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dialogo-religioniNel decennale del suo insediamento, il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni racconta a Vatican Insider il "suo" Vaticano

Giacomo Galeazzi
Città del Vaticano E’ il primo rabbino capo di Roma nato e cresciuto nella capitale da decine di generazioni. Esattamente dieci anni fa, nel suo esordio in sinagoga ha esortato a rispondere con coraggio all’allarme che ha travolto l’Occidente dopo l’11 settembre, da quando «l’orizzonte è agitato da minacce di guerra, terrorismo e estremismo di ogni tipo». Nel giorno dell’investitura Riccardo Shmuel Di Segni, il nuovo leader spirituale degli ebrei romani, inviò un messaggio chiaro sui temi più scottanti e ha concluso il suo discorso benedicendo la comunità ebraica riunita nel Tempio Maggiore ed esortando al dialogo con tutti, «con le religioni ma anche con le culture e le società diverse, che deve partire sempre dal presupposto della pari dignità». A inizio marzo 2002, dopo mezzo secolo di guida spirituale del rabbino Elio Toaff, Di Segni ha preso le redini dell’ebraismo romano. Un decennio dopo, il rabbino capo di Roma traccia con «Vatican Insider» un bilancio dei rapporti con l’altra sponda del Tevere e affronta le questioni irrisolte con la Santa Sede raccontando i «suoi» Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger.

Riccardo Di Segni, lei è il rabbino capo di Roma (la più antica comunità ebraica d’Europa) e ha portato Benedetto XVI alla sinagoga di Roma. Qual è lo stato delle relazioni tra ebraismo e Chiesa cattolica in questo pontificato?
«Riferisco una mia opinione personale. Siamo in un momento storico particolare, nel quale si è quasi esaurita la prima grande carica di necessità di chiarimento, di lotta all'antisemitismo e di costruzione di rispetto. Oggi manca progettualità, o non se ne sente molto il bisogno. I rapporti sono buoni, a parte qualche incidente, ma sembra che non si vada oltre le cortesie di buon vicinato».

La grazia della Santa Sede al vescovo negazionista Williamson, la preghiera del venerdì santo per la conversione degli ebrei la beatificazione di Pio XII, il prossimo ritorno dei lefebvriani nella Chiesa, qual è oggi l'ostacolo maggiore al dialogo tra ebrei e cattolici?
«Quello di Williamson è stato un evento grave ma che considero accidentale, la preghiera del venerdì è espressione di difficoltà teologiche non risolte e forse insolubili, la storia di Pio XII è questione dell'immagine ideale che la Chiesa vuol dare del suo passato e del suo presente, il ritorno dei lefebvriani se avverrà senza condizioni potrebbe mettere in discussione il Concilio. Non so se tutta questa lista sia solo uno slalom di ostacoli al dialogo o sia invece un elenco di veri problemi più che per noi per la Chiesa stessa...».

Gli incontri interreligiosi come quello di Assisi sono un valido deterrente alla strumentalizzazione della fede nei conflitti politici, economici, sociali?

«Ho sempre avuto dei dubbi sulla formula cattolico-centrica o papal-centrica degli incontri di Assisi, sulla pace di facciata, sul fatto che la discriminante buoni-cattivi passi per la fede in D., quale essa sia. L'ultima edizione di Assisi in tono decisamente minore dimostra che forse non ci crede neppure la Chiesa Cattolica. I deterrenti andrebbero cercati e costruiti in modo diverso».

Perché Karol Wojtyla aveva un rapporto "speciale" con quelli che lui ha chiamato "fratelli maggiori"?
«C'è uno strano destino nel mondo cattolico, vi sono persone a cui qualsiasi rapporto con l'ebraismo non interessa affatto, altre che invece ne sono incuriosite o attratte o anche fortemente antagoniste, ma che comunque percepiscono l'ebraismo come una realtà con cui è necessario misurarsi per definire la propria identità. Nella storia personale di amicizia di papa Wojtyla credo che abbia avuto un ruolo decisivo l'ambiente in cui ha passato la giovinezza, l'ebraismo che ha conosciuto da vicino e che ha visto scomparire sotto i suoi occhi».

Quanto incide nei rapporti con l'ebraismo il fatto che Benedetto XVI sia tedesco?
«L'appartenenza nazionale è formativa dell'identità e chiaramente guida le scelte personali. Ma tedesco non vuol dire certo nazista. L'essere tedesco è una realtà culturale complessa, ovviamente incide la storia del novecento con le sue tragedie, ma c'è anche tutto il resto».

Joseph Ratzinger è tornato più volte sulla tragedia dalla Shoah? Cosa la divide da Benedetto XVI nell'interpretazione storica dell'Olocausto?
«Semplificando al massimo, prima di tutto non condivido la sua interpretazione del nazismo come quello di una banda di criminali che ha assoggettato la Germania, trasformando così una colpa nazionale non collettiva ma ampiamente condivisa nella responsabilità di un gruppetto».

Lei ha vissuto da protagonista sia la visita al Tempio maggiore di Roma di Giovanni Paolo II sia quella del suo successore Benedetto XVI. Quali le differenze?
«Nella prima visita ero solo uno spettatore. La prima visita è stata un momento di rivoluzione storica, la seconda la conferma di un cammino e di un indirizzo, quindi anch'essa molto importante. In 25 anni il mondo è cambiato molto, è stata fatta molta strada nei rapporti, le persone sono cambiate... Non poteva essere una copia dell'evento».  

I tre monoteismi discendono da Abramo. Cosa può oggi aiutarli a superare le tensioni?
«Il fatto che la radice sia comune, in qualche modo, non evita, anzi forse acuisce la conflittualità. Vi sono varie ricette possibili per non divorarsi: la prima potrebbe essere la conoscenza diretta e personale; la seconda la raccomandazione a guardare più le necessità del mondo che le proprie teologie».
Quelle con l'Islam e la cristianità sono per l'ebraismo più divergenze religiose o geopolitiche?
«Il problema con la cristianità è storico e teologico, quello con l'islam sembra molto più legato alla politica; sembra, ma forse alla fine potrebbe essere proprio religioso, e allora sì che ci sarebbe da preoccuparsi...».

© http://vaticaninsider.lastampa.it - 7 marzo 2012