In atteggiamento di sapiente equidistanza tra i Savonarola castigamatti e caricaturali irenismi alla Pangloss, la dottrina della fede cattolica cerca di tenere insieme il coinvolgimento della divinità nei fatti mondani e i fattori accidentali che li determinano, come il caso, la necessità e la libertàdi Davide Vairani
“Terremoto, Radio Maria: ‘Colpa delle Unioni Civili’”.
“L’Espresso” suona la carica contro l’emittente cattolica che “interpreta il sisma che ha scosso il centro Italia come un ‘castigo divino’ per chi ha offeso la famiglia e il matrimonio”. L’articolo di Simone Alliva ci va giù pesantissimo e mette insieme un mucchio di mezze verità attribuite a Padre Livio (tutte in realtà smentite, basta andare ad ascoltarsi i file audio delle trasmissioni citate). “Durante una trasmissione domenicale è andata in onda la tesi bislacca della punizione celeste: ‘Questi disastri sono una conseguenza del peccato originale. Queste offese alla famiglia e alla dignità del matrimonio, le stesse unioni civili’. Il terremoto è il castigo divino che l’Italia riceve per le unioni civili. A svelarcelo è Radio Maria. È il 30 ottobre, sono passate solo dodici ore dall’ultimo devastante terremoto che ha sconvolto il centro Itali. Case, chiese, edifici pubblici distrutti, un patrimonio artistico spazzato via per colpa di coppie gay e lesbiche riconosciute dalla legge Cirinnà. Radio Maria, e in particolare il suo direttore, Padre Fanzaga, da sempre protagonista indiscusso del cattolicesimo multimediale, non è nuova a uscite discutibili: in passato aveva definito le famiglie arcobaleno “sporcizia” e in occasione di Vatileaks aveva detto che i giornalisti Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi sarebbero “da impiccare”. Il direttore della popolare emittente cattolica Don Livio Fanzaga, attacca Fittipaldi e Nuzzi, autori dei due libri che hanno terremotato il Vaticano. ‘Voglio semplicemente dire, a chi ha venduto i documenti, a chi li ha comprati…dico loro che Giuda dopo aver concluso l’affare andò ad impiccarsi’. Solo nel febbraio scorso augurò la morte alla senatrice Monica Cirinnà, relatrice del testo della legge sulle Unioni Civili: ‘brinda a Prosecco, eh eh, alla vittoria. Signora, arriverà anche il funerale’.E poi le interpretazioni delle catastrofi naturali: nel 2009 aveva dichiarato che quella del terremoto in Abruzzo era stata una tragedia voluta dal Signore: l’intento sarebbe stato quello di far partecipare il popolo abruzzese della sua sofferenza durante la settimana santa di passione prima della Pasqua. Radio Maria che con i suoi 850 ripetitori permette una copertura in tutta Italia pari a quella della Rai, nel 2011 aveva cercato anche di spiegare calamità oltreoceano, come quella del terremoto giapponese: il professor Roberto De Mattei, vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), durante la sua trasmissione ‘Radici Cristiane’ collocò il sisma che causò un mostruoso tsunami e il disastro di Fukushima all’interno di ‘un disegno divino’. Come per tutte le cose che si possono solo raccontare e immaginare, pur senza esserlo il terremoto non perde l’alone mitico della peggiore di tutte le calamità: la punizione divina, l’evento letale capace di spazzare via una civiltà, di cambiare il modo di pensare, la filosofia le lettere, le scienze. Così le dichiarazioni dell’emittente cattolica arrivano dopo quel del viceministro israeliano che ha visto nel terremoto la punizione divina all’Italia per la sua posizione sostenuta recentemente all’Unesco, negativa per Israele, e quella del giornalista tv Antonio Socci, che ha accusato il Papa di omaggiare Lutero, anziché starsene in Italia a richiedere la protezione della Madonna per l’Italia”. Polemica che accende una miccia esplosiva via social e media con un coro all’unisono: vergognati Padre Livio! Tralasciando il fatto che Padre Livio stavolta non c’entra un bel nulla (visto che quel giorno non era in onda), tralasciando il fatto che il sito web di Radio Maria smentisce categoricamente che tale visione del mondo e di Dio appartenga all’emittente, tralasciando il fatto che anche lo stesso “Espresso” è costretto a scrivere “in un primo momento avevamo attribuito la dichiarazione choc sul terremoto al direttore di Radio Maria, ma non potendo indentificare con certezza la voce dello speaker abbiamo eliminato il nome. Ce ne scusiamo con gli interessati e con i lettori”, tralasciando il dato evidente che esista una costante campagna mediatica mirata a denigrare Radio Maria per farla passare come omofoba, bigotta e dunque da farla tacere, tralasciando tutto questo, resta un punto delicatissimo su cui vorrei soffermare la mia attenzione. Dio può punire?. Può il Dio di misericordia, pace, perdono e soprattutto d’amore punire gli uomini per qualche loro malefatta, diciamo per il loro peccato, infliggendo anche calamità e devastazioni? A prescindere da qualunque interpretazione si voglia dare della recente catastrofe (e non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello che il terremoto umbro sia una punizione di Dio per gli abitanti umbri), rispondere di sì a questa domanda è pienamente nel solco della verità cattolica. Ma occorre entrarci dentro ed evitare di cadere in scivoloni pericolosi. In “Non ci resta che piangere” di Troisi e Benigni c’è quella celebre scenetta.La scenetta è quella del prete che in quel di Frittole (siamo alla fine del 1400) invita in maniere veemente Troisi a pentirsi prima dell’eterno giudizio, sempre imminente nell’epoca in cui Santa Romana Chiesa faceva indulgenze per il Paradiso: “Mo’ me lo segno” risponde timido Massimo Troisi con la faccia schiantata affacciato al balcone che promette di scriversi l’importante post-it per l’Aldilà. Ecco, vorrei che noi cattolici evitassimo di avere questi atteggiamenti millenaristici e punitivi, come se Dio fosse subito pronto condannarci per ogni peccato commesso. Non è così. Occorre entrare nell’ottica del mistero di Dio che, appunto è un mistero, ma che agisce (Dio) potentemente in ciascuno di noi e nel mondo terreno. Mons. Inos Biffi negli esercizi spirituali per Giovanni Paolo II, scrisse: “Senza la fede cristiana il problema del male, cioè della sofferenza nella varietà delle sue forme, resta un insolubile enigma. Se poi lo si fa risalire a un’anonima volontà malvagia o a un destino che opera crudelmente e ineluttabilmente nel mondo, l’enigma si infittisce e l’uomo appare inspiegabilmente in balìa a un’implacabile forza perversa, che si abbatte su di lui, di là dalla sua stessa colpevolezza. Soprattutto dall’esperienza di questa ‘ingiustizia’ e fatalità del dolore sono nati, tra gli altri, i capolavori della letteratura - pensiamo alla tragedia greca - che hanno interpretato, con i loro lamenti, i loro affanni, i loro silenzi, la drammatica condizione umana di ogni tempo. La ragione non è in grado di trovare una soluzione, che spieghi o giustifichi il dolore; in ogni caso le possibilità dell’uomo appaiono impotenti a trovarvi un rimedio duraturo e veramente efficace, soprattutto quando con la morte - la ‘fatal quiete’ - sopraggiunge il suo definitivo e irreversibile suggello. Per chi non ha la fede ogni discorso sulle tribolazioni e sui patimenti che affliggono l’umanità in generale, e ogni uomo in particolare, risulta non solo arduo e oscuro ma alla fine affatto inidoneo a proporre soluzioni persuasive, impotente a placare l’inquietudine, a rassicurare e a suscitare speranza. Chi ha fede dev’esserne consapevole, per non diventare - come direbbe Giobbe - un ‘consolatore molesto’, un elegante compositore di parole (Giobbe, 16, 2-4) che hanno come esito quello di accrescere il tormento e l’oppressione. La presenza cristiana si manifesta anzitutto in un ascolto silenzioso, pieno di delicatezza e di discrezione, che sa specialmente trasformarsi nell’offerta attenta e sollecita di un aiuto che rechi concreto sollievo. D’altra parte, l’annunzio del Vangelo e il sopravvenire della grazia non rimuovono dal mondo la sofferenza. Essa permane con la sua ‘ingiustizia’ e il suo strazio. E, tuttavia, la rivelazione ne illustra anzitutto la genesi. La sofferenza entra nel mondo a motivo del peccato commesso all’origine. Lo afferma san Paolo: ‘A causa di un solo uomo è entrato nel mondo il peccato e, con il peccato, la morte’ (Romani, 5, 12). Una morte che suggella il peccato ed è il simbolo reale e quindi la consumazione di tutti i mali e di tutti i dolori. Dio, per definizione immensamente buono, non ha dunque creato il male. E neppure esso è dovuto a un Principio, quasi una divinità prepotente e malefica, che lo abbia disseminato nel mondo. La causa risale alla ribellione di Adamo. E questa è una verità di fede cattolica. È allora dentro questa visione che il tema del “castigo” di Dio deve essere inserito, se no non si capisce e si rischia di farsi un dio a propria immagine e somiglianza. Aiutandoci a capire meglio questa verità, la “Salvifici doloris” di San Giovanni Paolo II (11 febbraio 1984) insegna: “Se è vero che la sofferenza ha un senso come punizione, quando è legata alla colpa, non è vero, invece, che ogni sofferenza sia conseguenza della colpa ed abbia carattere di punizione”. “Al centro di ciò che costituisce la forma psicologica della sofferenza si trova sempre un’esperienza del male, a causa del quale l’uomo soffre. Così dunque la realtà della sofferenza provoca l’interrogativo sull’essenza del male: che cosa è il male?”. Questo interrogativo sembra, in un certo senso, inseparabile dal tema della sofferenza. La risposta cristiana ad esso è diversa da quella che viene data da alcune tradizioni culturali e religiose, le quali ritengono che l’esistenza sia un male, dal quale bisogna liberarsi. Il cristianesimo proclama l’essenziale bene dell’esistenza e il bene di ciò che esiste, professa la bontà del Creatore e proclama il bene delle creature. “L’uomo soffre a causa del male, che è una certa mancanza, limitazione o distorsione del bene. Si potrebbe dire che l’uomo soffre a motivo di un bene al quale egli non partecipa, dal quale viene, in un certo senso, tagliato fuori, o del quale egli stesso si è privato. Soffre in particolare quando ‘dovrebbe’ aver parte— nell’ordine normale delle cose—a questo bene, e non l’ha. Cosi dunque nel concetto cristiano la realtà della sofferenza si spiega per mezzo del male, che è sempre, in qualche modo, in riferimento ad un bene”. È come se la sofferenza di ciascuno di noi costituisse un preciso “mondo” che esiste insieme all’uomo, “che appare in lui e passa, e a volte non passa, ma in lui si consolida ed approfondisce. Questo mondo della sofferenza, diviso in molti, in numerosissimi soggetti, esiste quasi nella dispersione. Ogni uomo, mediante la sua personale sofferenza, costituisce non solo una piccola parte di quel ‘mondo’, ma al tempo stesso quel ‘mondo’ è in lui come un’entità finita e irripetibile. Di pari passo con ciò va, tuttavia, la dimensione interumana e sociale. Il mondo della sofferenza possiede quasi una sua propria compattezza. Gli uomini sofferenti si rendono simili tra loro mediante l’analogia della situazione, la prova del destino, oppure mediante il bisogno di comprensione e di premura, e forse soprattutto mediante il persistente interrogativo circa il senso di essa. Benché dunque il mondo della sofferenza esista nella dispersione, al tempo stesso contiene in sé una singolare sfida alla comunione e alla solidarietà”. Il male c’è, il male esiste. Non è una metafora che usiamo per esorcizzare fatti drammatici che ci sembrano impossibili da compiere per un uomo. C’è. “Pensando al mondo della sofferenza nel suo significato personale ed insieme collettivo, non si può non notare il fatto che un tal mondo, in alcuni periodi di tempo ed in alcuni spazi dell’esistenza umana, quasi si addensa in modo particolare. Ciò accade, per esempio, nei casi di calamità naturali, di epidemie, di catastrofi e di cataclismi, di diversi flagelli sociali: si pensi, ad esempio, a quello di un cattivo raccolto e legato ad esso — oppure a diverse altre cause — al flagello della fame. Si pensi, infine, alla guerra. Parlo di essa in modo speciale. Parlo della ultime due guerre mondiali, delle quali la seconda ha portato con sè una messe molto più grande di morte ed un cumulo più pesante di umane sofferenze. A sua volta, la seconda metà del nostro secolo — quasi in proporzione agli errori ed alle trasgressioni della nostra civiltà contemporanea — porta in sè una minaccia così orribile di guerra nucleare, che non possiamo pensare a questo periodo se non in termini di un accumulo incomparabile di sofferenze, fino alla possibile auto-distruzione dell’umanità. In questo modo quel mondo di sofferenza, che in definitiva ha il suo soggetto in ciascun uomo, sembra trasformarsi nella nostra epoca — forse più che in qualsiasi altro momento — in una particolare « sofferenza del mondo »: del mondo che come non mai è trasformato dal progresso per opera dell’uomo e, in pari tempo, come non mai è in pericolo a causa degli errori e delle colpe dell’uomo”. Giovanni Paolo II in questo passaggio che abbiamo appena ripreso lascia intuire un fatto: proprio perché il male esiste e l’uomo di porta dietro il peccato, mai come in questo secolo si assiste ad una sorta di esplosione quanti/qualitativa della sofferenza provocata dall’uomo stesso. È come se l’umanità stesse portandosi da sola all’auto-distruzione, allentandosi sempre più da Dio. “Già nell’Antico Testamento – prosegue Giovanni Paolo II nella “Salvifici doloris”- notiamo un orientamento che tende a superare il concetto, secondo cui la sofferenza ha senso unicamente come punizione del peccato, in quanto si sottolinea nello stesso tempo il valore educativo della pena sofferenza. Così dunque, nelle sofferenze inflitte da Dio al popolo eletto è racchiuso un invito della sua misericordia, la quale corregge per condurre alla conversione: “Questi castighi non vengono per la distruzione, ma per la correzione del nostro popolo “. Così si afferma la dimensione personale della pena. Secondo tale dimensione, la pena ha senso non soltanto perché serve a ripagare lo stesso male oggettivo della trasgressione con un altro male, ma prima di tutto perché essa crea la possibilità di ricostruire il bene nello stesso soggetto sofferente. “La sofferenza deve servire alla conversione, cioè alla ricostruzione del bene nel soggetto, che può riconoscere la misericordia divina in questa chiamata alla penitenza. La penitenza ha come scopo di superare il male, che sotto diverse forme è latente nell’uomo, e di consolidare il bene sia in lui stesso, sia nei rapporti con gli altri e, soprattutto, con Dio. Ma per poter percepire la vera risposta al “perché “ della sofferenza, dobbiamo volgere il nostro sguardo verso la rivelazione dell’amore divino, fonte ultima del senso di tutto ciò che esiste. L’amore è anche la fonte più ricca del senso della sofferenza, che rimane sempre un mistero: siamo consapevoli dell’insufficienza ed inadeguatezza delle nostre spiegazioni. Cristo ci fa entrare nel mistero e ci fa scoprire il “perché “ della sofferenza, in quanto siamo capaci di comprendere la sublimità dell’amore divino”. E ancora: “L’uomo muore, quando perde la vita eterna. Il contrario della salvezza non è, quindi, la sola sofferenza temporale, una qualsiasi sofferenza, ma la sofferenza definitiva: la perdita della vita eterna, l’essere respinti da Dio, la dannazione. Il Figlio unigenito è stato dato all’umanità per proteggere l’uomo, prima di tutto, contro questo male definitivo e contro la sofferenza definitiva. Nella sua missione salvifica egli deve, dundunque, toccare il male alle sue stesse radici trascendentali, dalle quali esso si sviluppa nella storia dell’uomo. Tali radici trascendentali del male sono fissate nel peccato e nella morte: esse, infatti, si trovano alla base della perdita della vita eterna. La missione del Figlio unigenito consiste nel vincere il peccato e la morte. Egli vince il peccato con la sua obbedienza fino alla morte, e vince la morte con la sua risurrezione”: Ora se l’ uomo decide nella sua piena di uccidere per fama e potere, è colpa di Dio? È forse Lui la causa dei nostri mali, ha forse deciso Lui di costruire case senza cemento e ferro per guadagno e ha forse deciso Lui di non mettere in sicurezza milioni di case ? Un Dio che si allontana, non per sua volontà ma per il rifiuto da parte di uomini relativisti che si innalzano a divinità, non è forse una “ punizione divina”? Un Dio che ti ama, che ti lascia la libertà di bestemmiarlo, di sputargli in faccia, di frustarlo, di umiliarlo, di crocifiggerlo ma che alla fine ti lascia il libero arbitrio di rinnegarlo, cosa è se non un castigo per chi non lo riconosce ? Ma Dio non se ne va mai dall’uomo. “In conseguenza dell’opera salvifica di Cristo l’uomo esiste sulla terra con la speranza della vita e della santità eterne. E anche se la vittoria sul peccato e sulla morte, riportata da Cristo con la sua croce e risurrezione, non abolisce le sofferenze temporali dalla vita umana, né libera dalla sofferenza l’intera dimensione storica dell’esistenza umana, tuttavia su tutta questa dimensione e su ogni sofferenza essa getta una luce nuova, che è la luce della salvezza. È questa la luce del Vangelo, cioè della Buona Novella. Al centro di questa luce si trova la verità enunciata nel colloquio con Nicodemo: « Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito »(31). Questa verità cambia dalle sue fondamenta il quadro della storia dell’uomo e della sua situazione terrena: nonostante il peccato che si è radicato in questa storia e come eredità originale e come « peccato del mondo » e come somma dei peccati personali, Dio Padre ha amato il Figlio unigenito, cioè lo ama in modo durevole; nel tempo poi, proprio per quest’amore che supera tutto, egli « dà » questo Figlio, affinché tocchi le radici stesse del male umano e così si avvicini in modo salvifico all’intero mondo della sofferenza, di cui l’uomo è partecipe. Ogni uomo ha una sua partecipazione alla redenzione. Ognuno è anche chiamato a partecipare a quella sofferenza, mediante la quale si è compiuta la redenzione. È chiamato a partecipare a quella sofferenza, per mezzo della quale ogni umana sofferenza è stata anche redenta. Operando la redenzione mediante la sofferenza, Cristo ha elevato insieme la sofferenza umana a livello di redenzione. Quindi anche ogni uomo, nella sua sofferenza, può diventare partecipe della sofferenza redentiva di Cristo”. “L’umanità non è mai esistita da sola, cioè priva della “solidarietà” di Gesù Redentore – scrive Mons. Inos Biffi -; senza la grazia del suo sacrificio e del suo perdono. Ogni tipo di sofferenza è alla fine destinato nel piano di Dio a essere una comunione con la passione del Signore, il Giusto immolato: si tratti della sofferenza entrata nel mondo col peccato dei progenitori e sopravvenuta come strascico in tutto il genere umano, o di quella originata da proprie mancanze deplorate nel pentimento, o, particolarmente, della sofferenza incolpevole - richiamiamo la figura di Abele, preannuncio della vittima innocente del Calvario. Il pensiero va alle parole di Manzoni a conclusione de I promessi sposi: “I guai (...) quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore”, e a quelle pronunziate da fra Cristoforo dinanzi a don Rodrigo morente di peste al Lazzaretto: “Può esser gastigo, può esser misericordia”; noi potremmo parlare di castigo che è divenuto misericordia. Il dolore umano è da sempre arcanamente connesso con i dolori del Crocifisso; da sempre in ogni uomo che patisce si riflette il Cristo, così come ogni grazia di salvezza, in qualsiasi tempo della storia, è un’impronta della grazia di Gesù salvatore. Né importa che se ne abbia un’esplicita consapevolezza. Il dolore come puro castigo, deputato a compensare e a equiparare in certo modo la colpa, non è mai esistito e non è neppure pensabile”. La domanda allora che come singoli uomini e donne e soprattutto come società è allora un’altra: è Dio che ci castiga o siamo noi che scegliendo il male togliamo dalla nostra vita l’unica via di salvezza e l’unico scudo di protezione ? Se pensiamo che la colpa sia degli uomini, allora dobbiamo sapere che l’abbandono di Dio è un castigo per gli uomini stolti che decidono di salvarsi da soli. Numerosi sono i messaggi che la Madonna ha lasciato e lascia a vari veggenti riconosciuti dalla Chiesa cattolica in merito a disastri e catastrofi che si abbatteranno sull’umanità se l’uomo non torna indietro sui suoi passi e si addandona alla volontà di Dio. Vorrei a tal proposito ricordare un fatto: una profezia di suor Lucia dos Santos, la veggente di Fatima di cui il 13 febbraio 2015 è cominciato il processo di beatificazione. A raccontarla è stato il cardinale Carlo Caffarra in un’intervista concessa a “La Voce di Padre Pio” (marzo 2008). Il porporato ebbe da Giovanni Paolo II l’incarico di ideare e fondare il Pontificio Istituto per Studi su Matrimonio e Famiglia. “All’inizio di questo lavoro – spiega Caffarra – ho scritto a suor Lucia di Fatima, attraverso il vescovo perché direttamente non si poteva fare. Inspiegabilmente, benché non mi attendessi una risposta, perché chiedevo solo preghiere, mi arrivò dopo pochi giorni una lunghissima lettera autografa – ora negli archivi dell’Istituto”. In quella lettera di Suor Lucia è scritto che lo scontro finale tra il Signore e il regno di Satana sarà sulla famiglia e sul matrimonio. “Non abbia paura, aggiungeva, perché chiunque lavora per la santità del matrimonio e della famiglia sarà sempre combattuto e avversato in tutti modi, perché questo è il punto decisivo ». La suora di Fatima sosteneva che la Madonna ha già “schiacciato” la testa a Satana. “Si avvertiva – prosegue il porporato – anche parlando con Giovanni Paolo II, che questo era il nodo, perché si toccava la colonna portante della creazione, la verità del rapporto fra l’uomo e la donna e fra le generazioni. Se si tocca la colonna portante crolla tutto l’edificio, e questo adesso noi lo vediamo, perché siamo a questo punto, e sappiamo”.
© http://www.lacrocequotidiano.it/ - 5 novembre 2016
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vd anche
https://giulianoguzzo.com/2016/11/05/radio-maria-le-unioni-civili-e-il-vaticano-che-si-dissocia-ma-da-cosa/
e
L'Espresso e la mala comunicaciòn