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Rassegna stampa cattolica
erik-petersondi CHRISTOPH MARKSCHIES
Erik Peterson mostra chiaramente, proprio nei tratti espressionistici della sua biografia e della sua teologia, che la vera teologia deve scuotere, per poter consolare veramente e profondamente. Deve scuotere in profondità le certezze presunte. Anche le certezze confessionali. Erik Peterson ha abbandonato la Chiesa evangelica, nella quale era cresciuto e nelle cui tradizioni pietistiche aveva trovato rifugio durante gli studi (come mostra il cardinale Lehmann in questo volume), perché si era sempre più lasciato alle spalle la teologia evangelica. Anche un tale scuotimento deve permettere di individuare le tracce della buona teologia, già a partire da motivazioni ecumeniche, in un tempo di rinnovate certezze confessionali. Nel migliore dei casi, lo scuotimento ricevuto fonda l’impegno ecumenico, come documenta un eminente studente di Erik Peterson, Ernst Käsemann, che noi riconosciamo raramente come tale. Circa vent’anni fa, un giovane assistente alla cattedra di storia della Chiesa antica e della patristica all’università di Tübingen, in occasione di un invito pomeridiano, sedette, proprio a Tübingen, accanto a questo docente di Nuovo Testamento già da molto tempo in pensione. Käsemann, studente di Peterson, riferì ciò che aveva già espresso in una conferenza davvero sorprendente in occasione del cinquantesimo giubileo della sua promozione a Marburg (1981): «Allora tutti rischiavamo di diventare cattolici». Faceva risalire a quello scuotimento il suo interesse di tutta una vita, e certamente atipico per un docente protestante di Nuovo Testamento, per il tema della Chiesa e il suo impegno nel movimento ecumenico. Al riguardo, in una conferenza di Käsemann leggiamo: «Per me la confessione e la scuola teologica risultavano certamente relativizzate, ma in alcun modo eliminate». Forse una teologia raggiunge il suo obiettivo solo se coloro che la praticano, almeno in un certo momento, si sono trovati anche nel rischio esistenziale di diventare cattolici (o evangelici) o di perdere del tutto la fede nel Risorto. Fra l’a l t ro , si possono trarre dai testi di Peterson numerosi e preziosi stimoli anche per affrontare molte questioni specifiche, oggi aspramente dibattute nella discussione ecumenica. Come si può vedere dai contributi presentati al Simposio romano del 2010 a lui dedicato, spesso Peterson ha affrontato in modo espressionistico, tetico e assolutamente non sistematico temi sui quali sarebbe bene che riflettesse anche l’attuale teologia cattolica ed evangelica. Penso anzitutto al tema dell’escatologia, che (come quello della Chiesa) fa parte dei temi più rimossi e difficili dell’attuale riflessione teologica: un’escatologia elaborata non manca solo nella grande Dogmatica ecclesiale di Karl Barth. Peterson chiama l’escatologia, in modo assolutamente espressionistico, «la fiamma devastante », espressione giustificata dal fatto di vedere «nel nuovo il vecchio morto e distrutto» (al riguardo si veda il contributo di Barbara Nichtweiß). Ma, al di là di ogni condizionamento temporale del linguaggio, resta il compito affidato a ogni teologia cristiana, soprattutto quando questa sfida viene volentieri rimossa. Strettamente collegata al tema dell’escatologia, c’è la riflessione di Peterson su una concezione teologica del tempo. Ciò che colpisce e sorprende uno storico della Chiesa è la scarsa partecipazione della teologia, sia cattolica che protestante, ai dibattiti dei fisici sul tempo. Naturalmente il fatto che i Kirchentage e i Katholikentage si sforzino di individuare i segni dei tempi non sostituisce la riflessione su ciò che è il tempo e ciò che limita il tempo nell’orizzonte della fede cristiana. Peterson protestava, come mostra Barbara Nichtweiß nel suo contributo, contro la ripresa, a suo avviso ingenua ed eretica al tempo stesso, di determinati paradigmi della storiografia. Ovviamente, in questa protesta egli si dimostra ancora una volta figlio dell’epoca espressionistica e di un atteggiamento che Hermann Heimpel e sulla sua scia, Friedrich Wilhelm Graf, hanno descritto come «rivoluzione antistorica». Tuttavia il compito, al quale rinvia la sua protesta articolata in una forma eccessivamente espressionistica, resta. Una delle caratteristiche più sorprendenti dell’attuale ricerca storiografica di teologhe e teologi è l’attitudine a rimuovere volentieri sic et simpliciter gli interrogativi sul proprium teologico della storiografia teologica o di accantonarli senza troppo remore come un tentativo storicamente morto e sepolto di riproporre una whig interpretation of history (Kurt Nowak) nonostante gli interrogativi posti da Peterson continuino a essere in quanto tali parte costitutiva dello specifico profilo epistemologico d’una tale storiografia. Non è ovviamente necessario far propria la decisa presa di posizione di Peterson a favore di una forma del tutto particolare di storiografia teologica — è un’opzione che lo storico della Chiesa evangelico forse non può neppure fare sua; tuttavia bisognerebbe lasciarsi sfidare a non perseverare negli atteggiamenti apparentemente così comodi di una languida indifferenza o di una facile emarginazione del problema. «Lo storico è quindi costretto nel presente a giustificare la sua stessa metodologia nella misura in cui ciò sia possibile». Peterson comincia così il corso tenuto a Göttingen nel semestre invernale 1920-1921 sulla «Introduzione alla storia della religione nell’ellenismo». Già allora delinea molto chiaramente le posizioni che ancor oggi caratterizzano il dibattito: si chiede, ad esempio, in queste prime annotazioni, se «una tale storia profanizzante della Chiesa non sia eventualmente anche un’op era della sincerità divina». Persino il suo accenno, già in questo primo testo, al problema di una storiografia che, nella tradizione hegeliana si sostituisce al Giudice del mondo, è tuttora attuale, dal momento che, ad esempio nella storiografia francese contemporanea ci si premura di comparare lo storico con il creatore divino. La sua richiesta di fare, all’inizio di una ricerca storiografica, una confessione delle proprie colpe merita tuttora una riflessione anche da parte di coloro che non condividono le premesse teologiche inerenti all’ambito di tale indagine: «Lo storico e la sua vittima» non è solo il sottotitolo di un’eccellente monografia, ma potrebbe servire come espressione da collocare in exergo, a molte opere storiografiche, le peggiori e le migliori. La prospettiva sistematica di fondo da cui muove la critica di Erik Peterson a Carl Schmitt e alla teologia politica, cioè la sua denuncia del nazionalismo eccessivo e della divinizzazione dell’uomo, della razionalità umana (si veda in merito il contributo di Michele Nicoletti in questo volume), dimostra chiaramente che le osservazioni critiche del professore di Göttingen e di Bonn non riguardano solo questioni specifiche del dibattito storiografico degli inizi del XX secolo, ma articolano interrogativi fondamentali che investono ogni società che intenda restare una società umana. L’importanza di Peterson non rimane circoscritta agli stimoli che offre su questi temi. Egli attira l’attenzione anche sul fatto che ogni ricerca sul cristianesimo antico resta incompleta, se — come ha mostrato in riferimento alle acclamazioni e al concetto di Chiesa — non tiene conto del vocabolario giuridico, degli ordinamenti istituzionali e statali dell’epoca. Va, inoltre, tenuto presente l’interesse di Peterson per la liturgia, anche per la dimensione trascendente di ogni liturgia, che stranamente contrastava e contrasta con l’emarginazione della scienza liturgica nelle due teologie confessionali. «La teologia evangelica non è certamente ricca di progetti di teologia liturgica » (Michael Meyer-Blanck). Naturalmente questo, mutatis mutandis, vale anche per la ricerca archeologica e per l’integrazione dei suoi risultati in un quadro generale della ricerca sul cristianesimo antico. Dopo la scomparsa in Germania delle ultime cattedre di archeologia cristiana nelle facoltà sia evangeliche che cattoliche, diventa ancor più urgente la questione del come recepire in modo adeguato le problematiche archeologiche nella ricerca sull’antichità cristiana. Erik Peterson non solo insegnò al Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, come documenta ampiamente Stefan Heid, ma inserì ripetutamente e in modo del tutto naturale le scoperte e le ricerche archeologiche nei risultati delle sue ricerche. Qualora si presti effettivamente attenzione a Peterson, non si potranno eludere nemmeno gli interrogativi che egli pone alla teologia evangelica e cattolica del suo tempo. Non ci si potrà sottrarre, ad esempio, alla domanda formulata nella recensione di una pubblicazione in onore di Karl Barth: quale autorità nelle Chiese protestanti gode veramente, nella pratica, dell’«insegnamento carismatico» (come dice Peterson) dei professori di teologia e come mai è continuata praticamente fino alla fine del XX secolo la prassi di normare e configurare giuridicamente l’insegnamento delle facoltà, nei relativi ordinamenti ecclesiastici protestanti, accanto al magistero sino dale? Nel suo contributo Gerard Rouwhorst mostra che Peterson, nonostante tutti i problemi toccati, non ha fatto propria tutta una serie di stereotipi antigiudaici classici delle confessioni d’appartenenza e delle discipline trattate: può costituire tuttora, nella sua attenzione assolutamente autonoma per determinati rami della tradizione ebraica, ovviamente non per tutti, un modello in alcune discipline della teologia accademica, nelle quali continua a valere, ora come allora, il detto Judaica non leguntur. Un ultimo punto che mi sembra, nonostante la marcata presentazione espressionistica, degno di attenzione proprio nella nostra epoca è il fermo rifiuto da parte di Peterson di ogni ideologia e della confusione fra ideologia e teologia, che trova espressione soprattutto nel suo celebre giudizio sulla liquidazione di ogni teologia politica. Se oggi si danno ancora buoni argomenti per giustificare l’esistenza delle facoltà e delle discipline teologiche nelle università, uno è certamente l’app ello appassionato di Peterson alla teologia perché combatta criticamente l’ideologia: la teologia rappresenta per un’università il memento a mantenere intatte le differenze fra sapere e ideologia. Questo volume, contenente non solo i contributi del simposio romano e le parole di saluto, ma anche alcuni testi espressamente redatti per esso, documenta i vari modi in cui oggi ci si può riferire a un grande studioso del Nuovo Testamento e della patristica e teologo cattolico del secolo scorso. Gli esegeti e gli storici possono verificare se posizioni sostenute nel recente passato delle loro discipline corrispondano ancora agli attuali orientamenti della ricerca specialistica in materie così disparate come il giudeocristianesimo, l’encratismo, le lettere dell’Apostolo Paolo o le antiche categorie del martirio e della gnosi. Questo pluralismo della recezione non è probabilmente solo una conseguenza della forma espressionistica, nella quale Peterson — in modo strettamente antisistemico e in questo anche antisistematico — sviluppa idee spesso presentate in modo aforistico e facilmente caotico; no, nel pluralismo della recezione d’asp etti non ancora pienamente analizzati del pensiero di Erik Peterson si manifesta la sua abbondante ricchezza. Appare chiaro il motivo per cui un outsider rimase così a lungo un estraneo: nel suo caso, una determinata corrente espressionistica, legata al clima culturale del proprio tempo, si congiunse con una sollecitazione biblica, specialmente neotestamentaria, a sentirsi e vivere come forestiero in questo mondo terreno. Tuttavia, in questo o quel modo, sul piano teologico, egli può rendersi nuovamente presente. Presente forse più di quanto lo sia stato durante la sua vita.

© Osservatore Romano - 10 maggio 2012