Bambino di Betlemme
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"E ogni volta che diceva «Bambino di Betlemme» o «Gesù»,
passava la lingua sulle labbra,
quasi a gustare e trattenere
tutta la dolcezza di quelle parole." (FF470)
E se Francesco di Assisi pronunciando il nome Santissimo di “Gesù” si leccava le labbra...
cosa dovremmo fare noi
nel pronunciare la parola “Padre”?
"I frati che vissero con lui, inoltre sanno molto bene come ogni giorno, anzi ogni momento affiorasse sulle sue labbra il ricordo di Cristo; con quanta soavità e dolcezza gli parlava, con quale tenero amore discorreva con Lui. La bocca parlava per l'abbondanza dei santi affetti del cuore, e quella sorgente di illuminato amore che lo riempiva dentro, traboccava anche di fuori. Era davvero molto occupato con Gesù. Gesù portava sempre nel cuore, Gesù sulle labbra, Gesù nelle orecchie, Gesù negli occhi, Gesù nelle mani, Gesù in tutte le altre membra. Quante volte, mentre sedeva a pranzo, sentendo o pronunciando lui il nome di Gesù, dimenticava il cibo temporale e, come si legge di un santo, "guardando, non vedeva e ascoltando non udiva". C'è di più, molte volte, trovandosi in viaggio e meditando o cantando Gesù, scordava di essere in viaggio e si fermava a invitare tutte le creature alla lode di Gesù. Proprio perché portava e conservava sempre nel cuore con mirabile amore Gesù Cristo, e questo crocifisso, perciò fu insignito gloriosamente più di ogni altro della immagine di Lui, che egli aveva la grazia di contemplare, durante l'estasi, nella gloria indicibile e incomprensibile seduto alla "destra del Padre", con il quale l'egualmente altissimo Figlio dell'Altissimo, assieme con lo Spirito Santo vive e regna, vince e impera, Dio eternamente glorioso, per tutti i secoli. Amen!" (FF522)
Dall'opera sul «Vangelo eterno» di san Bernardino da Siena
(Sermone 49, art. 1 - Opera Omnia, IV, pp. 495 ss).
Grande fondamento della fede è il nome di Gesù
per il quale siamo fatti figli di Dio
Il Nome santissimo dagli antichi Patriarchi e Padri fu desiderato, con tanta ansietà aspettato, con tanti sospiri, con tante lagrime invocato, ma nel tempo della grazia misericordiosamente è stato donato. Scompaia il nome dell'umana sapienza, non si senta nome della vendetta, rimanga il nome della giustizia. Donaci il nome della misericordia, risuoni il nome di Gesù nelle mie orecchie, poiché allora veramente la tua voce è dolce e grazioso il tuo volto.
Grande fondamento della fede pertanto è il Nome di Gesù, per il quale siamo fatti figli di Dio. La fede della religione cattolica consiste nella conoscenza e nella luce di Gesù Cristo; che è illuminazione dell’uomo, porta della vita, fondamento della salute eterna. Se qualcuno non lo ha o lo ha abbandonato, è come se camminasse senza luce nelle tenebre e per luoghi pericolosi ad occhi chiusi; e sebbene splenda il lume della ragione, segue una guida cieca quando segue il proprio intelletto per capire i segreti celesti, come colui che intraprenda la costruzione della casa senza curarsi del fondamento, oppure, non avendo costruita la porta, cerca poi di entrare per il tetto.
Questo fondamento è Gesù, porta e luce che, mostrandosi agli erranti, indicò a tutti la luce della fede per la quale è possibile ricercare il Dio sconosciuto, e ricercandolo credere, e credendo trovarlo. Questo fondamento sostiene la Chiesa fondata nel Nome di Gesù.
Il Nome di Gesù è luce ai predicatori, poiché fa luminosamente risplendere, annunciare e udire la sua parola. Da dove credi che provenga tanta improvvisa e fervida luce di fede in tutta la terra, se non dalla predicazione del Nome di Gesù? Forse che Dio non ci ha chiamati all'ammirabile sua luce attraverso la luce e la dolcezza di questo Nome? A coloro che sono illuminati e che vedono in questa luce, giustamente l'Apostolo dice: «Una volta eravate tenebre, ora siete luce nel Signore: camminate dunque quali figli della luce».
O nome glorioso, o nome grazioso, o nome amoroso e virtuoso! Per mezzo tuo vengono perdonate le colpe, per mezzo tuo vengono sconfitti i nemici, per te i malati vengono liberati, per te coloro che soffrono sono irrobustiti e gioiscono! Tu onore dei credenti, maestro dei predicatori, forza di coloro che operano, tu sostegno dei deboli! I desideri si accendono per il tuo calore e ardore di fuoco, si inebriano le anime contemplative e per te le anime trionfanti sono glorificate nel cielo: con le quali, o dolcissimo Gesù, per questo tuo santissimo Nome, fa' che possiamo anche noi regnare. Amen!

S. Francesco di Sales
al cap. 26 della Introduzione alla Vita Devota
TESAURIZZARE, RI-CENTRARE E RI-SIGNIFICARE IL SOSPIRO
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"Quando corpus morietur, fac ut animae donetur. Paradisi gloria"
“Perché dove è (stato accumulato) il tuo tesoro
lì è il tuo cuore”
“ὅπου γάρ ἐστιν ὁ θησαυρός ⸀σου, ἐκεῖ ἔσται καὶ ἡ καρδία ⸁σου.” (Matteo 6, 21)
“Una cosa ho chiesto al Signore,
questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita,
per gustare la dolcezza del Signore
ed ammirare il suo santuario..
Sono certo di contemplare la bontà del Signore
nella terra dei viventi.” (Sl. 26,4.13)
“Davide santo sospirò, più di ogni altro, di contemplare e vedere questo giorno. Infatti disse: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore» (Sal 26,4).”
(Dal libro «Sulla morte del fratello Satiro» di sant'Ambrogio, vescovo)
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Al sentire ri-centrare e ri-significare pare che sia opera nostra.
No. Questa è opera dello Spirito del Signore che ri-ordina e rende armonico il caos del cuore, le pulsioni di una vita, le dissipazioni di ogni genere, pulisce dalle sedimentazioni e le incrostazioni e riporta alla primigenia purezza per cui siamo stati pensati.
La morte è il luogo teologico dell'abbattimento delle proiezioni di Dio.
Tuttavia occorre che oggi, nel “giorno del Signore” e nel “giorno di tale commemorazione”, davanti al mistero della morte, diciamo “Sì”!
Perché ogni “no” si significa dietro un “Sì”.
E così la morte viene chiamata “sorella”.
E qui è la Sapienza che dona gusto, peso e sostanza al tuo peregrinare e alla nostalgia di casa.
“.. Perché dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Matteo 6, 21)
SGUARDO PROIETTIVO OPPURE ONESTO?
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“E il Signore soggiunse: «Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”
(Dal Vangelo della Domenica, Lc 18, 1-8)
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La dimensione proiettiva in noi è frequente.
Spesso nella nostra giornata usiamo questa strategia “difensiva” che ci viene dalla tara del Peccato Originale.
Perché le difese nascono da uno sguardo disonesto incapace di amore e di verità.
Cioè proiettiamo fuori di noi un male che è anche dentro di noi. Osserviamo una battaglia ed una incoerenza fuori di noi che è anche dentro di noi.
La dimensione onesta, osservativa, non cade, nelle trappole difensive dell’io o, perlomeno, cerca di cadervi sempre meno tanto quanto attende (fa tenda e desiderio) la venuta di Cristo.
Il problema è anche fuori di noi ma la battaglia cruciale si svolge nel tuo cuore, nella tua persona.
Qui troverà la fede il Figlio dell’uomo quando verrà?
Perché dentro di te, proprio dentro di te, è presente il giudice disonesto ed anche la dimensione del lumicino (che può diventare un faro) della povera vedova che grida incessantemente nella Grazia e per la Grazia.
E non importa quanta esperienza cristiana tu abbia e quanto tu abbia acquisito nozioni. Da quanti anni sei in una comunità e da quanto hai prestato servizio.
Né importa se sei una figura carismatica o anonima, dentro di te vige questa dialettica che rischi di fuggire con meccanismi coscienti e non, abitudinari ed involontari. Che mai in tempo vengono stanati.
I millenarismi apocalittici di ogni tempo non nascono solo da una osservazione non onesta del reale ma soprattutto da meccanismi proiettivi di un disagio dentro di sé che non si ha il coraggio di affrontare.
Sempre inquieti, sempre scontenti, sempre critici, sempre guidati dalla lamentela, sempre soffocati da un letto esistenziale proiettivo ci si crede leader, fautori del nuovo, profeti, illuminati, “eretici” puntando il dito, ovviamente, sulle inevitabili eresie altrui. Il male è fuori di me ed io sono un illuminato. Ti credi libero ma sei schiavo di una disonestà sostanziale. Soffri e ti bei sostanzialmente del tuo soffrire come una stimmata di unicità. Appendi volentieri la tua autostima a questo dolore che ti fa sentire unico, vivo, esistente, fautore del nuovo e tale dolore diventa il tuo neo-vitello d'oro a cui ogni giorno offri abbondante incenso.
Ti costruisci una disonesta maschera distorcente verso di te e proiettiva verso la realtà fuori di te. E magari ti circondi di persone che vivono la tua malattia, amplificando, così, la loro e la tua in un feedback egolatrico di leaderismo e di infantilismo.
Per cui non solo fai del male a te ma rafforzi le malattie altrui. Disonesto ed omicida, dimentichi la tua responsabilità e con il paravento di prenderti cura stai trascinando la tua anima e l'altrui nel fango.
Ti credi dio ma hai delle catene lucenti che stringono come una garrota.
In questo gioco di vanità e di disonestà narcisistiche e di proiezioni disoneste sotto sotto c’è una incapacità radicale di guardarsi dentro, magari nell'obbedienza di Fede, e di ascoltare la parte povera come la vedova che grida dentro di noi.
Violentando il reale in due modi:
o accettandolo passivamente con la superficialità del nulla cambia perché tu in definitiva non vuoi cambiare e donarti (si è sempre fatto così!.. e tanto!..)
o con la prepotenza che fa eco al nemico di rendere mangiabile ciò che non lo è: "fa che queste pietre diventino pane" (Mt. 4,3). Così da farti dominare dai tuoi appetiti, sani e disordinati; magari chiamando questi virtù.
In entrambi i casi si risponde male ai bisogni, al vero bisogno che, come la vedova importuna, sollecitato dalla nostalgia di Dio e dalla Grazia, dalla nostalgia della vera Casa, grida dentro di noi, che abilmente obnubiliamo o soffochiamo questa voce continua ed importuna:
“.. un'acqua viva mormora dentro di me e mi dice: Vieni al Padre”, afferma S. Ignazio di Antiochia alla comunità di Roma.
Questa è la voce da non spegnere mai, questa è l'unica "mormorazione" da non soffocare. Santa mormorazione che guida il tuo sguardo e lo educa.
Ed allora non smettere di gridare ed importunare, come la Vedova, il Signore tuo Gesù, il Signore nostro Gesù Cristo, perché il tuo intimo giudice disonesto inizi, davvero, ad avere uno sguardo onesto, responsabile, che si prende cura con la fortezza, la pazienza e lo sguardo di Dio.
Perché la Fede si rafforza chiedendola (Mc. 9,24) e donandola (Sl. 96,2)
ed il Signore verrà a visitare la tua terra trovandovi un fuoco che avrà scaldato ed illuminato molti senza fughe e proiezioni ma fisso al tuo posto, nel chiodo unico che ti è stato donato, perché fossi fedele.
PiEffe
ELEMOSINA E (È) RESTITUZIONE
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"Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro" (Lc. 11,41)
“Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rom 12,1-2)
“la santità è la perfetta unione con Cristo” (LG, 50)
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Quando trasgrediamo il grande precetto della Carità, in tanti modi, feriali o macroscopici, leggerezze e superficialità (che magari mascheriamo come, intuizione servizio e cronaca), persino con un "mi piace" o con discorsi e parole improprie, come feccia e lerciume che si riverbera con tanti rivoli mormoranti, non soltanto violiamo una legge, ma contristiamo lo Spirito Santo.
Il ché non significa che con il nostro peccato abbiamo un qualche effetto o potere su Dio ma che neghiamo a Dio la gioia stessa di poter essere come Lui dall'eterno ci ha pensato e neghiamo a noi stessi la possibilità di completare, grazie a Lui, ciò per cui siamo amati da sempre.
Rendiamo pertanto, per noi, meno efficace, la gioia della Carità. La quale non è un sentimento ma l'esperienza stessa della intimità effettiva ed affettiva con Dio e con la Chiesa.
Infatti quando trasgrediamo il grande precetto della Carità sempre meno ne conosciamo le profondità che solo dissetano il cuore fatto per la Carità stessa.
In una parola mancando verso tale precetto perdiamo le capacità ermeneutiche e "scientifiche" di conoscere veramente.
E rubiamo.
Essere dotti, umanamente dotti, senza la Carità, ci rende, paradossalmente, drammaticamente superficiali e liminali verso l'esistente, verso noi stessi, verso i fratelli e verso l'Altissimo e Padre.
E ladri.
Magari da una vita.
Piegare il ginocchio, stare sottomessi e piangere le lacrime dell'anima non è mai tardi per tornare a comprendere il grande elemosiniere e vivere nel Suo fiume immarcescibile di Amore.
CATECUMENATO DELLA PAROLA
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"Beati coloro che ascoltano la parola di Dio
e la osservano."
(Lc 11,28)
L’ascolto nella Sacra Scrittura e nell’esperienza del popolo di Dio non è legato solo ad una attività cognitiva catechetica. Allo stare attenti e al capire.
Anzi.
È legata ad una esperienza polarizzante. All’uomo e al noi, alla persona e alla Chiesa che è polarizzata verso Dio.
"Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo! Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze".
(Deuteronomio 6,4-5)
Come ricorda Gianfranco Ravasi: “.. “ascoltare” è sinonimo di “obbedire”. Si tratta, quindi, di un’adesione intima e non di un mero sentire esterno, di un orecchio libero dalle “ortiche” delle chiacchiere (per usare l’espressione della poetessa ebrea Nelly Sachs). È il non essere «ascoltatore smemorato ma colui che mette in pratica», come scrive san Giacomo (1,25). «Ascolta» e «amerai» sono, infatti, nel nostro testo in parallelo tra loro.”
Dunque non si può separare Ascoltare ed Osservare, con tutto il Cuore, con tutta l’Anima e con tutte le Forze.
Ecco perché, più correttamente, l’esortazione del Deuteronomio e la beatitudine che Gesù fa di Sua Madre e dei Suoi discepoli, è più catecumenato che catechesi.
A volte nei nostri gruppi biblici si capitola in una comprensione mentale ed in una appropriazione cognitiva della Parola. Ma questo porta ad emergere il nostro sé malato, il nostro protagonismo.
C’è il rischio che, iperbolicamente, dietro il molto conoscere della Bibbia non la si “conosca”, in senso biblico, affatto.
Uno dei suggerimenti che porto e che ho visto applicati in una sola Parrocchia, ad onor del vero, in vita mia, 25 anni fa, è quello di fare, nei gruppi biblici sulla Parola della Domenica, di tanto in tanto, non la riflessione precedente la domenica successiva ma la riflessione e la risonanza sulla domenica appena trascorsa. Cioè dopo la proclamazione liturgica, per eccellenza, e la frammentazione sapiente ad opera del Sacerdote nell’omelia. Cioè di fare il gruppo su quella Parola dopo la potente proclamazione liturgica.
È senza dubbio buono andare alla Santa Messa della Domenica avendo meditato e fruito della Parola che verrà proclamata. Ci fa entrare in una specie di sano “effetto larsen”, di “Vibrazione simpatica” nei suoni della Parola.
Il sacerdote, ad esempio, non può di certo arrivare al momento donativo e risonante dell’omelia senza preparazione. Ma è altrettanto buono, fruttuoso, rispettoso della natura intima della Parola che essa risuoni in noi dopo l’evento dell’Opera di Dio nella Liturgia. Anche per spezzare, almeno di tanto in tanto, quella gnoseologia biblica, presente in una sorta di protestantizzazione della Parola presente nei gruppi che si svolgono nella Chiesa Cattolica. Che capitolano più nella conoscenza vivisezionistica della Parola che sulla sua messa in pratica, nella Grazia, specie nei passaggi della Parola che non hanno metabolizzato il nostro cuore.
Altro stratagemma utilissimo per “Osservare” la Parola è quello del ruminare costante della medesima nella giornata. Come ci hanno insegnato i “padri del deserto”.
Piccole invocazioni, ripetute, respirate, desiderate, sospirate, magari tratte dalla Parola del giorno e dal quel bene immenso della Liturgia delle Ore.
Perché il cuore, le labbra, la mente e le mani si ritmino su quella Parola che ci modella pian piano come la discepola per eccellenza, la sempre Ancella: Maria.
PiEffe