Rassegna stampa nazionali Italia
riboldiPrete di periferia, vescovo di strada: così in queste ore viene ricordato Antonio Riboldi, che si fece voce dei terremotati del Belice, in Sicilia, che vivevano al freddo nelle baracche, e fu pastore in terra di camorra, in anni in cui i morti si contavano a decine. La scomparsa del novantaquattrenne presule rosminiano, avvenuta all’alba di ieri a Stresa, ha suscitato grande commozione non solo nel mondo ecclesiale.
A dare l’annuncio della morte è stata la curia di Acerra dove Riboldi è stato vescovo dal 1978 al 1999. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato ai familiari e alla congregazione rosminiana un messaggio di cordoglio nel quale si ricorda l’attività del vescovo scomparso «a favore della solidarietà sociale e l’impegno per la legalità, in aperto e coinvolgente contrasto con la criminalità organizzata». Anche la presidente della Camera, Laura Boldrini, e la presidente della commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi, ne hanno ricordato l’azione per la giustizia e la solidarietà. Vasta anche l’eco sui mezzi d’informazione. Luigi Accattoli, nell’ampio ritratto pubblicato sul «Corriere della Sera», lo ricorda come «una delle figure più convincenti di prete e di vescovo dei poveri nell’Italia degli ultimi decenni». Nato in Brianza, entrato giovanissimo tra i rosminiani, nel 1958 era stato mandato in Sicilia, nella Valle del Belice colpita dieci anni più tardi da un violento terremoto. Si fece megafono delle sofferenze della gente costretta a lungo nelle baracche e portò in tutte le sedi la protesta del popolo per le ruberie, gli sprechi e i ritardi che si erano accumulati nel corso degli anni. In una trasmissione dell’11 aprile 1977 denunciò senza mezzi termini una situazione vergognosa. «Come essere prete lì in mezzo? Come si fa a dire a un uomo che per nove anni vive nelle baracche dove ci sono topi e dove piove, Dio è qui e ti ama? Come trasmetterlo questo messaggio d’amore a un uomo che non capisce più bene se vivere è sopravvivere o re a l i z z a r s i ? » . Nominato vescovo di Acerra il 25 gennaio 1978 da Papa Paolo VI , monsignor Riboldi fece il suo ingresso in diocesi il 9 aprile dello stesso anno. Sede vacante da 12 anni, ad Acerra c’era da rianimare la vita ecclesiale e da sostenere l’intera comunità cittadina. Attento alla vita e ai problemi delle persone, l’azione più impegnativa per complessità e per durata divenne il contrasto alla camorra. Nel ricordare il suo vescovo emerito, la diocesi di Acerra definisce come «storica» la marcia che negli anni ottanta portò migliaia di giovani a Ottaviano, il comune campano di Raffaele Cutolo, uno dei boss più temuti. «Meglio ammazzato che scappato dalla camorra», disse don Riboldi ricordando la risposta della mamma al suo timore, quando viveva sotto scorta. «In quel momento — ha dichiarato il presule in occasione dei suoi 90 anni festeggiati nel 2013 nel duomo di Acerra — mi sono sentito veramente di essere un vescovo, e ho capito cosa significava essere un prelato che deve amare la gente anche se non ricambiato, amare la Chiesa anche se non tutti ti capiscono». Profondo e indelebile il legame che lo ha unito alla Chiesa acerrana, tanto da scegliere di rimanere a vivere in città, continuando a celebrarvi messa e da dichiarare più volte pubblicamente la volontà di essere seppellito in cattedrale.

© Osservatore Romano - 11-12 dicembre 2017