la settimana della «Spiritualità del lavoro» alla quale prendono parte ecclesiastici,
sindacalisti, politici, diplomatici, esponenti del mondo accademico, dell’economia
e delle professioni. Sul tema dell’appuntamento, Alfredo Luciani, presidente
di Carità Politica, ha appena pubblicato un libro (La spiritualità del lavoro.
Dalla dottrina sociale una sfida per il futuro, Milano, Paoline, 2012, pagine
167, euro 13,50). Pubblichiamo ampi stralci della prefazione del vescovo segretario
del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace.
di MARIO TOSO
Ogni epoca è chiamata a elaborare una nuova spiritualità del lavoro, a seconda della configurazione e dei significati che una simile attività umana via via assume nei vari contesti socio-economici. La situazione del mondo del lavoro odierno si differenzia profondamente rispetto a quella dei secoli scorsi. Il nuovo millennio vede il lavoro investito da una transizione davvero epocale con il passaggio progressivo da un’economia industriale e fordista a un’«economia dell’informazione e dei servizi». Ne consegue che oggi la distribuzione del valore aggiunto e dell’occupazione privilegiano i servizi e le attività caratterizzate da un forte contenuto informativo rispetto alle attività del settore primario e secondario, e che la risorsa centrale dell’economia è quella «umana», nella sua «capacità di conoscenza» e di «relazione produttiva». La trasformazione comporta conseguenze di ampia portata sull’o rg a - nizzazione della produzione e degli scambi, sul contenuto e sulla forma delle prestazioni lavorative, sui pilastri su cui si fondano i sistemi di protezione sociale. Grazie alle innovazioni tecnologiche, il mondo del lavoro si arricchisce di nuove professioni, mentre altre scompaiono. Vengono alleviate le mansioni più faticose e stressanti, sono ristrette le attività manipolative e si estendono quelle intellettive. La transizione odierna si può leggere, metaforicamente, come un passaggio «dal lavoro ai lavori », vale a dire da un mondo compatto, definito e riconosciuto, a un universo di lavori, variegato, fluido, ricco di promesse, ma anche carico di interrogativi inevitabili, specie di fronte alla precarizzazione, a fenomeni persistenti di disoccupazione strutturale, all’insufficienza e all’inadeguatezza degli attuali sistemi di sicurezza sociale, che non coprono tutti gli addetti. Vi sono luci e ombre. Per un verso, nell’economia dell’informazione, della conoscenza e dei servizi, il linguaggio delle cose e le tendenze in atto evidenziano l’emergenza di una «nuova soggettività», con il lavoro ormai protagonista non già di una società salariata, proletarizzata, passivizzata, assistita, ma di una società di produttori e consumatori, dotati di più elevate esigenze soggettive di autorealizzazione e di incidenza etica sui processi economici. Per un altro verso, a causa della finanziarizzazione dell’economia, della quotazione in borsa delle imprese, la prospettiva si apre su uno scenario mondiale in cui le esigenze dell’aumentata competitività, l’applicazione talora indiscriminata delle innovazioni tecnologiche secondo una «prevalente logica del profitto», la crescente avanzata della speculazione rispetto agli investimenti economici reali minacciano le stesse imprese, l’uomo del lavoro e i suoi diritti, riducendoli a «merce». Infatti, la mondializzazione e la globalizzazione dell’economia e della finanza appaiono fenomeni ambivalenti. Mentre aprono nuove aree di operosità e ampliano la divisione e la diversificazione del lavoro, congiuntamente all’affermarsi di ideologie radicali di tipo capitalistico e tecnocratico, possono ripetere e inverare l’errore teorico e pratico dell’«economicismo» e del «materialismo », che nel tempo hanno imbevuto il mondo del lavoro e che la Chiesa ha apertamente e ripetutamente condannato. Il lavoro, separato dal capitale e a esso contrapposto, viene allora considerato esclusivamente secondo la sua dimensione economica, è declassato e misconosciuto nel suo valore intrinseco, superiore a ogni elemento materiale. Nel contempo, il «materiale» e ciò che è «tecnica» acquistano preminenza e superiorità rispetto allo «spirituale» e al «personale». L’uomo del lavoro, vero soggetto efficiente dei processi di produzione e di scambio, è ridotto a «variabile dipendente » dei meccanismi economici e finanziari mondiali, i quali appaiono entità sovrane e insindacabili, irresistibili e irriformabili. Il destino dell’«uomo del lavoro», non raramente, è messo a repentaglio dalla crescita dell’attività finanziaria delle imprese, che lo espone alla tentazione di rovesciare l’ordine delle priorità tra capitale e lavoro. La finanziarizzazione dell’economia tende a distogliere gli operatori economici e, in primo luogo, le imprese, dall’investimento produttivo dei capitali, per indirizzarli là ove si ottiene il massimo rendimento nel tempo più breve p ossibile. Si ripropone così un grande conflitto, parzialmente inedito, tra «mondo del capitale», che comprende beni e servizi finanziari, beni del sapere, delle conoscenze, della tecnica, e il «mondo del lavoro»: ossia tra gruppi ristretti, ma molto influenti, di intermediari dei mezzi economico-finanziari o di detentori di conoscenze e tecniche decisive per lo sviluppo, e la vasta moltitudine che partecipa all’economia reale e ai processi produttivi, mediante il semplice lavoro o il piccolo azionariato, o mezzi di produzione, la cui sorte è fortemente condizionata da decisioni prese da altri. Ieri, il conflitto tra capitale e lavoro era originato, oltre che da altri elementi di sfruttamento, «dal fatto che i lavoratori mettevano le loro forze a disposizione del gruppo degli imprenditori e, che questo, guidato dal principio del massimo profitto della produzione, cercava di stabilire il salario più basso possibile per il lavoro eseguito dagli operai» (Laborem exercens, 11). Attualmente, il conflitto si arricchisce di nuovi aspetti più preoccupanti e devastanti. Il capitale può entrare in collisione con il mondo del lavoro senza giungere a sfruttarlo, impedendone semplicemente l’esercizio, destrutturandolo. Al centro dell’economia e della finanza non stanno più le persone e il bene comune, bensì il capitale, il denaro. L’imperativo è quello del profitto a tutti i costi, all’insegna dello slogan «gli affari sono affari», dimenticando ogni responsabilità morale e sociale. La logica del tornaconto fine a se stesso guida la stessa delocalizzazione delle imprese, facilitata dalla liberalizzazione dei mercati e dalla globalizzazione: la delocalizzazione delle imprese non è cercata solo per produrre a basso costo, al fine di ridurre i prezzi al consumo di molti beni, ma soprattutto per incrementare gli utili. Ancora una volta, la Chiesa è chiamata a farsi paladina della «dignità dell’uomo del lavoro» e dei suoi «doveri-diritti». Per essa il lavoro sta al centro della questione sociale contemporanea, come «chiave di volta» della costruzione di un mondo più giusto e pacifico. Questo aspetto lo ha ricordato, in modo particolare, Giovanni Paolo II: «Per rendere la vita più umana occorre rendere più umano il lavoro stesso» (Laborem exercens, 3). Per Giovanni Paolo II, il lavoro, considerato come opera non solo personale ma anche «collettiva» (cfr. Laborem exercens, 12), abbraccia e quasi si identifica con ogni attività umana che mira al perfezionamento dell’uomo e della società in cui egli vive. Ciò significa che, da problema e oggetto di studio dell’economia, delle scienze sociali e politiche, della politica stricto sensu, il lavoro diventa «categoria inclusiva e interpretativa» di esse. Detto altrimenti, il lavoro umano non è solo da considerarsi nei limiti della questione sociale intesa classicamente, cioè secondo termini strettamente etici, economici, sociali e politici, ma anche secondo dimensioni di «civiltà », di «cultura», di «costruzione» di un mondo migliore. Da questo punto di vista, lavoro e società mondiale formano un binomio inscindibile, che vive del reciproco condizionamento dei suoi due termini. Non si può concepire e realizzare il bene sociopolitico, nazionale e sovranazionale, non si può costruire una società più degna dell’uomo, ossia più giusta e pacifica, senza che i problemi del lavoro siano affrontati e risolti alla luce della sua valenza antropologica ed etica, culturale e religiosa. Il lavoro può essere tutelato, promosso e inserito nel «dinamismo» della storia, quale «fattore positivo di costruzione della famiglia umana», sicuramente con l’ausilio di strutture sociali e politiche adeguate, a livello nazionale e internazionale, ma soprattutto grazie a una «cultura umanista e personalista, a un’intensa e profonda spiritualità».
© Osservatore Romano - 12 marzo 2012