di GAETANO VALLINI"Per comprendere la novità della Caritas - ci dice, anticipando alcuni dei contenuti dell'incontro - è necessario tener presente che prima della Caritas italiana c'era stata in Italia per trent'anni una grande istituzione caritativa assistenziale: la Pontificia opera di assistenza (Poa), un ente erogatore di beni e di servizi, con gli aiuti dei cattolici americani; dipendeva dalla Santa Sede e aveva ramificazioni nelle diocesi con le Opere diocesane di assistenza (Oda). Era lo strumento della carità del Papa per l'Italia, guidato da un grande apostolo della carità, monsignor Ferdinando Baldelli, che forse la Chiesa italiana ha dimenticato troppo presto. La Poa fu provvidenziale nelle difficoltà della guerra e del dopoguerra. Ma le comunità cristiane erano state abituate a ricevere ed erano state poco educate a dare".
Cambiata la situazione del Paese, Paolo VI nel 1970 sciolse la Poa e sollecitò la Conferenza episcopale italiana a istituire un proprio organismo pastorale per la promozione e il coordinamento dell'attività caritativa e assistenziale della Chiesa italiana, con lo spirito e l'indirizzo del Concilio. "Le linee direttive fondamentali della Caritas - aggiunge monsignor Nervo - sono segnate dal commento che Paolo VI fece allo statuto dato dalla Cei alla Caritas nel discorso al primo convegno nazionale delle Caritas diocesane, nel settembre 1972. È stato la guida della Caritas in questi 40 anni di vita. Tre passaggi sono fondamentali e attualissimi. In primo luogo, "non è concepibile che il popolo di Dio cresca secondo lo spirito del Concilio Vaticano II se tutti i suoi membri non si fanno carico di chi è in difficoltà e sofferenza"; di conseguenza "la prevalente funzione pedagogica della Caritas"; quindi il rapporto tra carità e giustizia: "La carità è sempre attuale come stimolo e completamento della giustizia"".
Le tappe successive sono state segnate dallo sviluppo delle Caritas diocesane e parrocchiali e dalla pronta e attiva presenza nelle grandi calamità in Italia e nel mondo. "Ma negli anni Settanta - sottolinea il sacerdote per spiegare la novità dell'istituzione - la Caritas, frutto del Concilio, si presentò come strumento provvidenziale per il rinnovamento della Chiesa nell'ambito della testimonianza di carità. Spero e credo che in questi 40 anni non abbia perduto lo spirito iniziale. Certo, lo sviluppo dell'istituzione può far diminuire o rendere meno visibile la carica innovativa. Tuttavia un avvenimento come la celebrazione del quarantesimo può farla riscoprire e rinnovare".
In passato la Caritas ha assunto posizioni di frontiera, persino scomode. E ha anche risposto a quell'esigenza, che peraltro era un'aspettativa di molti, di supplenza rispetto alle inadempienze delle istituzioni nei confronti delle situazioni di povertà e di marginalità. Per monsignor Nervo è un'esigenza che non è tramontata, ma occorre evitarne i rischi. "Rispondere con servizi adeguati ai bisogni della società - spiega, infatti - non è compito della Chiesa, ma della società bene organizzata. Compito della Chiesa è formare le coscienze alla propria responsabilità sociale e, se fa delle opere, devono essere testimonianza dell'amore di Dio per gli uomini. In situazioni straordinarie di emergenza la carità può anche richiedere di fare opere di supplenza. La Caritas però deve evitare di creare alibi alla inefficienza di pubbliche istituzioni e deve guardarsi dal pericolo di essere assorbita dalla gestione di servizi che potrebbe ostacolare l'adempimento della sua prevalente funzione pedagogica".
Una funzione, questa, che deve aiutare le comunità ecclesiali a una maggiore assunzione di responsabilità nell'esercizio della carità. La questione resta ancora il come. "Non credo che per un tale fine la Caritas debba moltiplicare le opere di carità, ma - sottolinea monsignor Nervo - riportare al significato autentico di carità, che non è elemosina, ma amore, e coinvolgere maggiormente la comunità cristiana che celebra l'Eucaristia a farsi carico delle sofferenze dei suoi membri, in modo che nessuna persona in difficoltà sia abbandonata. A questo scopo le Caritas diocesane, più che organizzare nuove opere di supplenza dovrebbero impegnarsi a promuovere e far crescere autentiche Caritas parrocchiali, che non siano nuovi gruppi caritativi, magari in concorrenza con altre, ma organi pastorali di promozione e coordinamento delle espressioni di carità della comunità ecclesiale".
In questo ambito è dunque sempre più necessario non confondere l'essere, il fare e l'agire. "Quando abbiamo avviato la Caritas italiana - precisa al riguardo il sacerdote - padre Pelagio Visentin, monaco benedettino dell'Abbazia di Praglia, in un ritiro per i delegati regionali sviluppò il tema "Vivere nella carità" in una serie di meditazioni che furono poi pubblicate dall'Editrice Ave. Lì è dimostrato in modo esemplare come il fare e l'agire devono essere alimentati dall'essere".
Ma qual è stata, chiediamo a monsignor Nervo, la profezia della Caritas nella Chiesa italiana in questi anni? E quale potrà essere per il futuro? La risposta si rifà alla storia. "Quando la Cei istituì la Caritas italiana, all'interno del Consiglio permanente ci fu discussione. Il cardinale Pellegrino, arcivescovo di Torino, non era molto convinto, perché, diceva, il compito di promuovere la carità è di tutta la Chiesa, è di tutti i suoi organi pastorali e non può essere delegato a un organo particolare. Questa riflessione fu provvidenziale perché portò a inserire nello statuto l'espressione: "La Caritas ha il compito di promuovere (...) la testimonianza della carità nella comunità ecclesiale italiana (...) con particolare attenzione agli ultimi e con prevalente funzione pedagogica". Questa è stata la profezia della Caritas nella Chiesa italiana in questi quarant'anni e questo è chiamata a essere anche per il futuro".
(©L'Osservatore Romano 21-22 novembre 2011)