale di Adamo, in positivo per il fatto di essere stati creati in Cristo e redenti da Lui, che morendo sulla croce, ha espiato tutti i peccati del mondo e ha svelato così la fecondità del dolore.

 

La sofferenza come espiazione è un concetto fondamentale della dottrina cristiana che non trova più spazio nel pensiero contemporaneo. Lei pensa che abbia ancora un senso riproporlo oggi?

È un termine desueto, se ne parla di meno perché risulta essere depotenziato in un mondo che ha perso il senso del peccato e quindi della colpa. Ma non sono così convinto che il concetto di espiazione non trovi più posto nella coscienza dell’uomo contemporaneo. Da ormai ventisette anni vado a visitare i carcerati e non ho mai trovato un detenuto che obietti all’idea che il suo reato debba essere espiato. Prima ancora della legge, è il cuore che lo esige. Al male che noi compiamo è sempre connessa una pena e questa è un’esperienza universale che si lega al tema del rimorso. […]

Dunque l’espiazione è una questione di giustizia nel senso più profondo. È ciò che insegna la dottrina cattolica con il concetto di pena temporale che rimane anche dopo che il peccato è stato confessato e ha trovato il perdono nel sacramento della Riconciliazione. Non è un’astrusità della fede, è un’evidenza che emerge dall’esperienza di ogni uomo in ogni tempo. Se uno commette adulterio, anche se sua moglie lo perdona, non può aspettarsi che il rapporto con lei torni immediatamente liscio e tranquillo com’era prima. Ci vuole del tempo perché la ferita si rimargini, un tempo di fatica e di pena, appunto. La sofferenza come espiazione è sempre legata alla dimensione personale, perché è umanamente impensabile che uno possa essere chiamato a espiare per qualcosa che non ha fatto. Ma per il cristiano l’espiazione ha un significato che va oltre quello richiesto dalla giustizia: la sofferenza può essere consapevolmente offerta come “compimento in noi delle sofferenze di Cristo” scrive san Paolo nella Lettera ai Colossesi. Compimento non nel senso che i patimenti di Gesù siano insufficienti. Ciò che manca, “manca nella mia carne” dice l’Apostolo.

La sofferenza di Cristo è inclusiva, cioè tiene dentro tutte le altre sofferenze generando un’espiazione solidale. Per quanto quest’idea possa apparire lontana dalla nostra sensibilità, la ritroviamo realizzata in molti esempi di santità che sorgono nella vita della Chiesa. […] Ma penso anche all’esperienza del beato don Gnocchi, sacerdote che ha condiviso il dolore dei mutilatini educandoli a una totale immedesimazione con la sofferenza di Cristo. In un suo scritto don Gnocchi racconta che quei ragazzi, una volta resi partecipi di questa prospettiva, trovavano un’energia quasi sovrumana nel sopportare il dolore. […]

Ma la sofferenza come espiazione delle colpe del mondo non è uno schema che uno può applicare meccanicamente: mette in gioco la libertà della persona chiamata a collaborare all’opera della redenzione nel mondo più misterioso e sublime.

 

Il testo Pedagogia del dolore innocente del beato don Carlo Gnocchi, in  http://www.ilcattolico.it/rassegna-stampa-cattolica/formazione-e-catechesi/la-pedagogia-del-dolore-innocente.html