POMPEI, 2. Il mondo ha bisogno di cristiani coerenti con la fede che parlano il linguaggio delle opere di carità. È quanto ha affermato il cardinale arcivescovo di Perugia Città della Pieve e presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), Gualtiero Bassetti, che ieri, prima domenica di ottobre, di fronte a migliaia di fedeli ha presieduto la messa e la recita della supplica sul sagrato della basilica di Pompei.«Non possiamo presentarci al Signore con belle intenzioni e poi comportarci nella vita di tutti i giorni come se Dio non ci fosse», ha detto il porporato, che ha messo in guardia i battezzati dalle tentazioni sempre ricorrenti della «doppiezza» e della «simulazione». Al contrario, ha detto Bassetti, la fedeltà al Vangelo, costruita sulla preghiera, in particolare il rosario, e sostenuta dall’intercessione di Maria deve essere testimoniata nel continuo aiuto ai fratelli che vivono nel bisogno. Anche perché, ha sottolineato, «i poveri, i malati, i bimbi che non hanno famiglia, come ha detto più volte Papa Francesco, sono la carne straziata di Gesù». Concetti che il presidente della Cei ha affrontato anche a margine della celebrazione. «Gli scarti non sono una “categoria” — ha detto incontrando i giornalisti — sono i giovani che rischiano di arrivare all’età pensionabile senza mai conoscere la cultura del lavoro, sono gli emarginati, sono i migranti». In questo senso, ha aggiunto, «gli scarti sono prodotti dalla globalizzazione della finanza gestita da pochi a discapito della globalizzazione della solidarietà che dovrebbe essere di tutti». «Preghiera e carità» sono insomma il messaggio che arriva da Pompei, una città nata dall’intuizione di Bartolo Longo, ma che «non evoca soltanto il ricordo di gesta lontane», ha detto ancora Bassetti nell’omelia. La Pompei di oggi «è un affascinante e concreto racconto dal vivo di come l’amore per Dio non può essere che amore per il prossimo. Questa è una terra che parla di Vangelo e nel linguaggio che il Vangelo predilige: quello delle opere». Certamente anche qui, come per «tante altre nostre città», non mancano i problemi, con il «lavoro che manca» e i «giovani che lo cercano e fanno fatica a trovarlo», con «tensioni sociali che stentano a comporsi». Tuttavia, «questa terra, più di ogni altra, è terra di speranza, perché è la casa di Maria, e il santuario a lei dedicato è ritrovo amato di un popolo che ha la preghiera e la fiducia in Dio ben radicate nel cuore». Nella convinzione, come ha ricordato l’arcivescovo prelato Tommaso Caputo, «che l’amore verso Dio non possa e non debba mai essere disgiunto dall’amore, reale e concreto, verso i fratelli, soprattutto quelli più poveri e in difficoltà».
© Osservatore Romano - 2-3 ottobre 2017