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La Basilica di San Paolo fuori le MuraAlle ore 17.30 di oggi, nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, il Santo Padre Francesco ha presieduto la celebrazione dei Secondi Vespri della solennità della Conversione di San Paolo Apostolo, a conclusione della 57.ma Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani sul tema: «Ama il Signore Dio tuo... e ama il prossimo tuo come te stesso» (cf. Lc 10, 27).

Hanno preso parte alla celebrazione i Rappresentanti delle altre Chiese e Comunità ecclesiali presenti a Roma.

Al termine dei Vespri, prima della benedizione apostolica, l’Em.mo Card. Kurt Koch, Prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, ha rivolto al Santo Padre un indirizzo di saluto.

Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia che Papa Francesco ha pronunciato nel corso della celebrazione:

Omelia del Santo Padre

Nel Vangelo che abbiamo ascoltato, il dottore della Legge, sebbene si rivolga a Gesù chiamandolo «Maestro», non vuole lasciarsi istruire da lui, ma «metterlo alla prova». Una falsità ancora più grande emerge però dalla sua domanda: «Che devo fare per ereditare la vita eterna?» (Lc 10,25). Fare per ereditare, fare per avere: ecco una religiosità distorta, basata sul possesso anziché sul dono, dove Dio è il mezzo per ottenere ciò che voglio, non il fine da amare con tutto il cuore. Ma Gesù è paziente e invita quel dottore a trovare la risposta nella Legge di cui era esperto, la quale prescrive: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza econ tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso» (Lc 10,27).

Allora quell’uomo, «volendo giustificarsi», pone un secondo interrogativo: «E chi è il mio prossimo?» (Lc 10,29). Se la prima domanda rischiava di ridurre Dio al proprio “io”, questa cerca di dividere: dividere le persone in chi si deve amare e in chi si può ignorare. E dividere non è mai da Dio: è dal diavolo, che è divisore. Gesù, però, non replica facendo teoria, ma con la parabola del buon samaritano, con una storia concreta, che chiama in causa anche noi. Perché, cari fratelli e sorelle, a comportarsi male, con indifferenza, sono il sacerdote e il levita, i quali antepongono ai bisogni di chi soffre la tutela delle loro tradizioni religiose. A dare senso alla parola “prossimo” è invece un eretico, un Samaritano, perché si fa prossimo: prova compassione, si avvicina e teneramente si china sulle ferite di quel fratello; si prende cura di lui, indipendentemente dal suo passato e dalle sue colpe, e lo serve con tutto sé stesso (cfr Lc 10,33-35). Ciò permette a Gesù di concludere che la domanda corretta non è “Chi è il mio prossimo?”, ma: “Io mi faccio prossimo?” Solo questo amore che diventa servizio gratuito, solo questo amore che Gesù ha proclamato e vissuto, avvicinerà i cristiani separati gli uni agli altri. Sì, solo questo amore, che non torna sul passato per prendere le distanze o puntare il dito, solo questo amore che in nome di Dio antepone il fratello alla ferrea difesa del proprio sistema religioso, solo questo amore ci unirà. Prima il fratello, dopo il sistema.

Fratelli e sorelle, tra di noi non dovremmo mai porci la domanda “chi è il mio prossimo?”. Perché ogni battezzato appartiene allo stesso Corpo di Cristo; e di più, perché ogni persona nel mondo è mio fratello, mia sorella, e tutti componiamo la “sinfonia dell’umanità”, di cui Cristo è primogenito e redentore. Come ricorda sant’Ireneo, che ho avuto la gioia di proclamare “Dottore dell’unità”, «chi ama la verità non deve lasciarsi trasportare dalla differenza di ciascun suono né immaginare che uno sia l’artefice e il creatore di questo suono e un altro l’artefice e il creatore dell’altro […], ma deve pensare che lo ha fatto uno solo» (Adv. haer. II, 25, 2). Non dunque “chi è il mio prossimo?”, ma “io mi faccio prossimo?” Io e poi la mia comunità, la mia Chiesa, la mia spiritualità, si fanno prossime? O restano barricate in difesa dei propri interessi, gelose della loro autonomia, rinchiuse nel calcolo dei propri vantaggi, intavolando rapporti con gli altri solo per ricavarne qualcosa? Se così fosse, non si tratterebbe solo di sbagli strategici, ma di infedeltà al Vangelo.

“Che devo fare per ereditare la vita eterna?”: così era cominciato il dialogo tra il dottore della Legge e Gesù. Ma oggi anche questa prima domanda viene ribaltata grazie all’Apostolo Paolo, di cui celebriamo, nella Basilica a lui dedicata, la conversione. Ebbene, proprio quando Saulo di Tarso, persecutore dei cristiani, incontra Gesù nella visione di luce che lo avvolge e gli cambia la vita, gli chiede: «Che devo fare, Signore?» (At 22,10). Non “che devo fare per ereditare?”, ma “che devo fare, Signore?”: il Signore è il fine della richiesta, la vera eredità, il sommo bene. Paolo non cambia vita sulla base dei suoi obiettivi, non diventa migliore perché realizza i suoi progetti. La sua conversione nasce da un capovolgimento esistenziale, dove il primato non appartiene più alla sua bravura di fronte alla Legge, ma alla docilità nei riguardi di Dio, in una totale apertura a ciò che Lui vuole. Non alla sua bravura ma alla sua docilità: dalla bravura alla docilità. Se Lui è il tesoro, il nostro programma ecclesiale non può che consistere nel fare la sua volontà, nell’andare incontro ai suoi desideri. E Lui, la notte prima di dare la vita per noi, ha ardentemente pregato il Padre per tutti noi, «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). Ecco la sua volontà.

Tutti gli sforzi verso la piena unità sono chiamati a seguire lo stesso percorso di Paolo, a mettere da parte la centralità delle nostre idee per cercare la voce del Signore e lasciare iniziativa e spazio a Lui. L’aveva ben compreso un altro Paolo, grande pioniere del movimento ecumenico, l’Abbé Paul Couturier, il quale pregando era solito implorare l’unità dei credenti “come Cristo la vuole”, “con i mezzi che Lui vuole”. Abbiamo bisogno di questa conversione di prospettiva e anzitutto di cuore, perché, come affermò sessant’anni fa il Concilio Vaticano II: «Non esiste un vero ecumenismo senza interiore conversione» (Unitatis redintegratio, 7). Mentre preghiamo insieme riconosciamo, ciascuno a partire da sé stesso, che abbiamo bisogno di convertirci, di permettere al Signore di cambiarci il cuore. Questa è la via: camminare insieme e servire insieme, mettendo la preghiera al primo posto. Infatti, quando i cristiani maturano nel servizio di Dio e del prossimo, crescono anche nella comprensione reciproca, come dichiara ancora il Concilio: «Quanto infatti più stretta sarà la loro comunione col Padre, col Verbo e con lo Spirito Santo, tanto più intima e facile potranno rendere la fraternità reciproca» (ibid).

Per questo siamo qui stasera da diversi Paesi, da diverse culture e tradizioni. Sono riconoscente a Sua Grazia Justin Welby¸ Arcivescovo di Canterbury, al Metropolita Policarpo, in rappresentanza del Patriarcato Ecumenico, e a tutti voi, che rendete presenti molte comunità cristiane. Rivolgo un saluto speciale ai membri della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse orientali, che celebrano il XX anniversario del loro cammino, e ai Vescovi cattolici e anglicani che partecipano all’incontro della Commissione internazionale per l’Unità e la Missione. È bello che oggi con il mio fratello, l’Arcivescovo Justin, possiamo conferire a queste coppie di Vescovi il mandato di continuare a testimoniare l’unità voluta da Dio per la sua Chiesa nelle rispettive regioni, andando avanti insieme «a diffondere la misericordia e la pace di Dio in un mondo bisognoso» (Appello dei vescovi IARCCUM, Roma 2016). Saluto anche gli studenti borsisti del Comitato per la Collaborazione Culturale con le Chiese ortodosse del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e i partecipanti alle visite di studio organizzate per giovani sacerdoti e monaci delle Chiese ortodosse orientali, e per gli studenti dell’Istituto Ecumenico di Bossey del Consiglio Ecumenico delle Chiese.

Insieme, come fratelli e sorelle in Cristo, preghiamo con Paolo dicendo: “Che cosa dobbiamo fare, Signore?”. E nel porre la domanda c’è già una risposta, perché la prima risposta è la preghiera. Pregare per l’unità è il primo compito del nostro cammino. Ed è un compito santo, perché è stare in comunione con il Signore, che per l’unità ha anzitutto pregato il Padre. E continuiamo a pregare pure per la fine delle guerre, specialmente in Ucraina e in Terra Santa. Un pensiero accorato va anche all’amato popolo del Burkina Faso, in particolare alle comunità che lì hanno preparato il materiale per la Settimana di Preghiera per l’Unità: possa l’amore al prossimo prendere il posto della violenza che affligge il loro Paese.

«“Che devo fare, Signore?”. E il Signore – racconta Paolo – mi disse: “Àlzati e prosegui”» (At 22,10). Alzati, dice Gesù a ciascuno di noi e alla nostra ricerca di unità. Alziamoci allora, nel nome di Cristo, dalle nostre stanchezze e dalle nostre abitudini, e proseguiamo, andiamo avanti, perché Lui lo vuole, e lo vuole «perché il mondo creda» (Gv 17,21). Preghiamo, dunque, e andiamo avanti, perché questo Dio desidera da noi. È questo che desidera da noi.

Traduzione in lingua tedesca

Im Evangelium, das wir gehört haben, spricht der Gesetzeslehrer Jesus zwar mit »Meister« an, er will sich aber nicht von ihm unterweisen lassen, sondern ihn »auf die Probe […] stellen«. Eine noch größere Unaufrichtigkeit geht jedoch aus seiner Frage hervor: »Was muss ich tun, um das ewige Leben zu erben?« (Lk 10,25). Tun, um zu erben; tun, um zu haben: Dies ist eine verkehrte Religiosität, die auf Besitz gründet statt auf Hingabe und bei der Gott das Mittel ist, durch das ich bekomme, was ich will, und nicht das mit ganzem Herzen zu liebende Ziel. Aber Jesus ist geduldig und lädt den Lehrer ein, die Antwort im Gesetz zu finden, das dieser sehr gut kannte und das vorschreibt: »Du sollst den Herrn, deinen Gott, lieben mit deinem ganzen Herzen und deiner ganzen Seele, mit deiner ganzen Kraft und deinem ganzen Denken, und deinen Nächsten wie dich selbst« (Lk 10,27).

Jener Mann »wollte sich rechtfertigen« und stellte daraufhin eine zweite Frage: »Und wer ist mein Nächster?« (Lk 10,29). Wenn die erste Frage drohte, Gott auf das eigene „Ich“ zu reduzieren, versucht diese Frage zu spalten: Menschen in diejenigen zu unterteilen, die man lieben muss und diejenigen, die man ignorieren kann. Und das Spalten kommt niemals von Gott: Es kommt vom Teufel, der Spalter ist. Jesus antwortet jedoch nicht auf theoretische Weise, sondern mit dem Gleichnis vom barmherzigen Samariter, mit einer konkreten Geschichte, die auch Fragen an uns stellt. Denn, liebe Brüder und Schwestern, es sind der Priester und der Levit, die sich schlecht verhalten, die gleichgültig sind und den Bedürfnissen der Leidenden den Schutz ihrer religiösen Traditionen überordnen. Stattdessen ist es ein Ketzer, ein Samariter, der dem Wort „Nächster“ einen Sinn gibt, weil er sich selbst zum Nächsten macht. Er empfindet Mitleid, er nähert sich und beugt sich zärtlich über die Wunden jenes Bruders; er kümmert sich um ihn ungeachtet seiner Vergangenheit und seiner Fehler und dient ihm voller Hingabe (vgl. Lk 10,33-35). Daraus vermag Jesus zu schließen, dass die richtige Frage nicht lautet: „Wer ist mein Nächster?“, sondern: „Mache ich mich selbst zum Nächsten?“. Nur diese Liebe, die zu einem uneigennützigen Dienst wird, nur diese Liebe, die Jesus verkündet und gelebt hat, wird die getrennten Christen einander näherbringen. Ja, nur diese Liebe, die nicht in die Vergangenheit zurückkehrt, um auf Abstand zu gehen oder mit dem Finger auf jemanden zu zeigen, nur diese Liebe, die im Namen Gottes den Bruder vor die eherne Verteidigung des eigenen religiösen Systems stellt, nur diese Liebe wird uns einen. Zuerst der Bruder, danach das System.

Brüder und Schwestern, wir sollten uns untereinander niemals die Frage stellen: „Wer ist mein Nächster?“. Denn jeder Getaufte gehört demselben Leib Christi an. Ja, mehr noch, jeder Mensch auf der Welt ist mein Bruder oder meine Schwester und wir alle bilden die „Symphonie der Menschheit“, deren Erstgeborener und Erlöser Christus ist. Wie uns der heilige Irenäus in Erinnerung ruft, den ich mit Freude zum „Lehrer der Einheit“ erklärt habe: »Wer die Wahrheit liebt, darf sich durch die Unterschiedlichkeit der einzelnen Töne nicht verleiten lassen und mehrere Künstler und Schöpfer annehmen, wobei der eine die hohen Töne, ein anderer die tiefen und noch ein anderer die mittleren beigetragen hätte, sondern es war ein und derselbe« (Adv. haer. II, 25, 2). Die Frage ist also nicht „wer ist mein Nächster?“, sondern „mache ich mich selbst zum Nächsten?“ Ich und dann meine Gemeinschaft, meine Kirche, meine Spiritualität, machen sie sich zum Nächsten? Oder bleiben sie verbarrikadiert in der Verteidigung der eigenen Interessen, eifersüchtige Hüter ihrer Autonomie, gefangen im Berechnen des eigenen Vorteils, indem sie Beziehungen mit anderen nur aufnehmen, um damit etwas zu gewinnen? Wenn es so wäre, dann würde es sich nicht nur um strategische Fehler handeln, sondern um Untreue gegenüber dem Evangelium.

»Was muss ich tun, um das ewige Leben zu erben?« So begann der Dialog zwischen dem Gesetzeslehrer und Jesus. Aber selbst diese erste Frage wird heute dank des Apostels Paulus auf den Kopf gestellt, dessen Bekehrung wir in der ihm geweihten Basilika feiern. Als nämlich Saulus von Tarsus, der Christenverfolger, Jesus in einer lichtvollen Vision begegnet, die sein Leben verändert, fragt er ihn: »Herr, was soll ich tun?« (Apg 22,10). Nicht „was muss ich tun, um zu erben?“, sondern „Herr, was soll ich tun?“: Der Herr ist das Ziel der Bitte, das wahre Erbe, das höchste Gut. Paulus ändert sein Leben nicht aufgrund seiner Ziele, er wird nicht dadurch besser, dass er seine Pläne verwirklicht. Seine Bekehrung kommt aus einer existenziellen Umorientierung, wo an erster Stelle nicht mehr seine Tüchtigkeit vor dem Gesetz steht, sondern die Fügsamkeit gegenüber Gott, die völlige Offenheit für das, was Gott will. Nicht seine Tüchtigkeit, sondern die Fügsamkeit: von der Tüchtigkeit zur Fügsamkeit. Wenn er der Schatz ist, kann unser kirchliches Programm nur darin bestehen, seinen Willen zu tun, seinen Wünschen zu entsprechen. Und er hat in der Nacht, bevor er sein Leben für uns hingab, inbrünstig für uns alle zum Vater gebetet, »alle sollen eins sein« (Joh 17,21). Dies ist sein Wille.

Bei unserem Bemühen um die volle Einheit sind wir gerufen, den gleichen Weg zu gehen wie Paulus und das Kreisen um unsere eigenen Ideen aufzugeben, um die Stimme des Herrn zu suchen und ihm die Initiative zu überlassen und Raum zu geben. Dies hat ein anderer Paul gut verstanden, ein großer Pionier der ökumenischen Bewegung, Abbé Paul Couturier, der für die Einheit der Gläubigen zu beten pflegte, „wie Christus sie will“, „mit den Mitteln, die er will“. Wir brauchen diese Umkehr der Perspektive und insbesondere des Herzens, denn wie das Zweite Vatikanische Konzil vor sechzig Jahren feststellte, gibt es »keinen echten Ökumenismus ohne innere Bekehrung« (Unitatis redintegratio, 7). Wenn wir gemeinsam beten, erkennen wir, ein jeder von uns, dass wir der Bekehrung bedürfen, dass wir dem Herrn erlauben müssen, unsere Herzen zu verändern. Dies ist der Weg: gemeinsam gehen und gemeinsam dienen und dabei das Gebet an die erste Stelle setzen. Wenn die Christen nämlich im Dienst an Gott und dem Nächsten reifen, dann wachsen sie auch im gegenseitigen Verständnis, wie das Konzil feststellt: »Je inniger die Gemeinschaft ist, die sie mit dem Vater, dem Wort und dem Geist vereint, um so inniger und leichter werden sie imstande sein, die gegenseitige Brüderlichkeit zu vertiefen« (ebd.).

Deshalb sind wir heute Abend hier, aus verschiedenen Ländern, aus unterschiedlichen Kulturen und Traditionen. Ich danke Seiner Gnaden Justin Welby, dem Erzbischof von Canterbury, Metropolit Polycarp als dem Vertreter des Ökumenischen Patriarchats und euch allen, die ihr viele christliche Gemeinschaften hier anwesend sein lasst. Einen besonderen Gruß richte ich an die Mitglieder der Gemischten Internationalen Kommission für den theologischen Dialog zwischen der katholischen Kirche und den orientalisch-orthodoxen Kirchen, die heute das 20-jährige Bestehen ihres Weges feiern, sowie an die katholischen und anglikanischen Bischöfe, die an der Zusammenkunft der Internationalen Kommission für Einheit und Mission teilnehmen. Es ist schön, dass wir heute mit meinem Bruder Erzbischof Justin diesen Paaren von Bischöfen den Auftrag erteilen können, weiterhin die von Gott für seine Kirche gewollte Einheit in ihren jeweiligen Regionen zu bezeugen und gemeinsam voranzugehen, »um die Barmherzigkeit und den Frieden Gottes in einer Welt in Not zu verbreiten« (Appell der IARCCUM-Bischöfe, Rom 2016). Ich grüße auch die Stipendiaten des Komitees für die kulturelle Zusammenarbeit mit den orthodoxen Kirchen des Dikasteriums zur Förderung der Einheit der Christen und die Teilnehmer der Studienaufenthalte, die für junge Priester und Mönche der orientalisch-orthodoxen Kirchen wie auch für die Studenten des Ökumenischen Instituts Bossey des Ökumenischen Rates der Kirchen organisiert werden.

Gemeinsam beten wir mit Paulus als Brüder und Schwestern in Christus und sagen: „Was sollen wir tun, Herr?“. Und wenn wir diese Frage stellen, gibt es bereits eine Antwort, denn die erste Antwort ist das Gebet. Für die Einheit zu beten ist die erste Aufgabe auf unserem Weg. Und es ist eine heilige Aufgabe, denn es bedeutet, in Gemeinschaft mit dem Herrn zu sein, der zuerst den Vater um die Einheit gebeten hat. Und lasst uns weiterhin auch für ein Ende der Kriege beten, besonders in der Ukraine und im Heiligen Land. Ein inniger Gedanke geht auch an das geliebte Volk von Burkina Faso, insbesondere an die Gemeinschaften, die dort die Arbeitshilfen für die Gebetswoche für die Einheit vorbereitet haben: möge die Nächstenliebe an die Stelle der Gewalt treten, die ihr Land quält.

»Herr, was soll ich tun?« Und der Herr – berichtet Paulus – antwortete mir: »Steh auf und geh« (Apg 22,10). Steh auf, sagt Jesus zu jedem einzelnen von uns und zu unserem Streben nach Einheit. Erheben wir uns also im Namen Christi aus unserer Müdigkeit und unseren Gewohnheiten und machen wir weiter, gehen wir voran, denn er will es und er will es, »damit die Welt glaubt« (Joh 17,21). Beten wir also und gehen wir weiter, denn dies ist es, was Gott von uns will. Dies ist, was er von uns will.

Traduzione in lingua spagnola

En el Evangelio que hemos escuchado, el doctor de la Ley, aunque se dirige a Jesús llamándolo «Maestro», no quiere dejarse instruir por él, sino «ponerlo a prueba». Pero una falsedad aún mayor emerge de su pregunta: «¿qué tengo que hacer para heredar la Vida eterna?» (Lc 10,25). Hacer para heredar, hacer para tener: he aquí una religiosidad distorsionada, basada en la posesión más que en el don, donde Dios es el medio para obtener lo que quiero, no el fin a amar con todo el corazón. Pero Jesús es paciente e invita a ese doctor a encontrar la respuesta en la Ley de la que era experto, que prescribe: «Amarás al Señor, tu Dios, con todo tu corazón, con toda tu alma, con todas tus fuerzas y con todo tu espíritu, y a tu prójimo como a ti mismo» (Lc 10,27).

Entonces aquel hombre, «queriendo justificarse», plantea una segunda pregunta: «¿Y quién es mi prójimo?» (Lc 10,29). Si la primera pregunta corría el riesgo de reducir a Dios al propio “yo”, esta trata de dividir: dividir a las personas entre las que se deben amar y las que se pueden ignorar. Y dividir nunca es de Dios, es del diablo, que es divisor. Jesús, sin embargo, no responde teorizando, sino con la parábola del buen samaritano, con una historia concreta, que nos involucra también a nosotros. Porque, queridos hermanos y hermanas, quienes se comportan mal y con indiferencia, son el sacerdote y el levita, que anteponen a las necesidades del que sufre la tutela de sus tradiciones religiosas. El que da sentido a la palabra “prójimo” es, en cambio, un hereje, un samaritano, porque se hace prójimo: siente compasión, se acerca y se inclina tiernamente sobre las heridas de ese hermano; se ocupa de él, independientemente de su pasado y de sus culpas, y lo sirve con todo su ser (cf. Lc 10,33-35). Esto permite a Jesús concluir que la pregunta correcta no es “¿quién es mi prójimo?” sino: “¿me hago yo prójimo?” Sólo este amor que se convierte en servicio gratuito, sólo este amor que Jesús proclamó y vivió, acercará a los cristianos separados los unos a los otros. Sí, sólo este amor, que no vuelve al pasado para poner distancia o señalar con el dedo; sólo este amor, que en nombre de Dios antepone el hermano a la férrea defensa del propio sistema religioso, sólo este amor nos unirá. Primero el hermano, luego el sistema.

Hermanos y hermanas, entre nosotros nunca deberíamos preguntarnos “¿quién es mi prójimo?”. Porque todo bautizado pertenece al mismo Cuerpo de Cristo; y más aún, porque toda persona en el mundo es mi hermano o mi hermana, y todos componemos la “sinfonía de la humanidad”, de la que Cristo es primogénito y redentor. Como recuerda san Ireneo, que tuve la alegría de proclamar “Doctor de la unidad”: «el amante de la verdad no debe dejarse engañar por el intervalo particular de cada tono, ni suponer un creador para uno y otro para otro […], sino uno sólo» (Adv. Haer. II, 25, 2). Entonces, no digamos “¿quién es mi prójimo?” sino “¿me hago yo prójimo?” Yo y también mi comunidad, mi Iglesia, mi espiritualidad, ¿se hacen prójimos? ¿O permanecen atrincheradas en defensa de sus propios intereses, celosas de su autonomía, encerradas en el cálculo de sus propias ventajas, entablando relaciones con los demás sólo para obtener algo de ellas? Si así fuera, no se trataría sólo de errores estratégicos, sino de infidelidad al Evangelio.

“¿Qué debo hacer para heredar la vida eterna?” Así comenzó el diálogo entre el doctor de la Ley y Jesús. Pero hoy esta primera pregunta también da un vuelco gracias al Apóstol san Pablo, cuya conversión celebramos en esta Basílica a él dedicada. Pues bien, precisamente cuando Saulo de Tarso, perseguidor de los cristianos, encuentra a Jesús en la visión de luz que lo envuelve y le cambia la vida, le pregunta: «¿Qué debo hacer, Señor?» (Hch 22,10). No “¿qué debo hacer para heredar?” sino “¿qué debo hacer, Señor?” El Señor es el objetivo de la petición, la verdadera herencia, el sumo bien. Pablo no cambia de vida según sus propósitos, no se vuelve mejor por realizar sus proyectos. Su conversión nace de un cambio existencial, donde el primado ya no le pertenece a su perfección frente a la Ley, sino a la docilidad para con Dios, en una apertura total a lo que Él quiere. No a su perfección sino a su docilidad, de la perfección a la docilidad. Si Él es el tesoro, nuestro programa eclesial no puede sino consistir en hacer su voluntad, en conformarse a sus deseos. Y Él, la noche antes de dar la vida por nosotros, oró ardientemente al Padre por todos nosotros, «que todos sean uno» (Jn 17,21). Esa es su voluntad.

Todos los esfuerzos hacia la unidad plena están llamados a seguir el mismo itinerario de san Pablo, a dejar de lado la centralidad de nuestras ideas para buscar la voz del Señor y dejarle iniciativa y espacio a Él. Lo había comprendido bien otro Pablo, gran pionero del movimiento ecuménico, el sacerdote Paul Couturier, quien rezando solía implorar la unidad de los creyentes “como Cristo la quiere”, “con los medios que Él quiere”. Necesitamos esta conversión de perspectiva y ante todo de corazón, porque, como afirmó hace sesenta años el Concilio Vaticano II: «El verdadero ecumenismo no puede darse sin la conversión interior» (Unitatis redintegratio, 7). Mientras oramos juntos reconozcamos, cada uno, que necesitamos convertirnos, dejar que el Señor nos cambie el corazón. Esta es la vía: caminar juntos y servir juntos, poniendo la oración como prioridad. En efecto, cuando los cristianos maduran en el servicio a Dios y al prójimo, crecen también en la comprensión recíproca, como declara asimismo el Concilio: «Porque cuanto más se unan en estrecha comunión con el Padre, con el Verbo y con el Espíritu, tanto más íntima y fácilmente podrán acrecentar la mutua hermandad» (Ibíd.).

Por eso estamos aquí esta noche provenientes de distintos países y de diferentes culturas y tradiciones. Me siento agradecido con Su Gracia Justin Welby, Arzobispo de Canterbury, con el Metropolita Policarpo, en representación del Patriarcado Ecuménico, y con todos ustedes, que hacen presentes a muchas comunidades cristianas. Dirijo un saludo especial a los miembros de la Comisión mixta internacional para el diálogo teológico entre la Iglesia católica y las Iglesias ortodoxas orientales, que celebran el XX aniversario de su camino, y a los Obispos católicos y anglicanos que participan en el encuentro de la Comisión internacional para la Unidad y la Misión. Es hermoso que hoy con mi hermano, el Arzobispo Justin, podamos conferir a este grupo de Obispos el mandato de seguir testimoniando la unidad querida por Dios para su Iglesia en sus respectivas regiones, caminando juntos «para difundir la misericordia y la paz de Dios en un mundo necesitado» (Obispos IARCCUM, Walking Together, Roma, 7 de octubre de 2016). Saludo también a los estudiantes becarios del Comité para la Colaboración Cultural con las Iglesias ortodoxas del Dicasterio para la Promoción de la Unidad de los Cristianos y a los participantes en las visitas de estudio organizadas para jóvenes sacerdotes y monjes de las Iglesias ortodoxas orientales, y para los estudiantes del Instituto Ecuménico de Bossey del Consejo Ecuménico de las Iglesias.

Juntos, como hermanos y hermanas en Cristo, imploremos con Pablo diciendo: “¿Qué debemos hacer, Señor?”. Y al hacer esta súplica ya tenemos una respuesta, porque la primera respuesta es la oración. Rezar por la unidad es la primera tarea de nuestro camino. Y es una tarea santa, porque es estar en comunión con el Señor, que rogó al Padre ante todo por la unidad. Y sigamos rezando también por el fin de las guerras, especialmente en Ucrania y en Tierra Santa. Saludo asimismo al amado pueblo de Burkina Faso, en particular a las comunidades que allí prepararon el material para la Semana de Oración por la Unidad. Que el amor al prójimo sustituya la violencia que aflige a ese país.

«“¿Qué debo hacer, Señor?”. Y el Señor —narra Pablo— me dijo: “Levántate y ve a Damasco”» (Hch 22, 10). Levántate, nos dice Jesús a cada uno de nosotros y a nuestra búsqueda de unidad. Levantémonos entonces, en nombre de Cristo, de nuestros cansancios y de nuestras costumbres, y continuemos, vayamos adelante, porque Él lo quiere, y lo quiere «para que el mundo crea» (Jn 17,21). Oremos, pues, y sigamos adelante, porque esto es lo que Dios desea de nosotros. Es esto lo que desea de nosotros.

Traduzione in lingua araba

عظة قداسة البابا فرنسيس

في صلاة الغروب الثّانية يوم عيد اهتداء القدّيس بولس

في ختام أسبوع الصّلاة من أجل وَحدة المسيحيّين

يوم الخميس 25 كانون الثّاني/يناير 2024

بازيليكا القدّيس بولس خارج الأسوار

في الإنجيل الذي اصغينا إليه، أَحَد عُلماءِ الشّريعة توجّه إلى يسوع ودعاه "معلّمًا"، إلّا أنّه لم يُرد أن يتعلّم منه، بل أراد أن "يُحرِجَه". وظهر في سؤاله خطأ آخر أكبر: "ماذا أَعمَلُ لأَرِثَ الحَياةَ الأَبَدِيَّة؟" (لوقا 10، 25). أعمل لأرث، وأعمل لأحصَل: هذا هو التّديّن المشوَّه، الذي يقوم على الامتلاك بدل العطاء، وحيث الله هو وسيلة لكي أحصل على ما أريد، وليس الغاية التي أحبّها من كلّ قلبي. كان يسوع صبورًا ودعا ذلك العالِم إلى أن يجد الجواب في الشّريعة التي كان خبيرًا فيها، والتي تقول: "أَحبِبِ الرَّبَّ إِلٰهَكَ بِكُلِّ قَلبِكَ، وكُلِّ نَفسِكَ، وكُلِّ قُوَّتِكَ، وكُلِّ ذِهنِكَ، وأَحبِبْ قَريبَكَ حُبَّكَ لِنَفسِكَ" (لوقا 10، 27).

عندئذٍ، ذلك الرّجل الذي "أَرادَ أَن يُزَكِّيَ نَفسَه" طرح سؤالًا ثانيًا: "ومَن قَريبي؟" (لوقا 10، 29). في السّؤال الأوّل جازف وحصر الله في ”الأنا“، وفي السّؤال الثّاني سعى إلى التّفريق: تقسيم النّاس إلى الذين يجب أن نحبّهم والذين يمكن أن نتجاهلهم. والتّقسيم ليس من الله أبدًا، بل من الشّيطان. لم يُجب يسوع بنظريّة، بل بمَثَل السّامري الرّحيم، وبقصّة واقعيّة، تدعونا نحن أيضًا إلى التّساؤل. لأنّ الذي تصرّف بشكلٍ سيّئ وبلا مبالاة، أيّها الإخوة والأخوات الأعزّاء، كان الكاهن واللاويّ، اللذَين وضعا حماية تقاليدهما الدّينية قبل احتياجات المتألّمين. بينما الذي أعطى معنًى لكلمة ”قريب“ كان شخصًا مهرطقًا، وسامريًّا، لأنّه جعل نفسه قريبًا: شعر بالرّأفة، واقترب وانحنى بحنان فوق جراح هذا الأخّ، واعتنى به، بغضّ النّظر عن ماضيه وعن أخطائه، وخَدَمَه بكلّ قواه (راجع لوقا 10، 33-35). سمح هذا الأمر ليسوع أن يستنتج أنّ السّؤال الصّحيح ليس "مَن قَريبي؟"، بل: ”هل أنا قريب للآخر؟“. فقط هذه المحبّة التي تصير خدمة مجّانيّة، وفقط هذه المحبّة التي علَّمها يسوع وعاشها، يمكن أن تقرّب المسيحيّين المُنفصلين بعضهم من بعض. نعم، فقط هذه المحبّة، التي لا ترجع إلى الماضي لتثبِّتَ المسافات بيننا وبين الآخر أو لتُشير إليه بأصبع الاتّهام، وفقط هذه المحبّة التي تضع باسم الله الأخّ قبل دفاعنا المنيع عن نظامنا الدّينيّ، هي التي توحّدنا.

أيّها الإخوة والأخوات، علينا ألّا نطرح هذا السّؤال أبدًا فيما بيننا: "مَن قَريبي؟". لأنّ كلّ معمّد ينتمي إلى جسد المسيح الواحد، وأكثر من ذلك، لأنّ كلّ شخص في العالم هو أخي أو أختي، وكلّنا نكوِّن ”سيمفونيّة الإنسانيّة“، والمسيح هو بِكرُها وفاديها. كما يذكّرنا القدّيس إيريناوس، الذي سُرِرتُ بأن أعلنه ”معلّم الوَحدة“: "من يحبّ الحقيقة يجب ألّا ينخدع على الاختلاف بين نغمة وأخرى، ولا يفترض وجود مبدع للواحدة ومبدع آخر للأخرى [...]، إنّما المبدع واحدٌ" (Adversus Haereses, II, 25, 2). لذلك، ليس "مَن قَريبي؟"، بل: ”هل أنا قريب للآخر؟“ هل أنا وثمّ جماعتي، وكنيستي وروحانيّتي، قريبون للآخر؟ أم يبقون متحصّنين للدّفاع عن مصالحهم الخاصّة، وغيّورين على استقلاليّتهم، ومنغلقين على حسابات فوائدهم الخاصّة، ولا يقيمون علاقات مع الآخرين إلّا من أجل الحصول على شيء منهم؟ إن كان الأمر كذلك، فهو ليس مجرّد أخطاء استراتيجيّة، بل خيانة للإنجيل.

"ماذا أَعمَلُ لأَرِثَ الحَياةَ الأَبَدِيَّة؟": هكذا بدأ الحوار بين عالِم الشّريعة ويسوع. واليوم أيضًا ينقلب هذا السّؤال الأوّل بفضل بولس الرّسول، الذي نحتفل باهتدائه في هذه البازيليكا المكرّسة له. عندما التقى شاول الطّرسوسيّ، ومضطهد المسيحيّين، بيسوع في رؤية النّور الذي أحاط به وغيّر حياته، سأله: "ماذا أَعمَل، يا ربّ؟" (أعمال الرّسل 22، 10). لم يسأله ”ماذا أعمل لأرث؟“، بل "ماذا أَعمَل، يا ربّ": الرّبّ يسوع هو هدف الطّلب، والميراث الحقيقيّ، والخير الأسمى. لم يغيّر بولس حياته بناءً على أهداف له، ولم يَصِر أفضل لأنّه كان له مشاريع يريد أن يحقِّقها. نجم اهتداؤه عن انقلاب في حياته، حيث لم تعُد الأولويّة شجاعته في المحافظة على الشّريعة، بل طاعته لله، وانفتاحه الكامل على ما يريده. إن كان الله هو الكنز، فإنّ برنامجنا الكنسيّ لا يمكن أن يقوم إلّا على تنفيذ إرادته، وتلبية رغباته. وهو، في الليلة التي سبقت بَذْلَ حياته من أجلنا، صلَّى بحرارة إلى الآب من أجلنا جميعًا، "ليكونوا بِأَجمَعِهم واحِدًا" (يوحنّا 17، 21). هذه هي إرادته.

كلّ الجهود نحو الوَحدة الكاملة مدعوّة إلى أن تتبع طريق بولس نفسه، وأن تضع جانبًا أولوية أفكارنا لكي نبحث عن صوت الرّبّ يسوع ونترك له المبادرة والمجال. فَهِمَ هذا الأمر جيّدًا بولس آخر، وهو رائدٌ كبير في الحركة المسكونيّة، الأب بول كوتورييه، الذي كان معتادًا في صلاته أن يطلب وحدة المؤمنين ”كما أرادها المسيح“، ”وبالوسائل التي يريدها“. نحن بحاجة إلى اهتداء في رؤيتنا، وقبل كلّ شيء، في قلبنا، لأنّه، كما أكّد المجمع الفاتيكانيّ الثّاني قبل ستّين سنة، قال: "ما من سبيلٍ إلى قيام حركةٍ مسكونيّةٍ حقيقيّةٍ بدونِ اهتداءٍ في داخلنا" (قرار مجمعي، الحركة المسكونيّة، 7). بينما نصلّي الآن معًا، لنعترف، كلّ واحدٍ منّا في نفسه، أنّنا بحاجة إلى اهتداء، ولنَدَعْ الرّبّ يسوع يغيّر قلوبنا. هذا هو الطّريق: نسير معًا ونخدم معًا، ونضع الصّلاة في المقام الأوّل. في الواقع، عندما ينضج المسيحيّون في خدمة الله والآخرين، فإنَّهُم ينمون أيضًا في التّفاهم المتبادل، كما أعلن أيضًا المجمع الفاتيكاني الثّاني: "بمقدارِ ما تتوثَّق شركتهم مع الآب والكلمة والرّوح القدس يستطيعون أن يجعلوا الأخوّة المتبادلة صادقة وسهلة" (المرجع نفسه).

لهذا السّبب نحن هنا الليلة من بلدان وثقافات وتقاليد مختلفة. أشكر صاحب السّيادة رئيس الأساقفة جوستين ويلبي، رئيس أساقفة كانتربري، والمتروبوليت بوليكاربو، ممثّل البطريركيّة المسكونيّة، وأنتم جميعًا، الذين تجعلون جماعات مسيحيّة كثيرة حاضرة هنا. أحيّي تحيّة خاصّة أعضاء اللجنة الدّوليّة المختلطة للحوار اللاهوتي بين الكنيسة الكاثوليكيّة والكنائس الأرثوذكسيّة الشّرقيّة، الذين يحتفلون بالذّكرى العشرين لمسيرتهم، وأحيّي الأساقفة الكاثوليك والأنجليكان المشاركين في اجتماع اللجنة الدّوليّة للوَحدة والرّسالة. جميلٌ اليوم أنّي مع أخي، رئيس الأساقفة جوستين، يمكننا أن نُعطي هؤلاء الأساقفة التّفويض ليواصلوا الشّهادة للوَحدة التي أرادها الله لكنيسته في مناطقهم، وأن نستمرّ معًا "في نشر رحمة الله وسلامه في عالم مُحتاج" (نداء أساقفة IARCCUM، روما 2016). أحيّي أيضًا الطّلاب الذين يدرسون بمِنَح دراسيّة مُقدّمة من قبل لجنة التّعاون الثّقافي مع الكنائس الأرثوذكسيّة لدى دائرة تعزيز وَحدة المسيحيّين والمشاركين في الزّيارات الدّراسيّة المنظّمة للكهنة والرّهبان الشّباب من الكنائس الأرثوذكسيّة الشّرقيّة، ولطُلّاب المعهد المسكوني في بوسِّي (Bossey) التّابع لمجلس الكنائس المسكونيّ.

معًا، إخوة وأخوات في المسيح، لنصلِّ مع بولس ونقول: ”ماذا نعمل يا رب؟“ وفي سؤالنا يوجد الجواب مسبقًا، لأنّ الجواب الأوّل هو الصّلاة. الصّلاة من أجل الوَحدة هي المهمّة الأولى في مسيرتنا. وهي مهمّة مقدّسة، لأنّها تُبقينا في شركة مع الرّبّ يسوع، الذي صلّى أوَّلًا إلى الآب من أجل الوَحدة. ولنستمرّ في أن نصلّي أيضًا من أجل نهاية الحروب، وخاصّة في أوكرانيا وفي الأرض المقدّسة. أوجّه أيضًا فِكري واهتامي إلى شعب بوركينا فاسو الحبيب، وخاصّة إلى الجماعات التي حضّرت هناك ما يلزم لأسبوع الصّلاة من أجل الوَحدة: لِتَحِلَّ المحبَّة مَحَلَّ العنف الحالِّ ببلدهم.

"ماذا أَعمَل، يا ربّ؟". قال بولس: فقالَ لِيَ الرَّبّ: "قُمْ فاذهَبْ" (أعمال الرّسل 22، 10). ويسوع يقول لكلّ واحدٍ منّا، ولسعينا في البحث عن الوَحدة: قُمْ. لنَقُم، إذًا، باسم المسيح، من تعبنا وعاداتنا، ولنتابع مسيرتنا ولنتقدّم، لأنّه هو يريد ذلك، ويُريد ذلك "لِيُؤمِنَ العالَمُ" (يوحنّا 17، 21). لنصلِّ إذن ولنتقدّم في سعينا، لأنّ هذا ما يريده الله منّا.

© http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino.html - 25 gennaio 2024