di GIOVANGIUSEPPE CALIFANO * I trentotto martiri albanesi non sono stati sconfitti dalla storia e oggi sono proclamati addirittura vincitori davanti al loro popolo, aprendo anche strade nuove e orizzonti di speranza. Ecco la chiave di lettura della beatificazione di monsignor Vinçenc Prennushi, frate minore e arcivescovo di Durazzo, e dei suoi trentasette compagni martiri di Albania.
È un evento che costituisce il sigillo, nell’ottica della fede, della dolorosa persecuzione che il Paese delle aquile ebbe a soffrire nel ventesimo secolo, per quasi cinquant’anni, a motivo del regime comunista. A presiedere il rito di beatificazione, sabato 5 novembre a Scutari, sarà il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, in rappresentanza di Papa Francesco. Il 4 novembre 1990, con la celebrazione della messa presso il cimitero di Scutari, la Chiesa di Albania usciva dalle catacombe e riprendeva la pubblica professione della fede dopo i lunghi anni del doloroso silenzio. La viva memoria raccontata dai protagonisti, e l’inconfutabile verità dei documenti rinvenuti, hanno gettato luce sulle vicende di cui la Chiesa albanese era stata vittima. In questo clima è maturata l’esigenza di onorare la memoria di coloro che erano stati uccisi in odium fidei, e di avviare la causa di beatificazione in vista del riconoscimento del loro martirio. La Conferenza episcopale albanese, il 25 aprile 2002, si è costituita parte attrice di un gruppo di trentotto servi di Dio. La lista comprende due vescovi, ventuno sacerdoti diocesani, dieci religiosi (tre gesuiti e sette francescani), quattro laici e un seminarista. L’opzione di intitolare la causa a un arcivescovo metropolita è volta a sottolineare la dimensione corale del martirio della Chiesa albanese, di cui i trentotto martiri costituiscono una porzione significativa rispetto a un più ampio numero di vittime. E così monsignor Vinçenc Prennushi (1885-1949), pur non essendo il primo in ordine cronologico ad aver dato la vita per Cristo, è stato posto idealmente a guida del gruppo dei martiri a motivo della sua dignità ecclesiastica di arcivescovo e di primate di Albania. Due volte ministro provinciale dei frati minori, è stato eletto vescovo di Sappa nel 1936. Trasferito nel 1940 alla sede di Durazzo, dal 1943 è stato anche amministratore apostolico dell’Albania meridionale. Prennushi rappresentava, dunque, in quel momento la massima autorità della Chiesa cattolica in Albania. La sua cattura e la sua condanna erano essenziali nella strategia di attacco al cattolicesimo da parte del regime comunista, tanto più che, insieme a monsignor Frano Gijni, si era opposto a ogni tentativo di nazionalizzare la Chiesa, staccandola da Roma. Arrestato e imprigionato a Durazzo il 19 maggio 1947, monsignor Prennushi venne condannato a vent’anni di detenzione. Anche in cella continuò a esercitare la carità. Morì il 19 marzo 1949 nel carcere di Durazzo per i maltrattamenti e le torture. Monsignor Gjini, l’altro vescovo nella lista dei trentotto martiri, aveva inviato una lettera al primo ministro Enver Hoxha e a tutte le ambasciate a Tirana per protestare contro la politica antireligiosa del governo. Subì la condanna a morte per fucilazione a Scutari l’11 marzo 1948, insieme ai religiosi francescani Çiprian Nika e Mati Prendushi. Il pretesto per la cattura dei francescani fu la falsa accusa di aver nascosto armi nelle loro chiese. Gli atti dei trentotto martiri si susseguono dal 1945 al 1974 con episodi di crudeltà. Cronologicamente parlando, la persecuzione ha colpito in un primo momento le personalità più in vista del mondo cattolico. Eliminandoli fisicamente si intendeva dare un duro colpo. Ma tutti hanno accettato in modo esemplare la loro ingiusta condanna: hanno accolto ogni sofferenza con spirito di pazienza, forza e autentica fede. Nel momento della morte hanno avuto sulle labbra parole di perdono per i persecutori e di affidamento a Dio. Tra i nuovi martiri c’è anche una donna: Marije Tuci, una giovane maestra, venne arrestata perché aspirante alla vita religiosa tra le suore francescane stimmatine. Condannata a tre anni di detenzione, morì nel carcere a Scutari il 24 ottobre 1950 per i maltrattamenti subiti, anche per aver rifiutato le proposte di un suo aguzzino. Il suo martirio va ascritto perciò anche alla sua volontà di difendere la purezza dalla violenza di chi disprezzava in lei la decisione di consacrare la propria verginità al Signore. A essere fucilati per primi, nel marzo 1945, furono don Lazër Shantoja e don Ndre Zadeja. Poi è toccato ai gesuiti Giovanni Fausti e Daniel Dajani, al frate minore Gjon Shllakum, al seminarista Mark Çuni e ai laici Gjelosh Lulashi e Qerim Sadiku, che era sposato. A completare il numero di coloro che subirono la condanna per fucilazione in distinti momenti si annoverano don Alfons Tracki, Frano Mirakaj, laico e padre di famiglia, don Jozef Marxen, don Luigj Prendushi, don Dedë Maçaj, don Anton Zogaj, don Dedë Malaj, don Marin Shkurti, don Shtjefën Kurti e don Mikel Beltoja. Sono morti, invece, sotto le torture o in conseguenza di maltrattamenti i frati minori Bernardin Palaj e Serafin Koda, il gesuita Gjon Pantalja, don Mark Xhani (Gjani), don Dedë Plani, don Ejëll Deda, don Anton Muzaj, don Pjetër Çuni, don Lek (Aleksandër) Sirdani, don Josif Papamihali, don Jak Bushati, il frate minore Gaspër Suma, don Jul Bonati e don Ndoc Suma. E non mancano coloro che hanno qualificato il loro martirio in odium fidei con una ulteriore prerogativa virtuosa: il frate minore Karl Serreqi venne arrestato nel pieno esercizio del suo ministero pastorale per non aver voluto rivelare il contenuto della confessione ricevuta da un uomo in fin di vita, ferito dalla polizia comunista nel corso di una sparatoria. Per questo è stato sottoposto a torture e condannato all’e rg a - stolo e ai lavori forzati. Morì nel carcere di Burrel, a causa del durissimo regime di vita, il 4 aprile 1954.
* Postulatore generale dei frati minori
© Osservatore Romano - 5 novembre 2016