Si svolgono il 7 e il 10 dicembre le presentazioni dei due volumi dell'opera omnia di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI pubblicati dalla Libreria Editrice Vaticana nel corso del 2013. Il 7, nell'Arcibasilica papale di San Giovanni in Laterano, viene presentato il volume XII, Annunciatori della Parola e servitori della vostra gioia, interamente dedicato al sacerdozio. Anticipiamo stralci della prolusione dell'arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e curatore dell'opera omnia. Il 10 presso l'Aula Paolo VI della Pontificia Università Lateranense, sarà la volta del volume Gesù di Nazaret - La figura e il Messaggio, nelle edizioni in lingua italiana e tedesca, che presenta riuniti i tre volumi su Gesù scritti da Joseph Ratzinger-Benedetto XVI e apparsi nel 2007, nel 2011 e nel 2012. di GERHARDL. MÜLLER
Il concilio Vaticano II può a pieno titolo affermare: «Cristo Signore, per pascere e sempre più accrescere il popolo di Dio, ha stabilito nella sua Chiesa vari ministeri, che tendono al bene di tutto il corpo. I ministri infatti che sono rivestiti di sacra potestà, servono i loro fratelli, perché tutti coloro che appartengono al popolo di Dio, e perciò hanno una vera dignità cristiana, tendano liberamente e ordinatamente allo stesso fine e arrivino alla salvezza» (Lumen gentium, 18). Questi passi del concilio Vaticano II ci pongono di fronte la vera identità del sacerdozio, un sacerdozio la cui identità risale alla volontà stessa di Gesù, alla sua parola e opera pasquale. A questo sacerdozio, con le sue parole e il suo sguardo “fedele e m i s e r i c o rd i o s o ”, Gesù introduce gli apostoli: con questo sacerdozio li identifica, a questo sacerdozio li affida. Questo sacerdozio ci consegna la Tradizione della Chiesa, dal Nuovo Testamento, passando per il concilio di Trento, fino al Vaticano II. Se Cristo, per mezzo della sua Risurrezione, ha superato la più grande crisi mai esistita della fede — la crisi pre-pasquale dei discepoli — e, in particolare, la crisi della missione e della potestà apostolica, e dunque anche del sacerdozio cattolico, allo ra, è proprio e soltanto nel nostro sguardo rivolto al Signore — al quale è dato ogni potere in cielo e sulla terra, Egli che è con noi tutti i giorni, sino alla fine del mondo — che è possibile superare anche tutte le crisi storiche del s a c e rd o z i o . Corrispondendo al suo sguardo su di noi e sul nostro sacerdozio, con il nostro sguardo rivolto a Lui, fissando i nostri occhi in quelli del Sommo Sacerdote, Crocifisso e Risorto, possiamo superare ogni ostacolo e difficoltà. Penso in particolare alla crisi della dottrina del sacerdozio, avvenuta durante la Riforma protestante, una crisi a livello dogmatico, con cui il sacerdote è stato ridotto a un mero rappresentante della comunità, mediante una eliminazione della differenza essenziale fra il sacerdozio ordinato e quello comune di tutti i fedeli. E poi alla crisi esistenziale e spirituale, avvenuta nella seconda metà delXXsecolo ed esplosa dopo il concilio Vaticano II, delle cui conseguenze noi oggi ancora soffriamo. Joseph Ratzinger, nell’ampio volume Annunciatori della Parola e servitori della vostra gioia — il dodicesimo dell’opera omnia — ha proposto un superamento di queste crisi con una proposta ad alto livello teologico, donandoci una guida per favorire un rinnovamento del sacerdozio sacramentale istituito da Cristo. Gli studi scientifici, le meditazioni e le omelie sul servizio episcopale, presbiterale/sacerdotale e diaconale, contenute in questo volume, abbracciano un lasso di tempo di quasi cinquant’anni, a partire dagli anni immediatamente precedenti l’inizio del concilio Vaticano II. A questo avvenimento, che è stato quello che più ha segnato la storia recente della Chiesa, molti associano, a seconda della rispettiva posizione, l’inizio di una trasformazione conforme allo spirito del tempo, ovvero l’inizio di una profonda crisi della Chiesa e in particolare del sacerdozio. Il concilio ha inquadrato la costituzione gerarchica della Chiesa — la quale si dispiega nei differenti compiti del vescovo, del sacerdote e del diacono — in un’ecclesiologia di ampio respiro, rinnovata a partire dalle fonti bibliche e patristiche (cfr. Lumen gentium, 18-29).
Le affermazioni sui gradi dell’episcopato e del presbiterato (di un ministero complessivamente articolato in tre gradi), vennero approfondite nei decreti Christus DominusePresbyterorum ordinis. In tal modo, il concilio ha cercato di riaprire una nuova strada verso l’autentica comprensione dell’identità del sacerdozio. Perché mai si giunse allora, all’indomani del concilio, a una sua crisi d’identità, paragonabile storicamente solo con le conseguenze della Riforma protestante del XVIsecolo? Nella parteAdel libro, dal titolo Teologia del sacramento dell’o rd i n e , Joseph Ratzinger intende rispondere anche a questa domanda e mostra, con afflato positivo, sia il fondamento biblico che il conseguente sviluppo storico-dogmatico del sacramento dell’O rdine. Nella parte B, il lettore troverà, sotto il titolo «Servitori della vostra gioia», una raccolta di me ditazioni sulla spiritualità sacerdotale. Tale titolo riprende le parole che il novello sacerdote Joseph Ratzinger pose sull’immaginetta-ricordo della sua prima messa.
Seguono, nella parte C, le prediche tenute in occasione di diverse ordinazioni sacerdotali e diaconali, di prime messe e di anniversari di sacerdozio o di episcopato. Non si tratta di lirica devota, ma del tentativo riuscito di portare alla luce le fonti spirituali alle quali ogni sacerdote giornalmente attinge, per essere un servo buono del suo Signore e un servitore della lieta novella di Cristo, capace di entusiasmare: un pastore che non pasce se stesso, ma che, come Cristo, il Pastore supremo, dà la sua vita per le pecore del gregge di Dio. Joseph Ratzinger evidenzia che laddove viene meno il fondamento dogmatico del sacerdozio cattolico, non solo si esaurisce la fonte alla quale si può efficacemente abbeverare una vita alla sequela di Cristo, ma viene meno anche la motivazione che introduce sia a una ragionevole comprensione della rinuncia al matrimonio per il regno dei cieli (cfr. Ma t t e o , 19, 12), che del celibato quale segno escatologico del mondo di Dio che verrà, segno da vivere con la forza dello Spirito Santo, in letizia e certezza. Se la relazione simbolica che appartiene alla natura del sacramento viene oscurata, il celibato sacerdotale diviene il relitto di un passato ostile alla corporeità e viene additato e combattuto come l’unica causa della penuria di sacerdoti. Non da ultimo, scompare poi anche l’evidenza, per il magistero e la prassi della Chiesa, che il sacramento dell’Ordine debba essere amministrato solo a uomini. Un ufficio concepito in termini funzionali, nella Chiesa, si espone al sospetto di legittimare un dominio, che invece dovrebbe essere fondato e limitato in senso democratico. La crisi del sacerdozio nel mondo occidentale, negli ultimi decenni, è anche il risultato di un radicale disorientamento dell’identità cristiana di fronte a una filosofia che trasferisce all’interno del mondo il senso più profondo e il fine ultimo della storia e di ogni esistenza umana, privandolo così dell’orizzonte trascendente e della prospettiva escatologica. Attendere tutto da Dio e fondare tutta la propria vita su Dio, che in Cristo ci ha donato tutto: questa sola può essere la logica di una scelta di vita che, nella completa donazione di sé, si pone in cammino alla sequela di Gesù, partecipando alla sua missione di Salvatore del mondo, missione che egli compie nella sofferenza e nella croce, e che Egli ha ineludibilmente rivelato attraverso la sua risurrezione dai morti. Ma, alla radice di questa crisi del sacerdozio, bisogna rilevare anche dei fattori infra-ecclesiali. Come mostra nei suoi primi interventi, Joseph Raztinger possiede fin dall’inizio una viva sensibilità nel percepire da subito quelle scosse con cui si annunciava il terremoto: e ciò soprattutto nell’apertura, da parte di tanti ambiti cattolici, all’esegesi protestante in voga negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Spesso, da parte cattolica, non ci si è resi conto delle visioni pregiudiziali che soggiacevano all’esegesi scaturita dalla Riforma. E così sulla Chiesa cattolica (e ortodossa) si è abbattuta la furia della critica al sacerdozio ministeriale, nella presunzione che questo non avesse un fondamento biblico. Il sacerdozio sacramentale, tutto riferito al sacrificio eucaristico — così come era stato affermato al Concilio di Trento — a prima vista non sembrava essere biblicamente fondato, sia dal punto di vista terminologico, sia per quel che riguarda le particolari prerogative del sacerdote rispetto ai laici, specialmente per ciò che attiene al potere di consacrare. La critica radicale al culto — e con essa il superamento, a cui si mirava, di un sacerdozio che limitasse la pretesa funzione di mediazione — sembrò far perdere terreno a una mediazione sacerdotale nella Chiesa. Alla critica formulata dalla Riforma al sacerdozio sacramentale — il quale avrebbe messo in discussione l’unicità del sommo sacerdozio di Cristo (in base alla L e t t e ra agli Ebrei) e avrebbe emarginato il sacerdozio universale di tutti i fedeli (1 Pietro, 2, 5) — si è unita infine la moderna idea di autonomia del soggetto, con la prassi individualista che ne deriva, la quale guarda con sospetto a qualunque esercizio dell’autorità. Da una parte, osservando che Gesù, da un punto di vista sociologicoreligioso, non era un sacerdote con funzioni cultuali e dunque (per usare una formulazione anacronistica) era un laico, e dall’altra parte, basandosi sul fatto che, nel Nuovo Testamento, per i servizi e i ministeri, non viene addotta alcuna terminologia sacrale, bensì denominazioni ritenute profane, è sembrato che si potesse considerare dimostrata come inadeguata la trasformazione — nella Chiesa delle origini, a partire dalIII secolo — di coloro che svolgevano mere “funzioni” all’interno della comunità, in impropri detentori di un nuovo sacerdozio cultuale. Joseph Ratzinger sottopone, a sua volta, a un puntuale esame critico, la critica storica improntata alla teologia protestante e lo fa distinguendo i pregiudizi filosofici e teologici dall’uso del metodo storico. In tal modo, egli riesce a mostrare che con le acquisizioni della moderna esegesi biblica e una precisa analisi dello sviluppo storico-dogmatico si può giungere in modo assai fondato alle affermazioni dogmatiche prodotte soprattutto nei concili di Firenze, di Trento e del Vaticano II. Ciò che Gesù significa per il rapporto di tutti gli uomini e dell’intera creazione con Dio — dunque il riconoscimento di Cristo come Redentore e universale Mediatore di salvezza, sviluppato nellaLettera agli Ebreip er mezzo della categoria di «Sommo S a c e rd o t e » (Arc h i e re u s ) — non è mai dipeso, come condizione, dalla sua appartenenza al sacerdozio levitico. Il fondamento dell’essere e della missione di Gesù risiede piuttosto nella sua provenienza dal Padre, da quella casa e da quel tempio in cui egli dimora e deve stare (cfr. Luca, 2, 49). È la divinità del Verbo che fa di Gesù, nella natura umana che egli ha assunto, l’unico e vero Maestro, Pastore, Sacerdote, Mediatore e Red e n t o re . Egli rende partecipi di questa sua consacrazione e missione mediante la chiamata dei Dodici. Da essi sorge la cerchia degli apostoli che fondano la missione della Chiesa nella storia come dimensione essenziale alla natura ecclesiale. Essi trasmettono il loro potere ai capi e pastori della Chiesa universale e particolare, i quali operano a livello locale e sovra-lo cale. Dal punto di vista della storia comparata delle religioni, le prime denominazioni degli uffici di “vescovo”, “p re s b i t e ro ”, “diacono” all’interno delle comunità cristiane di origine pagana, sembrano essere termini di provenienza profana. E tuttavia, nel contesto della Chiesa delle origini, il loro riferimento cristologico e la loro relazione con l’ufficio di apostolo non può passare inosservato. Gli apostoli, e i loro discepoli e successori, istituiscono i vescovi, i presbiteri e i diaconi per mezzo dell’imposizione delle mani e della preghiera di consacrazione (cfr. Atti degli Apostoli,6,6;14,23; 15,4;1 Timoteo, 4, 14).
Nel nome del Supremo Pastore, essi sono i pastori che lo rappresentano visibilmente e attraverso i quali Egli stesso è presente in quanto analogatumprinceps del pastore. Da qui si ricava anche la spiritualità del presbitero e, rispettivamente, del vescovo, i quali sono consacrati dallo Spirito Santo attraverso l’imposizione delle mani (cfr. Atti degli Apostoli, 20, 28). Tale spiritualità non è l’aggiunta esterna di una pietà privata, bensì la forma interiore della disponibilità a mettere se stessi interamente al servizio di Cristo e di rinviare a Lui, testimoniando Lui con tutto il proprio essere e con tutta la propria vita. L’autentica natura del sacerdozio sacramentale consiste nel fatto che il vescovo e il presbitero sono servitori della Parola, che svolgono il servizio della riconciliazione e, come pastori, pascono il gregge di Dio. In quanto compiono il mandato di Cristo, Cristo stesso, attraverso la loro azione e la loro parola, si rende presente quale unico Sommo Sacerdote nella Chiesa di Dio, riunita per la celebrazione liturgica. La teologia cattolica potrebbe comprendere le obiezioni rivolte contro il suo sacerdozio se questo venisse da lei inteso come una mediazione autosufficiente, o anche solo integrativa, accanto o a esclusione di quella di Cristo. Perciò, anche le obiezioni di Martin Lutero, in realtà non toccano il nucleo centrale dell’insegnamento dogmatico vincolante sul sacerdozio sacramentale. Il concilio di Trento, nel suo decreto sul sacramento dell’Ordine, si limitò a respingere le obiezioni del primo Riformatore, ma rinunciò a presentarne un’ampia trattazione teologica. E tuttavia, i decreti tridentini di riforma, per lo più a torto trascurati — Joseph Ratzinger lo sottolinea con forza — danno importanza alla concezione biblica del sacerdote come servitore della Parola e dei Sacramenti, e anche come pastore sollecito della salute spirituale dei fedeli. Nel dialogo ecumenico devono peraltro essere messi a tema, al di là delle differenze di contenuto, anche i principi formali della teologia: la Scrittura, la Tradizione e il Magistero, i quali, pur differendo fra essi, cooperano al fine di preservare la totalità della Rivelazione. Rivelazione che deve essere protetta da un’esegesi soggettivistica e arbitraria, così da preservarne la pienezza e la pretesa totale. Qui emerge anche quella dimensione del sacramento dell’O rdine che va oltre le funzioni — le quali fanno per lo più riferimento alla comunità — del “p re s b i t e ro ” e del “diacono”. Si tratta della responsabilità propria dei “vescovi”, come successori degli apostoli, nel loro ufficio magisteriale e pastorale rispetto alla Chiesa universale. Per questo, secondo la concezione cattolica, anche il servizio del Vescovo di Roma, quale successore di Pietro, è di imprescindibile importanza. A tal proposito, Joseph Ratzinger rimanda di continuo a Ireneo di Lione che, con il principio della Scrittura apostolica, della Tradizione apostolica e della Successione apostolica dei vescovi, ne ha stabilito il criterio normativo permanente. In fondo, già nell’opera di delimitazione della gnosi, compiuta da Ireneo con l’Adversus haereses, sono contenuti anche i tratti essenziali circa la dottrina del primato papale, tanto che il successivo sviluppo del magistero, nella sua intenzione autentica, può essere chiarito proprio a partire da Ireneo. Fa parte della riconquista dell’identità sacerdotale la disponibilità a intendere se stessi come servitori della Parola e testimoni di Dio nella sequela di Cristo, e a vivere in comunione con Lui. Perché questo sia possibile, sono richieste al sacerdote sia una buona formazione teologica che un costante rapporto con la teologia scientifica.
Con il presente volume dell’op era omnia, Joseph Ratzinger indica una strada che conduce fuori da quella crisi nella quale — senza impostazioni e motivazioni, teologiche e sociologiche, adeguate — era caduto il sacerdozio cattolico, crisi che ha condotto molti sacerdoti — molti dei quali avevano pure iniziato il loro cammino con amore e zelo — in uno stato di personale incertezza e confusione riguardo al loro ruolo nella Chiesa. Tale volume, potrà essere consultato fruttuosamente non solo per la definizione teologico-scientifica del sacramento dell’Ordine, ma anche per l’approfondimento spirituale della vocazione sacerdotale, come per gli esercizi ai sacerdoti, e per l’annuncio del «ministero glorioso della Nuova alleanza, il ministero dello Spirito e della vita» (cfr. 2 Corinzi, 3, 6-8). Benedetto XVIha visto nell’annuncio della Parola di Dio, che precede ogni fare dell’uomo, il compito specifico del servizio episcopale e sacerdotale. È, d’altronde, proprio ciò che Papa Francesco ha richiamato, in modo tanto conciso quanto incisivo, lo scorso 21 aprile — in occasione di una ordinazione presbiterale — quando ha esortato i chiamati all’o rd i n e sacro a «essere consapevoli di essere stati scelti fra gli uomini e costituiti in loro favore per attendere alle cose di Dio», e a esercitare «in letizia e carità sincera l’opera sacerdotale di Cristo, unicamente intenti a piacere a Dio e non a voi stessi». Egli ha sottolineato con forza: «Siete Pastori, non funzionari. Siete mediatori, non intermediari». In questo sguardo dei due grandi Pontefici sul sacerdozio, possiamo ritrovare lo sguardo stesso di Gesù sui suoi apostoli e su coloro che oggi, come in ogni tempo, invia a pascere il Suo gregge. È questo sguardo che ci identifica e che sottrae la nostra vocazione sacerdotale alle caricature del mondo, sempre incomplete e riduttive.
È questo sguardo che ci spinge, con fiducia e speranza affidabile, oltre la cortina fumogena di ogni crisi. È lo sguardo del Supremo Pastore che, da sempre, rinnova e libera i suoi Pastori, per la missione entusiasmante cui li chiama, nonostante le loro povertà e miserie. Proprio lo sguardo e le parole di Gesù sono la sorgente perenne dell’identità sacerdotale, che sospinge oltre il deserto di ogni crisi, verso la terra promessa — da riconquistare ogni giorno — del Suo Regno.
(©L'Osservatore Romano 8 dicembre 2013)